7 GIU 2025 · “Note Proibite”… un viaggio nei pentagrammi del passato, tra canzoni censurate e modificate per non offendere il comune senso del pudore Italico… Note Proibite podcast scritto da Giovanni Fenu e Fabrizio Silvestri. Prodotto da Stefano Francia EnjoyArt. Vi siete mai scandalizzati ascoltando una canzone? Vi è mai capitato di sentirvi offesi da un verso di un rapper? È interessante sapere che, fino al 1975, la situazione era ben diversa. All'epoca, per poter essere trasmesse in radio, le canzoni dovevano avere un'approvazione con un bollino, come quello di Cichita la banana.. In quattro puntate, io e Giovanni vi guideremo attraverso un periodo storico affascinante, quello che ha visto protagonisti i cantanti tra gli anni '50 e '70 del secolo scorso. Durante l'era del monopolio RAI, la scrittura di canzoni poteva facilmente urtare la sensibilità dell'opinione pubblica italiana. Per affrontare questa problematica, fu istituita una commissione d’ascolto e testi, una sorta di “taglia e cuci” che decideva quali frasi potessero essere incluse in una canzone. In caso di censura, le frasi problematiche dovevano essere sostituite. Per evitare di offendere il comune senso del pudore o, in altri casi, per motivi di “opportunità politica”, molte canzoni venivano sottoposte a un restyling che spesso ne alterava profondamente il significato e il messaggio originale. Il compito di censore era affidato a un'istituzione della Rai, nota come Commissione d’Ascolto preventivo e di controllo sui testi. Fino al 1975, questo ufficio si occupava di valutare ogni singolo brano destinato alla trasmissione in radio e televisione. Nel caso in cui una canzone venisse scartata, la Commissione seguiva un protocollo standard. Prima di procedere con la censura definitiva del brano la Commissione restituiva la canzone alla casa discografica, richiedendo modifiche precise e dettagliate. A questo punto, la responsabilità tornava ai discografici, che potevano decidere di accogliere le richieste della Commissione e registrare una versione "edulcorata" del brano. In alcuni casi, era sufficiente modificare il titolo per soddisfare le esigenze della Commissione. Tuttavia, se i discografici decidevano di mantenere le loro posizioni, potevano appellarsi al giudizio finale e insindacabile della «Commissione Plenaria», composta da funzionari di alto rango e che si riuniva con cadenza mensile.
Nel caso in cui una canzone ricevesse il tanto desiderato via libera dalla Commissione di Ascolto, si presentava un ulteriore “paletto” con motivazioni di natura “morale”. Infatti, ogni brano, anche se si trattava dell'ultimo successo del Festival di Sanremo, non poteva essere trasmesso più di tre volte a settimana dalla Rai. Questa decisione mirava a prevenire possibili casi di corruzione; in tal modo, chiunque avesse avuto il compito di mandare in onda le canzoni non poteva favorirne una rispetto a un'altra, evitando pressioni da parte dei discografici in cambio di tangenti. In questa prima puntata, analizzeremo alcune canzoni degli anni '50 che furono censurate dalla Rai o, nella migliore delle ipotesi, costrette a modificare il proprio testo. In questo decennio, la scena musicale è dominata da canzoni non "impegnate", che si rifanno alla tradizione del bel canto italiano e alla "musica leggera", destinata a un vasto pubblico. Questa musica è anche la più controllata dalle autorità e soggetta alla censura da parte dei funzionari della Commissione di Ascolto della Rai. Per assistere a una prima ondata di modernità nel panorama musicale, bisogna attendere la fine del decennio. È infatti solo dal 1958, con il trionfo di Domenico Modugno al Festival di Sanremo insieme al giovane Johnny Dorelli con "Nel blu dipinto di blu" (conosciuta come "Volare"), e con l'arrivo del rock 'n' roll in Italia l'anno precedente, che la scena musicale italiana inizia un graduale ma irreversibile processo di rinnovamento. Tra i primi brani a subire la censura musicale negli anni Cinquanta, nel 1955, troviamo la celebre canzone di Renato Carosone, "La pansè". Appena pubblicata, la canzone viene immediatamente oggetto di una vera e propria "messa al bando" a causa di motivi legati al "comune senso del pudore". Il testo, frutto della creatività comica del maestro Gigi Pisano, narra di una donna che ogni giorno si appunta sul petto un fiore diverso, mentre l'uomo innamorato di lei le chiede di donargli quel fiore come simbolo del suo amore. Si tratta di un brano dal tono goliardico, che tuttavia scatena la "furia censoria" dei funzionari, i quali considerano i versi del ritornello, con il loro evidente doppio senso, altamente fraintendibili: «Che bella pansè che tieni/che bella pansè che hai/me la dai/me la dai/me la dai la tua pansè». Questa percezione porta a considerare "La pansè" come un brano di contenuto volgare, tanto da essere bandito dai locali pubblici. Molti gestori arrivano persino a esporre cartelli con la scritta: «In questo locale non si eseguono brani come "La pansè" o simili trivialità». Bella vero? Sicuramente l’avrai cantata almeno una volta... è la celeberrima Tu vuò fa l’americano, altro successo di Renato Carosone datato 1956 e un brano che procura all’artista napoletano noie con la censura... Testo di Nisa (pseudonimo di Nicola Salerno, nda), ben presto la censura Rai decide di sospenderne la trasmissione della canzone a causa di una sospetta “pubblicità occulta” nascosta, a suo dire, nel verso «Ma i soldi pe’ Camel chi te li dà?»... Eh, a proposito, quella che ti ho appena fatto ascoltare è la versione “incriminata” in cui compare proprio suddetto “verso proibito”... Verso che giocoforza deve trasformarsi in «Ma i soldi pe’ campà, chi te li dà?» così da consentire alla canzone di essere riammessa nella scaletta delle canzoni trasmesse dalla radio nazionale nel 1957. Altra famosissima canzone; chi non ha mai ascoltato almeno una volta Vecchio frac dell’immenso Domenico Modugno... Eppure anche un tale capolavoro come questo finisce col subire la scure censoria della Commissione di Ascolto della Rai... nel 1955 questo brano dell’allora giovane e ancora pressoché sconosciuto artista pugliese Domenico Modugno è destinato a subire una modifica forzata... Il testo della canzone, infatti, è ispirato alla vicenda del principe Raimondo Lanza di Trabia, marito dell’attrice Olga Valli, morto nel 1954 a 39 anni cadendo dalla finestra dell’Hotel “Eden” di Roma. Un gesto ritenuto suicidario ma mai del tutto chiarito. L’intervento della Commissione di Ascolto si impunta in particolare sul verso finale «Adieu, adieu, adieu, addio al mondo, ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato, ad un attimo d’amore che mai più ritornerà», che Modugno si vede costretto a sostituire con il più pacato «Ad un abito da sposa primo ed ultimo suo amor». I censori, infatti, ritengono le parole del verso originario allusive di “immorali” contatti fisici. Inoltre non deve suonare troppo bene, alle orecchie dei censori, quel “addio al mondo” percepito come una non troppo celata allusione al suicidio, vero e proprio argomento “tabù” per l’Italia “catto-democratica” del tempo... Passano appena due anni e il futuro “mister Volare” (Modugno, nda) deve fare nuovamente i conti con la censura che questa volta colpisce la sua Resta cu’ mme per “colpa” di questo breve verso: «Nun mme’mporta d’o ppassato/nun mme’mporta ‘e chi t’ha avuto» i quali mal si addicono, secondo i funzionari Rai, con l’allora diffusa e pudibonda moralità nazionale, fondata sulla verginità e sulla mostra pubblica delle lenzuola dopo la prima notte...