• La via saheliana per affrancarsi dai soliti padroni nel multipolarismo

    6 MAG 2024 · https://ogzero.org/regione/sahel/   Il diversificante riposizionamento della disincantata regione subsahariana   Ormai da qualche anno la centralità del Sahel nei giochi geopolitici segna scosse recepite in Occidente soprattutto perché si registra un ricambio multipolare del vecchio colonialismo e un rivolgimento del neocolonialismo successivo all’indipendenza dei primi anni Sessanta nei singoli paesi. Di qui deriva il preoccupato interesse delle potenze mosso dal bisogno di spartirsi le ricchezze del territorio. Abbiamo chiesto a Edoardo Baldaro di aiutarci a fare il punto nel momento in cui gli attuali vertici militari di un paese come il Niger che è stato per decenni partner fedele per francesi e americani nel controllo del territorio, ha invitato i loro eserciti a portare via truppe e mezzi (lasciando che il contingente italiano prosegua il suo lavoro di addestramento all’interno della missione Misin, percepito come diversamente pervasivo della autonomia militare rispetto alla potenza coloniale principale – la Francia – o l’egemone statunitense e il suo approccio di War on Terror in seguito all’Undici Settembre), l’appoggio esterno alla lotta al jihadismo abbiamo visto già altre volte che è stato affidato a quella che era la Wagner e ora è l’Africa Corp russo. Contemporaneamente si affaccia l’interesse dell’Iran per l’uranio prima appannaggio di canadesi e francesi, delineando il quadro dei diversi schieramenti. Ma se si analizza utilizzando occhiali africani quella stessa scena appare diversa: il transito di truppe o gli accordi stracciati e stipulati a Niamey – ma vale anche per Bamako, Ouagadougou, N’Djamena – sono questioni riguardanti il confronto tra potenze straniere, che poco interessano al nuovo approccio delle attuali élites governative del Sahel, che vanno estendendo la loro influenza anche nei paesi limitrofi, cominciando a delineare una sorta di evoluzione di carattere decolonialista “disincantato”, dove il panafricanismo è macchiato di sovranismo: infatti si riscontra soltanto nel fatto che è comune a tutti la pulsione ad affrancarsi dall’influenza globalizzante considerando ininfluente quale potenza straniera si consideri preminente nella regione, ma il percorso è identitario per ogni singola nazione e si esprime con caratteristiche diverse in ciascun paese, benché si assista ad alleanze e resistenza comune tra Burkina, Mali, Niger e vedremo con la tornata elettorale odierna – con candidati fintamente rivali – se anche il Ciad completerà la svolta della regione, caratterizzata comunque da una continuità interna ai paesi di perseguire ciascuno i propri interessi e i propri traffici con le potenze multilaterali.  Una di questi corsi e ricorsi è quello dei flussi migratori che vede dalla notte dei tempi Agadez come snodo essenziale di traffici di droghe, merci e esseri umani e la cancellazione a novembre della legge del 2015 che impediva la gestione del mercato migratorio, riavvia una sorta di economia essenziale per il paese. Ed è proprio il tema che interessa al governo Meloni e al suo Piano Mattei. Intanto Usa e Francia si stanno ridislocando con maggiore presenza nei paesi costieri (Costa d’Avorio, Togo, Benin, Ghana), dove si sta allargando la rivolta jihadista. Mentre il Senegal si può ergere a modello di istituzioni e Costituzione che reggono democraticamente e fanno argine agli uomini forti grazie alla mobilitazione della società civile (e a un esercito non versato a sostenere golpisti).
    29 min. 27 sec.
  • Un Corno d'Africa infilzato da milizie feroci e tensioni secessioniste

    12 APR 2024 · Il 15 aprile la Guerra in Sudan compie un anno di indifferenza internazionale. L’angoscia nella voce di Matteo Palamidesse, che ci raggiunge nell'anniversario dell'esplosione della guerra in Sudan tra l'esercito di Abdel Fattah al Buhran e le Forze di supporto rapido di Mohamed Hamdan Dagalo detto Hemetti, dà la cifra dell’emergenza umanitaria che attanaglia il paese nel disinteresse della diplomazia internazionale e nell’assenza di immagini mediatiche riservate agli altri conflitti in corso, che coinvolgono maggiormente i bianchi caucasici abitanti di zone protette preoccupati del proprio benessere: Francia, Gran Bretagna, Usa e UE hanno appena sancito a Oslo che «non esiste una soluzione militare al conflitto», ma si sono guardati bene dal frapporsi e l'Onu ha preso una sola risoluzione in tutto l'anno di stragi, stupri, milioni di profughi, devastazioni e distruzioni. Lunedì 15 aprile è convocata a Parigi una conferenza internazionale per discutere delal crisi umanitaria, ma il processo di democratizzazione che si era avviato prima del golpe dopo la cacciata di al-Bashir non potrà riprendere per lungo tempo. E i sudanesi sono stremati, con problemi legati alla sopravvivenza e impossibilitati a liberarsi della cruenta disputa del potere dei due contendenti e dei loro clan. E mentre il Sudan si avvita in una spirale di violenza e di alleanze straniere, che riforniscono di armi, si confrontano su terreno africano (ucraini con Buhran e russi con Hemetti), si prenotano per il saccheggio e l'occupazione di porti sul mar Rosso, la Somalia si trova di fronte a sfide, provocazioni, velleità di secessione: sia con la concessione locale del Somaliland – da decenni in lotta con Mogadiscio – di porti all'Etiopia, sia nelle richieste di indipendenza della regione più ricca e meglio organizzata: il Puntland, che richiede almeno una costituzione condivisa. Con Matteo cominciamo da qui per allargare il grandangolo a tutto il Corno d’Africa, cercando speranze di umanità in situazioni diversamente disperate.
    32 min. 52 sec.
  • Tasselli postafricanisti di Sahel e Senegal

    23 MAR 2024 · Il mosaico nordafricano rimodulato dal vento del Sahel   https://ogzero.org/regione/sahel/ Non solo gli interessi coloniali rendono geopoliticamente sensibile il sistema africano, ma è la società stessa che – come sessant’anni fa avvertì i venti di emancipazione, trasformandoli in indipendenza – anticipa e fa da laboratorio per i rivolgimenti globali di questo scorcio di millennio, portando a compimento prima che altrove le rivoluzioni epocali prodotte dai conflitti in corso a diversi livelli di intensità. La domanda, che ci siamo posti e prontamente girato ad Alessio Iocchi, è se quanto sta succedendo negli ultimi mesi in Sahel, con l’ultimo colpo di teatro operato da Niamey ai danni del contingente militare americano nello snodo strategico di Agadez, faccia parte di quella svolta storica che pare innescata dalla defrancesizzazione dello stesso Niger, oltre a Burkina e Mali; e se sia estendibile a tutti gli interessi del campo occidentale: sullo sfondo l’uranio appetibile dall’Iran, i massacri etnici nascosti dietro le manovre antijihadiste, l’Afrika Korps al posto di Wagner e Barkhane. Altra questione è se il Senegal potrebbe essere contagiato dopo il confronto elettorale così controverso del 24 marzo – e il contenzioso sul quale ha dimostrato come quella senegalese sia ancora una società in grado di difendersi dai tentativi di svolte autoritarie –, oppure è più facile che avvenga in un paese anglofono ed estesissimo, diviso confessionalmente e tribalmente, come la Nigeria con periodiche emersioni di Boko Haram. Le figure di Macky Sall e Ousmane Sonko appaiono stagliate sullo sfondo di una retorica non completamente descrivibile nei suoi contorni se si deve trovare una mediazione nel paese e quanto ancora della retorica panafricanista entra nel dibattito elettorale. Inoltre ci è parso interessante cercare di comprendere il ruolo dei militari nella regione saheliana e la differenza tra quelli degli anni Sessanta postcoloniali e l’attuale funzione dell’esercito e a chi rispondono; questo consente di cogliere i rivolgimenti di alleanze esterne al continente e anche le rese dei conti all’interno dei singoli paesi. Sottolineavamo anglofono, perché nel discorso si innesta anche il discorso sulla vernacolarizzazione della comunicazione che tralascia sempre più le lingue coloniali, regionalizzando sempre più gli sviluppi di eventi correlati, cercando di superare la riproposta delle elite coloniali in tempi postcoloniali.
    43 min. 3 sec.
  • Disinteresse per il conflitto nel Kivu?

    2 MAR 2024 · https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/ Un’altra delle guerre private dell’attenzione delle coscienze coloniali – sviate da minacce nucleari zariste, un genocidio perpetrato dall’unica democrazia mediorientale, rotte commerciali in mano a pirati alieni – si sta nuovamente svolgendo in Congo, alla sua periferia più ricca: nella zona dei Grandi Laghi, e in particolare si va estendendo nel Kivu e Ituri. E poi anche nel resto del corpaccione congolese? Non avendo superato dopo trent’anni il dramma delle stragi contro i tutsi, ma, accorpandola e incancrenendola, si ripropone. Giovanni Marco Carbone ci ha aiutato a sbrogliare l’intreccio della matassa dei rapporti tra Ruanda e Congo sullo sfondo della predazione delle risorse congolesi da parte dei tutsi del Ruanda a trent’anni dal genocidio; e questo va collocato in un’area dove la presenza di decine di milizie armate nasce dal senso di minaccia avvertito dal regime di Kagame per le presenze nella provincia di Goma di profughi e responsabili delle stragi del 1994 e contemporaneamente dei focolai di resistenza dal basso di villaggi, abbandonati dal potere centrale di Kinshasa a migliaia di chilometri e messi sotto dall’M23, la milizia filoruandese, potentissima. Il tutto nell’assoluta inefficienza e disinteresse del resto del mondo, con Minusco che sta ammainando bandiere e abbandona il campo, portando via i suoi 15.000 uomini. Anche l’espressione del dissenso è conculcata dal potere centrale di Tsishekedi (che si sforza di reintegrare la regione nel paese) e dalla guerra, che vede la partecipazione di molti protagonisti continentali… e alla finestra gli altri. Si rischia di assistere a una Terza guerra mondiale africana? Carbone ritiene che guerre tra nazioni africane sono sporadiche, più spesso l’escalation stessa risucchia gli stati a farsi guerra su uno stesso territorio e sempre congolese. Le multinazionali fanno comunque affari con chiunque, ma è complesso e tutti i protagonisti in qualche modo mettono le mani sulle risorse, ma prediligono sicurezza e stabilità e quindi non sguazzano nelle situazioni di conflitto, perché rendono difficili procurarsi forza lavoro, assicurare sicurezza alle maestranze, poter usufruire di infrastrutture funzionanti, dunque difficilmente proviene dal capitalismo e dallo sfruttamento predatorio la necessità di accendere il conflitto. Carbone ci richiama anche a guardare sì allo spostamento verso i porti dell’Atlantico l’attenzione, ma senza dimenticare che Kinshasa è entrata negli organismi che regolano l’Africa orientale, guardando alla regione dell’East African Community, che vede scambi proprio con l’area del Kivu (ottenendo supporto per la sicurezza, che poi è risultato irrisorio e perciò sono entrati in campo i sudafricani).
    28 min. 6 sec.
  • Il cavallo di Mayotte. La via per l'Eliseo di Darmanin

    17 FEB 2024 · https://ogzero.org/temi/governance/colonialismo/ Quella gettata dall'ambizione presidenziale di Darmanin è una bomba ad orologeria che scaricata su Mayotte (l'isola delle Comore dove il referendum indipendentista aveva visto gli autoctoni pretendere di rimanere francesi) può scoppiare sull'Esagono e creare molti problemi ai migranti francofoni. Tutto sta a vedere se il grimaldello a 8000 chilometri spazzerà via un "droit du sol" (ius solis in latinorum) in vigore dal 1515, istituito da un altro Francesco I (de Valois). Darmanin nasce sarkozysta e cerca di ripercorrere i suoi passi, facendosi traghettare da ministro degli Interni all'Eliseo, risultando di destra con i contenuti di Le Pen. Abbiamo chiesto a Giovanni Gugg, che ha seguito per “https://www.focusonafrica.info/mayotte-francia-il-governo-vuole-abolire-lo-jus-soli/” la vicenda fin dal precedente episodio di repressione poliziesca con sgomberi e abbattimento di baracche di lamiera con lo scopo – tutto mediatico – di contrastare l'immigrazione illegale... stavolta si tratta di impedire a poche donne (rispetto alla quantità di perpere già stanziali a Mayotte da più di 2 anni) di dare alla luce "francesi" perfetti e finiti, seppure non originati da lombi pallidamente gallici. Un modo palesemente pretestuoso di individuare un'eventuale breccia nel sistema di diritti che dall'altro lato sostenevano l'idea di impero con i Territori d'Oltremare a tutti gli effetti territori del colonialismo francese... e rinunciarvi è anche un po' riconoscere che esce dalla presidenza Macron un po' ammaccata, tanto vale ottenere la distruzione dei diritti della Révolution Française.
    14 min. 45 sec.
  • Goodbye Ecowas; bonjour jeune Afrique

    7 FEB 2024 · https://ogzero.org/regione/sahel/ Quali progetti politicoi-economici in Africa occidentale? Afrika Corps è evocativo di Rommel, un’altra volpe del deserto di cui è stata presa la pelliccia; il Franc Cfa sempre meno scambiato, con i Brics che aspettano il cadavere della valuta; sgretolamento della Françafrique, che continua strenuamente a tentare di mantenere avamposti in Africa occidentale… ma due eventi stanno cambiando in una sorta di sfida che può cambiare riferimenti globali nell’area del Golfo di Guinea e del Sahel, e quindi anche interessi tutelati e sistemi politici. Da un lato si è parlato qui – giovedì 1° febbraio 2024 – con Edoardo Baldaro dell’uscita dei tre paesi ribelli dell’Ecowas (o meglio Cedeao), immaginando che il prossimo momento di confronto tra i paesi della regione che fanno parte dell’organismo africano che sta compiendo il mezzo secolo fosse uno dei due paesi più consistenti del Cedeao: le elezioni in Senegal che dovevano tenersi in questo mese e invece Macky Sall ha spostato a dicembre, dopo aver incarcerato tutti gli oppositori in un golpe parlamentare. A posteriori, dopo aver registrato l’intervento di Edoardo Baldaro ci chiediamo se l’uscita di Mali, Burkina e Niger dal Cedeao non abbiamo accelerato le operazioni del fantoccio di Parigi a Dakar per anticipare una solta nelle urne che poteva pesare sugli equilibri già così precari dell’Africa occidentale. Sappiamo che Edoardo ribadirà come ha fatto in questo podcast che non si può prescindere nel giudizio dalla considerazione dei potentati locali e di quale scelta operano in questo momento di riposizionamento e che vede i tre regimi militari lanciare segnali (di af”franca”mento) ai vicini. Bisogna però considerare ancora l’impatto sulle popolazioni: sia dell’effetto dello sfilamento dalla Cedeao a Bamako, Niamey, Ouagadougou sulle migrazioni e i movimenti transfrontalieri e sui traffici delle risorse saheliane; sia della svolta pushiste a Dakar, che forse ha avuto timore che le figure che evocano Sankara in Burkina possano trovare in Sonko un emulo, e queste figure trovano riscontro soprattutto tra i giovani di tutta la vasta area transnazionele compressa anche dal potere decennale detenuto dalle corrotte e tiranniche generazioni precedenti, compromesse con le “democrazie” occidentali, il loro orientalismo e il loro monetarismo vs. dipendenze da altri. Approfondiremo presto quello che sta avvenendo in Senegal.
    28 min. 37 sec.
  • Un voto che non si conclude, come l’ebollizione congolese

    28 DIC 2023 · https://ogzero.org/regione/grandi-laghi-africani/ Una settimana fa si sono svolte le elezioni e il giorno in cui chiudevano forse tutte le urne – e alcune erano state devastate prima dell'apertura – abbiamo registrato questo preciso e informato parere di Giovanni Gugg... eppure non si sa ancora nulla di preciso, se non alcune reazioni esasperate per i consueti brogli, le violenze della polizia... un 27 dicembre non di tutto riposo per i giochi di potere se si approfondisce il dato sugli scontri del 27. Le elezioni congolesi 2023 sono interessanti non tanto per il risultato scontato e che ancora a una settimana dall'apertura delle urne non si conosce, quanto perché contribuiscono a fornire il quadro delle pulsioni e delle divisioni interne ed esterne all'enorme territorio difficilmente controllabile da Kinshasa; i molti candidati sono eterogenei, ma non riescono a coagulare attorno a loro un consenso generale da intaccare il sistema di potere di Tsisekedi. Tranne a posteriori, unanimi a condannare i brogli e la organizzazione delle votazioni; questo già prima era uno dei motivi del contendere, tanto che alcuni comitati elettorali trovavano sede fuori dai confini congolesi, a dimostrazione di come attorno al corpaccio nazionale gli interessi dei vicini (Uganda, Ruanda, Kenya...) sono così invasivi da dare ospitalità a un candidato legato all'M23... Le difficoltà sono enormi e la disorganizzazione ha dato luogo a vandalismo in certe zone che sono estromesse dalla partecipazione (Ituri e Kivu, tutta la zona nordorientale con le tensioni rinfocolate da Ruanda e Uganda). E va considerato anche il ruolo regionale della Tanzania, che ha sbocchi e aperture autonome verso l'Asia che conta efunge da contraltare positivo alle difficoltà del Congo, che ha più chance scegliendo la costa atlantica, attraverso l'Angola. Bisogna considerare le centinaia di milizie, ma anche le intromissioni dei paesi vicini, però queste tensioni esterne si riverberano nella società interna, nella frammentazione religiosa, nel rifuggire da schieramenti dei musicisti di riferimento. I candidati erano 24, apparentemente grande fermento, ma senza reale entusiasmo, se non per quello che rappresenta il dietro le quinte che è il vero paese, che in un gioco di specchi restituisce una rappresentanza attraverso questi 22+2(uccisi). Compresi i gruppi alternativi de la Lucha a Goma che rappresentano davvero istanze condivise, ma distanti dalla possibilità di entrare nei giochi di potere (per fortuna, forse).
    21 min. 57 sec.
  • Contenziosi non ripianabili: Mar Rosso libicizzato

    5 DIC 2023 · https://ogzero.org/tag/sudan/ “Sudan Tribune”, 27 novembre 2023: «Circa 7600 bambini in Sudan fuggono ogni giorno dalle loro case, sette mesi dopo lo scoppio del conflitto nel paese, secondo un’analisi di un’agenzia umanitaria. Il conflitto, ha affermato Save the Children, ha causato lo sfollamento di un ottavo dei bambini nel Sudan devastato dalla guerra. Secondo l’agenzia, dozzine di bambini sfollati hanno cercato cure urgenti a causa delle orribili violenze sessuali, delle ferite che hanno cambiato la loro vita e del grave disagio psicologico dovuto alla guerra». Questo l’incipit di un articolo che Eric Salerno ha pubblicato su “La Voce di New York”; Eric prosegue poi ricordando il suo primo viaggio in Sudan nel 1971, già devastato da una guerra civile che divideva animisti-cristiani del Sud con pulsioni secessioniste dal Nord arabofono musulmano: il suo reportage si incentrava attorno a Juba, attuale capitale del Sud Sudan, dove gli istruttori militari del Mossad che spiegavano ai giovani neri del Sud (divenuto Sud Sudan esattamente 40 anni dopo) come dovevano essere usate le armi appena consegnate per colpire gli arabi del Nord e indebolire il mondo musulmano all’epoca abbastanza coeso nella sua lotta contro Israele. Ora Israele ha stipulato gli Abrahams Accord con il Sudan e quindi è alleato di al Burhan in questa proxy war che vede contrapposto il mondo sul terreno sudanese, che va producendo una nuova libicizzazione tra un esercito che ha l’aviazione e una potenza di fuoco unica e un esercito che ha il potere sul terreno che conosce meglio. Il contributo di https://www.focusonafrica.info/sudan-lesercito-accusa-gli-emirati-arabi-uniti-di-armare-le-rsf/ risulta indispensabile per dirimere la matassa delle strategie e delle spinte e alleanze che danno forma al disastro bellico in corso. La militarizzazione della società sudanese sta rendendo sempre più evidente la frammentazione tra etnie che compongono il paese: uno scenario libico dove le Forze di supporto rapido di Hemmedti controllano il Sudovest del Sudan e buona parte della capitale (il Darfur era già un territorio pieno di risorse minerarie da loro controllato, con l’appoggio di emiratini e russi, oltre alle triangolazioni di armi attraverso il confine poroso con il Ciad), l’esercito regolare controlla il Mar Rosso da Port Sudan e la parte orientale del paese. Lo sbocco al Mar Rosso è al centro anche di rivendicazioni etiopi (di nuovo sostenuti da Mosca) che rischiano di nuovo di innescare tensioni con l’Eritrea e le Somalie. Come se tutte le proxy war possibili ritrovino inneschi dispersi nei decenni tutte contemporaneamente, a costituire quella Guerra mondiale a rate, che trova i singoli pretesti in contenziosi mai sopiti: micce da accendere per creare un conflitto permanente e via via globalizzato.
    26 min. 51 sec.
  • Il colonialismo debellato dalle mangrovie

    8 LUG 2023 · Metafora di un continente, pars pro toto: la salvaguardia delle piante consente una piccola economia di ostrica e manioca, producendo così una rete di microeconomie positive. Superando in questo modo gli stereotipi dischiusi e smontati durante l'intervista a Angelo Ferrari effettuata da Ugo Barbara e Giampaolo Roidi per l'Agi, agenzia giornalistica e che si può trovare registrata qui: https://www.agi.it/estero/podcast/2023-07-07/africa-oltre-emergenze-racconto-angelo-ferrari-22152742/. Lo spunto è dato dalla “notiziabilità” dell'Africa secondo Amref: guerra e terrorismo... e comunque persino meno spazio negli ultimi mesi rispetto agli anni precedenti – già residuale – è stato dedicato al continente dai media mainstream, perché in realtà bisognerebbe andare a incontrare le storie per accorgersi che sono straordinarie. Ma è innanzitutto l'atteggiamento buonista che si deve mutare, in quanto è cambiato dall'altro lato l'atteggiamento africano nei confronti con l'esterno e in particolare contro il colonialismo classico – in particolare il sentimento più diffuso è astiosamente (e con ragione) antifrancese. I russi sono percepiti come non colonizzatori (come i cinesi), ma se si approfondisce la narrazione, non è la realtà; solo una forma diversa di saccheggio. Gli italiani, persino in Corno d'Africa, sono percepiti come quelli che prestano attenzione ai bisogni prima di imporre (all'americana) le presunte risposte ai problemi, nella visione occidentale, ma ultimamente l'approccio italico appare distratto nelle prassi possibili. per le carenze a livello di semplice diplomazia e scarsa conoscenza del mondo africano – proprio per questo il libro di Angelo (“Non so come andrà a finire") al centro dell'intervista è un modello di come ci si dovrebbe accostare. Esiste invece una sudditanza psicologica delle genti africane verso ciò che proviene da fuori? Si può parlare di tentativi di affrancamento dall’assoggettamento a potenze extracontinentali? Angelo ritiene che si possano registrare realtà che cercano di autonomizzarsi – valorizzando prodotti locali (senza farseli saccheggiare) –, superando l'atteggiamento dei bianchi che intendono imporre il loro punto di vista: a questo allude il titolo di questo podcast, ascoltatelo per capire a cosa Angelo allude...
    17 min. 44 sec.
  • Esperienze viste e vissute di un giornalista "africano"

    1 LUG 2023 · https://ogzero.org/progetti/#nonsocomeandraafinire Angelo Ferrari è innanzitutto un uomo empatico. E poi è un giornalista, un inviato che si immerge nel territorio che deve raccontare. E da cui è conglobato, perché la sua provenienza da una famiglia della Milano popolare gli consente di comprendere il mondo con cui ha a che fare, che narra e che probabilmente a sua volta lo racconta... i ragazzi di strada, le giovani che si vendono per fame, ma poi ci sono anche i tanti incontri con l'Africa e gli africani; le tante possibilità di cui il continente è depredato e l'indignazione per questo saccheggio coloniale a cui è sottoposto, ma pure le tante possibilità di scambio culturale. In questa intervista con Federica Margaritora nella trasmissione "Buona la prima" di Radioinblu si percepisce bene la passione e la voglia di raccontare il suo rapporto con l'“africanità” e che ha trasposto nel libro "Non so come andrà a finire" intonro al quale è imbastita la trasmisisone.
    8 min. 56 sec.

Il 14 gennaio 2021 si svolgono elezioni in Uganda, dopo 35 anni Museveni rischia di perdere un sistema di potere consolidato che sottrae risorse al paese, non ha ormai alcun...

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Il 14 gennaio 2021 si svolgono elezioni in Uganda, dopo 35 anni Museveni rischia di perdere un sistema di potere consolidato che sottrae risorse al paese, non ha ormai alcun rapporto con i cittadini di una nazione che attrae immigrati perché nell'area consente una sopravvivenza dignitosa, ma i bisogni sono ancora molti e gli ugandesi sono attrezzati culturalmente e ormai preparati a prendere il loro futuro in mano; sobillati da Bobi Wine, un rasta venuto dal ghetto e determinato a trascinarseli dietro tutti a valanga per travolgere il potere di Museveni a suon di musica e di verità negate che riaffiorano in parole e musica, in dimostrazioni e botte, in rivendicazioni e repressione... a cui la piazza risponde "People power, our power", come conclude la sua intervista Alex Kamukama, un sostenitore di Bobi Wine intervistato da Joe Harris il 17 dicembre 2020, che sta preparando un doc sull'Uganda e le sue elezioni.
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