23 SET 2026 · In questo episodio de La Dinamica, il protagonista è Michele, guida alpina con un passato lontano dalla montagna e una trasformazione radicale che lo ha portato a farne una professione. Michele racconta un incidente avvenuto durante i primi anni della sua crescita alpinistica, un periodo segnato da entusiasmo, ossessione e scarsa consapevolezza del rischio.
Attraverso un racconto lucido e senza filtri, emergono dinamiche cruciali: la comunicazione mancata tra compagni di cordata, la pressione della “sfida” e l’influenza dell’ego nelle decisioni in ambiente alpino.
L’incidente, fortunatamente senza conseguenze gravi, diventa un potente spunto per riflettere su quanto la consapevolezza, la gestione del rischio e il confronto aperto siano fondamentali per la sicurezza in montagna.
Un episodio che invita a imparare non solo dai propri errori, ma anche da quelli degli altri, trasformando ogni esperienza — anche i “near miss” — in un’occasione di crescita.
FABIO GAVA, istruttore Cai di scialpinismo, è il curatore della serie di podcast https://www.ladinamicapodcast.it/ per contattarlo si può scrivere a info@ladinamicapodcast.it.
Riassunto dell'episodio
Introduzione
C’è un momento, in montagna, in cui tutto si riduce a una scelta.
Una decisione che dura pochi secondi, ma che può avere conseguenze enormi.In questo episodio de La Dinamica, Michele — oggi guida alpina — racconta un incidente avvenuto durante i suoi primi anni di alpinismo. Un periodo fatto di entusiasmo, crescita veloce… e scarsa consapevolezza.La sua storia non è solo un racconto di montagna. È uno specchio di dinamiche universali: ego, pressione sociale, comunicazione mancata. E soprattutto, è una lezione concreta su quanto sia sottile il confine tra controllo e rischio.
Dalla città alla montagna: una trasformazione radicale
Prima di diventare guida alpina, Michele lavorava in un contesto completamente diverso: Milano, ufficio, mondo editoriale.
Poi arriva una crisi. E con essa, una scelta drastica: lasciare tutto per dedicarsi completamente alla montagna.
Quella che nasce come passione si trasforma rapidamente in qualcosa di più intenso.
“È stata una passione totalizzante. Anche un po’ un’ossessione.”
Questa intensità gli permette di crescere velocemente. Ma porta con sé anche un rischio: accelerare troppo i tempi dell’esperienza.
La fase più pericolosa: tanto entusiasmo, poca consapevolezza
C’è una fase, nell’apprendimento dell’alpinismo, che Michele definisce la più pericolosa:
- Grande motivazione
- Forte desiderio di migliorare
- Ma esperienza ancora limitata
È il momento in cui ci si sente abbastanza sicuri per osare… ma non abbastanza esperti per capire davvero i rischi.
Questa combinazione è spesso alla base di molti incidenti.
L’incidente: quando la comunicazione fallisce
Il giorno dell’incidente, Michele si trova in Francia con un nuovo compagno di cordata.Fin dall’inizio emergono piccoli segnali:
- Il compagno non si ferma ad attrezzarsi
- Evita di legarsi quando sarebbe opportuno
- Mostra un approccio più “leggero” alla sicurezza
Michele nota tutto questo. Ma non interviene con decisione.
E qui arriva il primo errore: non comunicare chiaramente.
Quando finalmente propone di usare la corda, lo fa con esitazione. E la risposta del compagno è infastidita.
La dinamica cambia. Non è più solo una questione tecnica. Diventa una questione di relazione.
La trappola dell’ego
un certo punto, Michele prende una decisione cruciale:
“Vediamo chi si caga addosso per primo.”
È una frase che segna il passaggio.
Da quel momento, la sicurezza passa in secondo piano.
Al suo posto entra una logica diversa: dimostrare qualcosa.
Quando il compagno lo provoca — “se vuoi vado io” — Michele accetta la sfida.
“Ho fatto qualcosa che da solo non avrei mai fatto.”
Questo è il punto chiave.
Non è stata la difficoltà tecnica a causare l’errore. È stata la pressione sociale. È stato l’ego.
Il momento dell’incidente
Durante la salita di un tratto più difficile, succede tutto in un attimo.
Michele sente un urlo. Si gira. E vede il compagno cadere.Una caduta lunga, violenta, fuori controllo.
In quel momento, accade qualcosa di sorprendente.“Non è andata male a te. Pensa a salvarti.”È il suo cervello che parla.
Un meccanismo di sopravvivenza puro.
Freddo, razionale, necessario.
Michele si concentra solo su una cosa: restare attaccato alla parete.
Psicologia dell’emergenza: quando il cervello protegge
Molti potrebbero interpretare questa reazione come egoismo.
Ma non lo è.
È un processo automatico: il cervello elimina tutto ciò che può distrarre dalla sopravvivenza.
- Riduce l’emotività
- Aumenta la focalizzazione
- Isola il problema immediato
Solo dopo, quando il pericolo è passato, arrivano le emozioni.
Ansia, insonnia, immagini ricorrenti.
È il “prezzo psicologico” dell’esperienza.
Le conseguenze (e la fortuna)
Nonostante la gravità della caduta, il compagno di Michele se la cava con:
- Una ferita importante al volto
- Naso rotto
- Cicatrici permanenti
Poteva andare molto peggio. E proprio questa “fortuna” rende la storia ancora più potente: non serve arrivare alla tragedia per imparare.
Le lezioni fondamental
1. La comunicazione è sicurezza Non esprimere chiaramente un dubbio può essere fatale. In montagna, parlare è una forma di protezione.
2. L’ego è un rischio invisibileMolti incidenti non nascono da errori tecnici. Nascono dal bisogno di dimostrare qualcosa.
3. Il gruppo influenza le decisioniLa presenza di un’altra persona può alterare il nostro comportamento. Spesso più di quanto pensiamo.
4. I “near miss” sono oroNon serve farsi male per imparare. Le esperienze sfiorate sono tra le più formative.
5. La consapevolezza batte l’esperienza Non basta “aver fatto tanto”. Serve capire cosa si sta facendo e perché.
Imparare dagli errori degli altri
Uno degli aspetti più importanti di questo episodio è la condivisione.
- Raccontare un errore richiede coraggio.
- Ma può evitare che altri lo ripetano.
- In un’epoca in cui i social mostrano solo il lato “facile” della montagna, queste storie sono fondamentali.
- Perché riportano equilibrio. E realtà.ConclusioneLa montagna non è una gara.
- Non è un posto dove dimostrare qualcosa. È un ambiente che richiede rispetto, lucidità e consapevolezza.
- La storia di Michele ci ricorda che il pericolo non è sempre dove pensiamo.
- A volte è dentro le nostre decisioni.E imparare a riconoscerlo è la vera competenza da sviluppare.