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Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?
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1 SET 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8652
CROCE NO, CORSI ISLAMICI SI: LAICITE', MA SENZA EGALITE'
di Manuela Antonacci
Una semplice croce appesa a un muro può arrivare a diventare un grosso problema accademico? In Francia, all'Università di Caen, pare proprio di sì! Almeno è quello che è accaduto all' organizzazione studentesca UNI, presente all'interno dello stesso ateneo, costretta a rimuovere una croce appesa nei locali della propria associazione. Una richiesta arrivata tramite mail, fatta in nome del principio di laicità. La direzione dell'università, infatti, riteneva che la presenza di questo simbolo cristiano non fosse compatibile con le regole vigenti all'interno dell'università. Eppure all'UNI tutto questo sa tanto di discriminazione religiosa finalizzata semplicemente a censurare una delle manifestazioni simboliche più importanti del cristianesimo.
Questione ulteriormente controversa, se si riflette sul fatto che il simbolo religioso non è stato installato in un anfiteatro o in qualsiasi altro luogo pubblico, ma in una stanza assegnata ad un'associazione studentesca che, quindi avrebbe lo scopo proprio di permettere agli studenti di portare avanti liberamente le loro attività, compresa la possibilità di esprimere tranquillamente la loro identità.
Ma la questione si fa ancora più interessante se si pensa che per altre iniziative che si svolgono all'interno dell'università si chiudono, non uno ma due occhi.
Come fa notare l'UNI l'Associazione degli Studenti Musulmani di Francia (EMF) di Caen organizza regolarmente attività relative alla pratica dell'Islam pubblicamente. Sulla loro pagina instagram invitano i membri a una serata sul tema "Come vivere bene il proprio Ramadan come studenti". I video della suddetta serata mostrano, infatti, studentesse velate presso il campus universitario. Inoltre, sul loro sito web EMF dichiarano apertamente di voler "normalizzare la presenza musulmana in Francia".
Per l'UNI, è difficile capire perché una semplice croce cristiana possa essere considerata un problema per la laicità, mentre le attività legate al Ramadan o addirittura alla formazione religiosa islamica vengano ammesse senza alcun richiamo di lesa laicità.
Insomma, ci sembra di capire che siamo di fronte ad una laicité ma senza egalité. Eppure la laicità alla francese dovrebbe prendere le mosse proprio dall'egalitè per permettere a tutti di esprimere la propria religiosità. Almeno questo era il principio di ispirazione. Inoltre non siamo nemmeno di fronte all'applicazione cieca di questo principio, ma a quella che pare come una vera e proprio discriminazione in base al credo di appartenenza. Quindi se la legge non è uguale per tutti, non si tratta più di un principio di giustizia ma di un arbitrio ideologico che crea cittadini di serie A e cittadini di serie B. Un odioso doppiopesimo che vorrebbe corrispondere, forse, alla mentalità di certa intellighenzia (magari anche accademica) che vedrebbe in questa meticolosa attività censoria verso i simboli cristiani un adolescenziale atto di emancipazione. E da cosa, verrebbe da chiedersi, dalla propria stessa identità? Dalle proprie stesse radici? In questo modo anche l'egalitè cessa di essere tale e ricorda, piuttosto, la celebre massima di Orwell che ne "La fattoria degli animali" scriveva: «Tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri».
Alla faccia dei valori della République!
25 AGO 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8630
STUDIARE DA IMAM: A ROMA LA LUNGA MARCIA ISLAMISTA SI FA POLITICA
di Lorenza Formicola
La Grande Moschea di Roma in questi giorni e fino a domani è diventata il fulcro di un seminario specialistico dedicato all'istruzione e all'aggiornamento di imam e guide spirituali operanti sul territorio italiano. L'iniziativa, posta sotto l'egida diplomatica dell'Ambasciata saudita a Roma, nasce dalla sinergia tra il Ministero degli Affari Islamici, della Da'wah e dell'Orientamento del Regno dell'Arabia Saudita e il Centro Islamico Culturale d'Italia.
L'appuntamento capitolino rappresenta solo l'ultima tappa di un sistematico e capillare tour di islamizzazione che Riad sta promuovendo su scala globale: un itinerario dottrinale che, tra il 14 e il 22 giugno, ha già visto andare in scena intensi cicli di formazione in contesti geograficamente distanti come l'Etiopia, il Camerun, il Gibuti e la Thailandia, per poi atterrare in Bosnia ed Erzegovina all'inizio di luglio, poco prima di atterrare nella capitale italiana.
L'architettura di questa complessiva agenda transnazionale risponde alla precisa volontà del ministero saudita di stringere alleanze con le istituzioni confessionali estere, allo scopo di forgiare una classe di imam altamente qualificata e riaffermare il ruolo centrale del Regno quale custode e propagatore dei valori autentici dell'islam nel mondo.
La scelta di Roma, e in particolare della sua Grande Moschea, per ospitare il vertice formativo non è affatto casuale. Il maestoso complesso architettonico islamico, concepito nel 1984 e inaugurato nel 1995, con una spesa superiore ai novanta miliardi delle vecchie lire, vide la luce proprio grazie al decisivo sostegno economico della famiglia reale saudita e del Marocco. Una dipendenza finanziaria che non si è mai esaurita: ancora oggi, la sopravvivenza della struttura gravita attorno alle rimesse provenienti dalla penisola arabica.
In Italia erigere luoghi di culto di grande respiro o avviare progetti ambiziosi è un'impresa impossibile senza l'apporto dei capitali esteri, in massima parte riconducibili ai Paesi del Golfo. Le tradizionali collette del venerdì non possono in alcun modo coprire i costi esorbitanti di bonifiche, cantieri e ristrutturazioni faraoniche. Consapevole di ciò, Riad ha da tempo messo gli occhi sul "mercato" della fede islamica europea, proponendosi, tramite la mediazione di specifiche Ong, come il partner imprescindibile per le comunità islamiche italiane.
UN CALCOLATO PROGETTO POLITICO
Non si tratta di pura filantropia, ma di un calcolato progetto politico. Sovvenzionare le fondamenta di una moschea significa, di fatto, acquisirne il controllo teologico, trasformandola in un avamposto strategico per la diffusione di una specifica dottrina islamica.
E la penetrazione sistematica e finanziaria del Regno Saudita all'interno del tessuto religioso italiano assume contorni ancor più nitidi - e per molti versi inquietanti - se si analizza la natura stessa delle istituzioni e delle figure che Riad mira a formare. L'idea che uno Stato estero possa plasmare direttamente la classe di predicatori islamici in Italia non rappresenta soltanto una pericolosa ingerenza geopolitica, ma apre la strada a una metamorfosi sociale profonda, la cui entità può essere compresa solo decodificando il ruolo autentico dell'imam.
Sarebbe un errore grossolano assimilare l'imam alla figura del parroco cattolico. Non esiste alcuna gerarchia ecclesiale, né una catena di comando o un'ordinazione sacra che consacri l'autorità dell'imam: per assumere questa funzione è sufficiente il riconoscimento e la scelta da parte di una comunità di fedeli o, talvolta, l'autorevolezza imposta dal singolo.
Inoltre, l'imam si fa carico dell'obbligo dottrinale di guidare la propria comunità, delineando i binari da seguire nella sfera etica e civile e poi spirituale. La sua parola possiede una forza pervasiva e vincolante nella vita politica e sociale: spetta a lui decifrare le tensioni geopolitiche e le fratture sociali della contemporaneità attraverso la sua specifica chiave di lettura del Corano. Questo primato si traduce in una gestione verticistica di ogni attività interna alla moschea, che spazia dall'insegnamento dogmatico fino all'amministrazione dei canali assistenziali e di beneficenza. È esattamente per mezzo di questo welfare parallelo che prende forma un microcosmo autosufficiente, una struttura sociale alternativa agli ordinamenti dello Stato ospitante.
LA MOSCHEA NON È COME UNA CHIESA
La moschea non è speculare alla chiesa cristiana. Ma è il baricentro politico e sociale della collettività, lo spazio assembleare designato per dirimere le controversie e stabilire le linee d'azione comuni. Il fulcro di questo sistema si manifesta il venerdì, un giorno che non nasce per il riposo, ma per il raduno. A mezzogiorno, c'è la khutbah, un discorso che è solo una disamina stringente della cronaca e della politica, niente di spirituale.
Nelle nazioni a maggioranza musulmana, l'enorme potenziale di questo palcoscenico è ben noto: in Egitto, ad esempio, i presidi di polizia circondano regolarmente gli edifici religiosi durante le funzioni del venerdì. I passaggi storici più delicati, dalle rivolte popolari fino ai proclami di mobilitazione bellica, hanno sempre trovato la propria scintilla sul pulpito della khutbah. Ne consegue che finanziare una moschea e curare l'indottrinamento dei suoi ministri non è un atto di mera filantropia, ma significa acquisire la cloche del comando sull'orientamento politico e sociale dei fedeli. Ecco perché la notizia di un corso avanzato per imam organizzato da un altro Stato in Italia non è una notizia sulla quale sorvolare.
La moschea rifiuta per sua stessa natura la rassicurante e restrittiva etichetta giuridica di "luogo di culto", esigendo di essere analizzata per ciò che è realmente: un centro di potere sociale e politico in grado di determinare gli equilibri della società civile.
E proprio la Grande Moschea di Roma, - il tempio islamico più imponente d'Europa, situato nel cuore della diocesi papale e protetto dal patrocinio saudita - dove in queste ore è in corso la formazione dei nuovi imam per il nostro Paese -, finì al centro di un duro scontro istituzionale nel giugno del 2003. In quell'occasione, l'imam dell'epoca, inviato dall'autorevole università cairota di Al-Azhar, pronunciò una khutbah infuocata. «O Allah, fai trionfare i combattenti islamici in Palestina, in Cecenia e altrove nel mondo! O Allah, distruggi le case dei nemici dell'islam e aiutaci ad annientarli!».
Che a guidare i nuovi corsi di formazione in Italia sia il Ministero saudita della da'wah svela, poi, la natura profonda dell'operazione.
Lontana dall'essere una semplice attività missionaria o umanitaria, la da'wah si configura come una precisa strategia di pressione politica volta all'islamizzazione del tessuto civile e alla graduale sostituzione delle libertà democratiche con i precetti della shari'ah. Come rilevato dalla scrittrice Ayaan Hirsi Ali, la da'wah è quello che la "lunga marcia" attraverso le istituzioni fu per i marxisti del ventesimo secolo: una sovversione dall'interno, l'uso della libertà religiosa per sconvolgere quella stessa libertà».
Il raggio d'azione di questo progetto si estende a una vera e propria "jihad legale". E la da'wah, adesso, riparte in Italia proprio da Roma.
4 AGO 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8616
ATTENTATO AL GAY PRIDE: BERLINO SCOPRE IL TERRORISMO ISLAMICO
di Stefano Magni
A Berlino, nel centralissimo Tiergarten e a poca distanza dalla Porta di Brandeburgo, sabato 25 luglio sera la comunità Lgbt stava celebrando il Christopher Street Day, un evento del Pride in cui si ricorda la rivolta gay partita dal locale Stonewall Inn nel 1969, a New York. Un furgone bianco si è lanciato sulla folla. Una vittima (una donna, deceduta in ospedale per le ferite riportate) e 29 feriti, nessuno dei quali in pericolo di vita. Non solo l'attentatore ha travolto la folla con il suo veicolo, ma, secondo i testimoni, ha anche colpito a caso tutte le persone che incontrava con un coltello dalla lunga lama.
L'attentatore è stato subito identificato come islamico, così come la matrice ideologica dell'attentato. Lo ha dichiarato domenica a mezzogiorno il ministro dell'Interno Alexander Dobrindt, che ha subito parlato di "terrorismo islamista". Il sospetto, Abdul Ballout, 21 anni, nato in Germania da genitori libanesi, è stato subito identificato dalla polizia, rintracciato in un edificio del quartiere Spandau e ucciso durante uno scontro con la polizia. Nascosto in un capanno del giardino di casa sua, il terrorista ha aggredito gli agenti, i quali hanno dovuto difendersi con le armi.
Il fatto che un attentato sia identificato subito come "islamico" è una novità per la cronaca del terrorismo in Germania. Anche nei casi più eclatanti, come l'attentato al mercatino di Natale di Berlino del 19 dicembre 2016, la polizia non aveva parlato chiaramente di matrice islamica o islamista dell'attacco. La vicenda più oscura resta quella della sparatoria a Monaco, il 22 luglio 2016: attentatore era un giovane iraniano, matrice dell'attentato mai dichiarata. O anche quella dell'attentato al mercatino di Natale di Magdeburgo nel 2024: sempre auto lanciata sulla folla, alla guida c'era un immigrato arabo saudita, ma era noto per essere stato un attivista anti-islamista, dunque matrice ignota o non stabilita. Attentati minori, commessi da lupi solitari, sono stati trattati come un categoria a parte, atti di violenza di persone con problemi psichiatrici.
La certezza con cui quest'ultimo attentato, ai danni della comunità Lgbt, sia stato immediatamente identificato come islamico, sta nel fatto che l'attentatore era ben noto alle forze dell'ordine e alla magistratura tedesca. Questo giovane immigrato di seconda generazione, infatti, ha iniziato come tutti i radicalizzati, come un criminale comune: arrestato due volte per furto, da minorenne, nel 2020 e nel 2022. La svolta dell'islamizzazione è arrivata più tardi, nel 2025, quando si è recato in Libano per raggiungere la Siria ed entrare nello Stato Islamico. Ma in Libano si è mosso in modo troppo scoperto ed è stato arrestato. Dopo tre mesi di carcere le autorità di Beirut lo hanno rimandato in Germania.
L'aspetto più sconcertante della vicenda è che Ballout fosse a piede libero. Un anno dopo l'arresto in Libano, infatti, nel maggio scorso, era stato condannato dalla magistratura tedesca a un anno e dieci mesi di reclusione per "preparazione di un grave atto di violenza che metteva in pericolo lo Stato". In pratica gli inquirenti avevano scoperto che stesse preparando un attentato e lo avevano arrestato. Ma un giudice lo ha rimesso in libertà vigilata (non troppo, da quel che si è visto) in cambio della sua adesione a un programma sociale di de-radicalizzazione. La terza sessione di questo programma doveva svolgersi il 27 luglio, oggi per chi legge.
Per la Germania, dunque, è un doppio risveglio: si scopre che il terrorismo islamico esiste e anche che il modo di combatterlo, seguito finora, è perfettamente inutile.
21 LUG 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8593
LA TORTURA SESSUALE COME PIANO DI GUERRA DEGLI ISLAMICI
di Stefano Magni
Una nuova indagine condotta dalla Commissione civile israeliana, ha riaperto la dolorosa ferita del pogrom del 7 ottobre 2023. La Commissione è un organismo indipendente ed ha indagato su un corpus di prove imponente: oltre 10 mila fotografie, più di 1.800 ore di filmati e oltre 430 interviste, testimonianze e incontri con sopravvissuti, ex ostaggi, esperti e familiari.
L'indagine, i cui risultati sono stati pubblicati e divulgati il 12 maggio, riguarda la violenza sessuale sistematica subita quel giorno e nei mesi successivi dalle donne israeliane vittime di Hamas.
Entrare nei dettagli più che truculenti delle singole torture a sfondo sessuale subite dalle donne, in diversi casi anche dagli uomini, sarebbe impressionante per il lettore e distrarrebbe dalle conclusioni. Per chi volesse approfondire, l'intero rapporto è reperibile online.
LA BRUTALITÀ COME PIANO
Sono le conclusioni dell'indagine a costituire una novità. Abbiamo infatti la prova che Hamas abbia agito seguendo un piano e non limitandosi a dar libero sfogo agli istinti sadici dei suoi terroristi e dei loro numerosi collaboratori. Tutti i dettagli e le dinamiche dello stupro di massa del 7 Ottobre lo dimostrano.
"Hamas e i suoi collaboratori hanno fatto ricorso alla tortura sessuale per massimizzare il dolore e la sofferenza", leggiamo nel rapporto.
Le vittime hanno subito atti brutali, tra cui ustioni, mutilazioni, stupri, immobilizzazione, inserimento forzato di oggetti nei genitali, colpi d'arma da fuoco al volto e alla zona genitale, uccisioni e abusi davanti ai propri familiari, nonché esecuzioni. Molte vittime sono state trovate ammanettate, legate o comunque fisicamente immobilizzate. Forme estreme di violenza sessuale e di genere sono state perpetrate contro gli ostaggi tenuti in cattività per lunghi periodi, sia donne che uomini.
Queste torture e violenze sessuali erano standardizzate, non spontanee:
La Commissione d'inchiesta civile ha individuato almeno tredici tipi di abusi in diversi luoghi, tra cui:
1) stupro, stupro di gruppo e altre forme di violenza sessuale;
2) tortura sessuale, comprese ustioni e mutilazioni intenzionali;
3) colpi d'arma da fuoco deliberati alla testa, al viso e alla zona genitale;
4) Omicidi ed esecuzioni a seguito o in concomitanza con violenze sessuali e di genere;
5) Abusi sessuali post mortem, umiliazioni e profanazione dei cadaveri;
6) Nudità forzata ed esposizione;
7) Ammanettamento e immobilizzazione delle vittime;
8) Esibizione pubblica ed esibizione al pubblico ludibrio di donne e bambini;
9) Rapimento di madri e bambini;
10) Violenza sessuale e di genere inflitta in presenza o nelle immediate vicinanze di familiari;
11) Riprese video e diffusione digitale di atti di violenza sessuale e di genere, compreso l'uso dei social media per documentare, esaltare e amplificare le atrocità;
12) Minacce di matrimonio forzato con gli aguzzini;
13) Stupro e altre forme di violenza sessuale contro ragazzi e uomini.
GUERRA PSICOLOGICA
Se nei crimini commessi dai regimi totalitari del passato, la segretezza era rispettata in modo maniacale (i nazisti, ad esempio, non hanno mai ammesso lo sterminio degli ebrei e i comunisti hanno sempre negato l'esistenza delle fosse comuni o dei gulag), Hamas ha dato massima visibilità ai suoi crimini, anche in diretta.
Anche questo modo di ostentare la violenza è una precisa strategia di guerra psicologica.
L'indagine documenta come i responsabili abbiano usato come un'arma la visibilità e la diffusione digitale come parte integrante della violenza stessa, compresi i contenuti a sfondo sessuale. I gruppi armati hanno registrato atti di abuso, umiliazione e omicidio, diffondendo poi i filmati attraverso le piattaforme dei social media e gli stessi account digitali delle vittime.
Nessuno ha celato la propria identità:
I responsabili si sono ripresi mentre commettevano gli attacchi e hanno diffuso immagini e video che li ritraevano mentre aggredivano, umiliavano, rapivano e uccidevano donne, bambini e intere famiglie, oltre a profanare i cadaveri. Hanno presentato le donne e i loro corpi come trofei di guerra.
Le prime vittime di questa strategia del terrore mediatico sono stati i parenti delle vittime:
In numerosi casi, i familiari hanno appreso per la prima volta della sorte dei propri cari attraverso immagini o video diffusi dagli autori dei reati. Questo uso deliberato dei media digitali ha trasformato gli atti di violenza in strumenti di guerra psicologica diretti non solo alle vittime, ma anche alle famiglie e alla società in generale.
E la distruzione dei rapporti familiari era uno dei primi obiettivi dei terroristi di Hamas:
In diversi episodi documentati, le vittime sono state aggredite sessualmente o umiliate in presenza di parenti e, in uno dei casi documentati, i membri della famiglia sono stati costretti a partecipare ad atti di violenza reciproci. Questi atti riflettono ciò che la Commissione definisce violenza sessuale "kinocida": violenza deliberatamente progettata per distruggere la famiglia come unità sociale ed emotiva, trasformando in arma i legami tra i membri della famiglia.
VIOLENZE PROLUNGATE E FEMMINISMO CIECO
Secondo uno dei più ricorrenti mantra pro-pal, la violenza del 7 Ottobre non giustifica il "genocidio" (quello sì, ancora tutto da dimostrare) che gli israeliani avrebbero commesso a Gaza. Questa critica non tiene conto del fattore tempo: il 7 Ottobre non fu un fatto isolato e le torture fisiche, psicologiche e sessuali, si sono prolungate nel tempo, sulla pelle degli ostaggi, finché la guerra non è finita.
Le violenze sessuali sono proseguite anche dopo gli attacchi stessi. Il rapporto riporta le testimonianze degli ostaggi liberati e di altre fonti che dimostrano come le aggressioni sessuali, le umiliazioni sessuali e le torture a sfondo sessuale siano continuate durante la prigionia a Gaza per lunghi periodi. In alcuni casi, gli abusi sessuali e di genere subiti dagli ostaggi sono andati avanti per mesi.
Questa inchiesta è un messaggio della bottiglia, in attesa di essere letto da qualche organismo sovranazionale o associazione per la difesa dei diritti umani, all'Onu o nel variegato mondo occidentale. Ma ci sono poche speranze che venga raccolto e letto da chi di dovere. Quasi certamente: non dalle femministe che, ormai, come è evidente dal 7 Ottobre, hanno sposato la causa palestinese. Al punto di espellere anche le femministe stesse, se solo denunciano gli stupri di Hamas.
Il rapporto della Commissione civile interroga le nostre coscienze di occidentali. Viviamo in una società giustamente sensibile ai diritti delle donne, sensibilissima al femminicidio, ma cieca di fronte alle vere violenze seriali e ai veri femminicidi di massa. Se a commetterli sono quei palestinesi che la nostra classe colta ha identificato come "oppressi", persino le femministe stentano a vederli e a denunciarli.
7 LUG 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8601
LA CONVERSIONE ISLAMISTA DI TUCKER CARLSON
di Stefano Magni
Yalda Hakim, di Sky News, intervista Tucker Carlson e ottiene una sua autocritica pubblica, praticamente in diretta Tv. Riguarda l'Islam: "Molte volte ho detto in televisione: 'Il problema è l'Islam. Il problema sono i musulmani. Vogliono tutti ucciderci. Sono tutti pazzi. Fanno tutti parte di questa setta suicida folle creata da Maometto nel VII secolo'", e poi l'ex opinionista di Fox, ora giornalista indipendente e podcaster da milioni di ascolti, aggiunge: "E ci credevo. Ero fuori di me. Ci credevo. Ora, non è vero. Niente di tutto ciò è vero, ma ci credevo".
Per quanto riguarda il parere di Tucker Carlson sull'Islam, si può dire che sbagliasse allora e sbagli adesso? Sbagliava allora a definire tutti e due i miliardi di musulmani come una setta di assassini, compresi i dissidenti iraniani, compresi i dissidenti palestinesi che stanno morendo sotto la repressione di Hamas, compresi i musulmani bosniaci vittime del genocidio serbo e i caduti musulmani nell'esercito americano. Tucker sbagliava per generalizzazione.
E però sbaglia anche adesso, perché, non in questa intervista, ma in dichiarazioni rilasciate cinque mesi fa, arriva a negare l'esistenza della minaccia jihadista: "Negli ultimi 24 anni non conosco nessuno negli Stati Uniti che sia stato ucciso dall'Islam radicale".
Appena un anno prima di quella finestra temporale, quasi 3.000 americani sono stati uccisi dai jihadisti nell'attacco dell'11 settembre alle Torri Gemelle e al Pentagono. Ma anche per quanto riguarda la storia degli Usa dopo il 2001, Tucker Carlson vuole farci dimenticare: l'attentato a Fort Hood (2009), l'attentato alla maratona di Boston (2013), la strage a San Bernardino (2015), l'attentato alla discoteca di Orlando (2016), il car ramming di New York (2017), l'attentato alla base navale di Pensacola (2019), l'attentato di Capodanno a New Orleans (2025).
GLI OCCHI SULLA REALTÀ?
Possibile che Tucker Carlson non ricordi questi episodi? Non è possibile, perché li commentava su Fox News mentre accadevano e non aveva dubbi sulla loro matrice islamica. Ha semplicemente cambiato narrazione. Che vuol dire, letteralmente: cambiare tutto il suo modo di descrivere la realtà. Probabilmente facendo credere di avere preso, nel frattempo, una sorta di "pillola rossa" che gli ha aperto gli occhi sulla realtà.
C'è chi ipotizza che questa "pillola rossa" arrivi dal Qatar e sia anche molto costosa. Carlson smentisce e comunque è innocente fino a prova contraria. Sta di fatto che sta veicolando a milioni di suoi ascoltatori, puntata dopo puntata, tutta la narrazione tipica dei Fratelli Musulmani, la stessa promossa da Al Jazeera.
Per poi andare anche oltre: se il Qatar, se non altro per sopravvivenza, non ha fatto propaganda per l'Iran, Tucker ha sdoganato pure il regime di Teheran. Ha definito la guerra in Iran come "la fine di Trump" e del movimento MAGA. E comunque è la fine del suo sostegno a Trump, che ritiene un presidente "ricattato" da Israele, o addirittura al servizio dello Stato ebraico: "Stanno prendendo decisioni sulla base di altri criteri: cosa è meglio per questa azienda, cosa è meglio per Israele, cosa è meglio per i nostri donatori".
Il problema di Tucker Carlson è grave ed è sia a monte che a valle. A monte: non stiamo parlando solo di un "ex opinionista di Fox News licenziato dalla sua televisione", stiamo parlando di uno degli influencer più potenti e ascoltati d'America. Il suo sdoganamento dell'Islam è funzionale solo al suo odio per Israele e per la "lobby ebraica".
Va ad aggiungersi, come seguito naturale, a due anni di serrata campagna anti-israeliana, in cui ha ospitato storici negazionisti dell'Olocausto, pastori protestanti palestinesi anti-sionisti, suore ortodosse pro-Hamas e un nazistoide come Nick Fuentes. Una "Zanzara", ma senza umorismo, in cui era inevitabile che prima o poi sdoganasse anche l'Islam, in tutte le sue forme.
IL VENTO ANTISIONISTA
"Ho visto più antisemitismo nella destra negli ultimi 18 mesi che in tutta la mia vita e si sta diffondendo come un cancro - diceva il senatore repubblicano Ted Cruz, tre mesi fa - Carlson è il più pericoloso demagogo in America".
Non tutto il male viene dall'influencer, che è una spugna. Per avere pubblico, deve comunque riposizionarsi dove tira il vento. E il vento antisionista tira fortissimo in questi anni. Per almeno tre motivi.
Primo: lo sdoganamento dell'antisemitismo classico che in America ha sempre avuto la fissazione del "controllo ebraico" sul governo federale. L'acronimo Zog (Zionist Occupation Government) era usato solo da un'estrema destra ghettizzata. Oggi l'idea che il governo agisca per ordine dei sionisti è sdoganata e quel che c'è di peggio è che, con la guerra in Iran, è una tesi che è stata ampiamente diffusa anche dai media mainstream.
Secondo: l'isolazionismo è tornato in auge. E l'isolazionismo contemporaneo, almeno a partire dagli anni Trenta del secolo scorso, ha venature antisemite. È l'idea che siano gli ebrei sionisti a trascinare in guerra gli Usa, contro i loro veri interessi.
Questa corrente è anche culturalmente pericolosa se inizia a riscrivere la storia: tutti i nemici degli Usa, da Hitler a Bin Laden sarebbero "falsi avversari" creati dai sionisti per spingere gli americani a combattere guerre non loro. Nei casi più estremi si arriva anche al negazionismo della Shoah.
Infine c'è l'odio per Israele, a reti unificate, di tutti i media mainstream, del mondo accademico e del mondo internazionalista (dall'Onu alle Ong più ricche): un modo di leggere la questione mediorientale tutto e solo in una direzione, giustificando sempre il punto di vista palestinese e condannando sempre quello israeliano.
Questa corrente è responsabile dello sdoganamento dell'antisemitismo, nelle sue forme più grevi e pericolose. Finora la destra ne era quasi del tutto immune. Da due anni non lo è più, evidentemente.
23 GIU 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8578
BERSANI LO AMMETTE, LA SINISTRA PUNTA AL VOTO DEI MUSULMANI
di Giuliano Guzzo
«Perché no? Adesso lei mi dice perché no». È con queste parole che Pier Luigi Bersani, ospite ad Otto e mezzo da Lilli Gruber, ha risposto alla giornalista di Libero Brunella Bolloli, la quale faceva presente come, alle elezioni comunali di Venezia, il centrosinistra avesse cercato di puntare sul voto della comunità bengalese. Che, in effetti, si è mobilitata in modo massiccio, ma non è bastato per impedire la vittoria di Simone Venturini. Ora, al di là di come sia andato il voto di Venezia, le parole bersaniane a La7 suonano interessanti perché confermano ciò che, finora, era poco più d'un sospetto: l'intenzione del centrosinistra di fare proprio il voto di comunità di stranieri a larga maggioranza musulmana. Un tema, si badi, che non nasce certo oggi e non riguarda solo l'Italia.
Già nel 2002, infatti, il filosofo francese Pierre-André Taguieff parlava di Islamo-gauchisme descrivendo le convergenze tra socialisti e musulmani. Nel 2013, poi, era stato pubblicato al riguardo perfino uno studio - intitolato The Emerging Red-Green Alliance - per mettere a fuoco il profilarsi, sulla scena politica, di una «alleanza rosso-verde». Una alleanza che si è nel tempo rafforzata e che, secondo Il Giornale, ha giocato un suo ruolo perfino nel recente referendum sulla giustizia, nella quale sarebbero stati sostanzialmente arruolati contro il governo qualcosa come 1,7 milioni di voti islamici. Esagerazioni? Forse. Sta di fatto che le parole di Pier Luigi Bersani, da cui siamo partiti, confermano in modo chiaro che l'alleanza tra sinistra e voto islamico non è più un'ipotesi: è una realtà.
Certo, si tratta d'una non notizia dal punto di vista giornalistico proprio perché - come appena detto - è da tempo che il campo progressista strizza l'occhio al voto di cittadini di origine straniera e di religione musulmana. La novità, in quanto accaduto ad Otto e mezzo, sta invece nel fatto che quest'alleanza, in Italia, ora viene apertamente non solo ammessa ma, come si diceva, rivendicata; il che rappresenta senza dubbio un gesto d'onestà intellettuale, nulla da dire. Al tempo stesso, tutto questo ispira almeno due brevi riflessioni. La prima concerne il fatto che, a questo punto, l'atteggiamento di favore e di accoglienza, almeno a parole, da parte della sinistra verso l'immigrazione può essere criticato - senza essere più tacciati di fare processi alle intenzioni - anche per la sua strumentalità.
La seconda e ultima riflessione da fare ha la sua base in un dilemma: oggi abbiamo una sinistra italiana che si serve del voto islamico, ma chi ci dice che sarà sempre così? Come possiamo cioè escludere che, domani, possano essere le forze politiche islamiche a servirsi del voto di sinistra per affermarsi? Del resto, che oggi due importanti metropoli planetarie come Londra e New York abbiano come sindaci, espressione della sinistra, due personalità di fede islamica - rispettivamente Sadiq Khan e Zohran Mamdani - è un fatto. Certo, né a Londra né a New York è stata introdotta la sharia e scenari come quelli descritti da Michel Houellebecq in Sottomissione sembrano scongiurati. Almeno per ora, s'intende. Perché alla capacità del campo progressista (lo stesso che tifa aborto libero e morte assistita) di perseguire il suicidio dell'Occidente potrebbe non esservi limite.
2 GIU 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8566
L'ERRORE DELL'OCCIDENTE, CIECO DI FRONTE ALLA CRESCITA DI UN CALIFFATO VIRTUALE
di Souad Sbai
L'Occidente ha commesso un errore fatale continuando a guardare il terrorismo islamista come un fenomeno strettamente militare, mentre il jihadismo evolveva in una minaccia culturale, digitale e identitaria. Oggi il cosiddetto Stato Islamico non ha più bisogno soltanto di territori da conquistare, perché gli basta occupare gli schermi dei nostri figli. È questa la drammatica denuncia contenuta nel recente studio dell'International Centre for Counter-Terrorism (ICCT), che descrive la nascita di un vero e proprio "califfato virtuale" costruito su misura per l'universo Gen Z.
Lo studio mostra come l'estremismo si sia perfettamente adattato ai linguaggi delle nuove generazioni, colonizzando videogiochi, TikTok, meme, musica trap, estetica goth, chat criptate e ironia social. Non siamo più davanti alla propaganda rozza dei video nel deserto. Oggi il radicalismo si presenta sotto forma di contenuti apparentemente innocui, mimetizzati nell'universo digitale frequentato dagli adolescenti europei.
Secondo il rapporto, gruppi vicini all'Isis utilizzano piattaforme come Roblox, Minecraft, Discord e TikTok per creare ambienti di indottrinamento graduale. Ragazzi giovanissimi vengono agganciati attraverso dinamiche di appartenenza, sfida e ribellione. La propaganda eversiva non parla più soltanto di religione, ma fa leva su mascolinità, esclusione sociale, riscatto, odio verso l'Occidente e ricerca di senso.
Da anni denuncio che il fondamentalismo non può essere affrontato con il multiculturalismo ingenuo e con il relativismo culturale. Abbiamo lasciato crescere intere generazioni nel vuoto esistenziale, mentre nelle periferie avanzavano predicatori radicali, influencer pseudo-religiosi e reti digitali capaci di manipolare i soggetti più fragili. Oggi paghiamo il prezzo di quella cecità politica.
Il caso di Modena rappresenta un campanello d'allarme che nessuno può permettersi di ignorare. Salim El Koudri, cittadino italiano di origine marocchina, ha travolto con un'auto diversi passanti nel centro cittadino, ferendo gravemente numerose persone. Le indagini parlano di disagio psichico e marginalità, eppure emergono anche messaggi di odio contro i cristiani e un profondo rancore identitario.
È fondamentale essere chiari: non ogni musulmano è un estremista e non ogni disagio sociale produce fenomeni eversivi. Sarebbe però irresponsabile negare che esista oggi una saldatura pericolosa tra fanatismo online, vittimismo esasperato e cultura islamista diffusa nelle reti digitali. È proprio questo lo scenario descritto dall'Icct, con giovani occidentali che assorbono simboli jihadisti come fossero elementi estetici o linguaggi di appartenenza.
La sinistra europea continua tuttavia a rifiutare il problema. Chi denuncia il fondamentalismo finisce sotto accusa, mentre si tace davanti alla diffusione di contenuti estremisti nelle piattaforme frequentate da minori. Un atteggiamento suicida. Per anni si è preferito parlare soltanto di inclusione, senza mai pretendere integrazione reale, rispetto dei principi democratici e difesa dell'identità europea.
L'Isis ha compreso ciò che molte cancellerie europee non hanno ancora capito, ovvero che la battaglia decisiva si combatte nell'immaginario collettivo. Il jihadismo contemporaneo non si limita a reclutare combattenti, ma costruisce comunità emotive, modelli di appartenenza e codici simbolici capaci di sedurre adolescenti disorientati.
Quando un giovane europeo cresce senza radici forti, immerso in una collettività che rinnega se stessa e delega l'educazione agli algoritmi, diventa vulnerabile a qualsiasi narrativa radicale. Il fondamentalismo offre una risposta semplice, totalizzante e aggressiva, contrapponendo un'identità assoluta a una società che considera decadente.
Il "califfato virtuale" non nasce nel vuoto. Cresce dentro l'Europa fragile, auto-accusatoria e disarmata che abbiamo costruito negli ultimi anni. E continuerà a espandersi finché la politica non ritroverà il coraggio di difendersi senza complessi ideologici. Liquidare i responsabili di tali atrocità definendoli semplicemente come "pazzi" impedisce alla popolazione di comprendere i processi effettivi di radicalizzazione. Il terrorismo non è follia estemporanea, bensì un processo razionale e deliberato per le persone che lo eseguono.
Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "La Svezia mette al bando il termine "islamofobia" per autodifesa" parla del ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, che ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l'intero concetto che la sottende. È una forma di autodifesa dall'islamizzazione.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 20 maggio 2026:
Il ministro degli Esteri svedese, Maria Malmer Stenergard, ha annunciato che il governo intende abbandonare non soltanto la parola «islamofobia», ma l'intero concetto che la sottende, in nome della difesa della libertà di espressione.
Al suo posto, ha spiegato, Stoccolma spingerà per l'uso di espressioni più precise come «odio anti-musulmano». Una decisione che segna una frattura netta con il linguaggio dominante degli ultimi decenni e che rischia di rimescolare il dibattito pubblico ben oltre i confini scandinavi. D'altronde si sa, le accuse di islamofobia vengono utilizzate in tutto il mondo per silenziare chi osa mettere in discussione le dottrine islamiste.
Classe 1979, giurista di formazione, la Stenergard è da tempo considerata la «principessa ereditaria» del premier Ulf Kristersson. Volto noto del Partito Moderato, ex promessa del tennis giovanile, abile comunicatrice, prima che il rimpasto di Governo la spostasse agli Esteri, era ministro dell'Immigrazione. Il Paese, infatti, l'ha conosciuta per la linea inflessibile nell'applicazione dell'Accordo di Tidö - l'accordo di coalizione di Governo: ridurre drasticamente gli ingressi irregolari e facilitare il rimpatrio nei Paesi di origine. Ora, da ministro degli Esteri, porta la stessa coerenza sul piano internazionale: la Svezia non si limiterà a cambiare vocabolario in casa propria, ma intende fare pressione affinché Unione Europea e Nazioni Unite seguano l'esempio.
Sia l'Ue che l'Onu hanno fatto proprio il concetto di islamofobia. Le Nazioni Unite hanno istituito nel 2022 una Giornata internazionale per combatterla e hanno nominato un inviato speciale dedicato; l'Unione Europea ha finanziato progetti, nominato coordinatori e prodotto rapporti che trattano il fenomeno come categoria a sé, ma soprattutto come un'emergenza di primaria importanza per tutto il Continente. A dare peso a questa battaglia lessicale è anche il panorama internazionale: l'Organizzazione della Cooperazione Islamica (Oci), con sede in Arabia Saudita, e riunisce 57 Stati a maggioranza musulmana, gestisce da anni un Osservatorio sull'islamofobia che ha prodotto almeno diciassette rapporti sull'argomento negli ultimi due decenni. Nel 2022, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito la Giornata Internazionale per la Lotta all'islamofobia, celebrata ogni 15 marzo. Nel Regno Unito, novembre è diventato il "Mese della Consapevolezza sull'islamofobia", iniziativa particolarmente estesa agli atenei inglesi. Nessuna giornata equivalente esiste invece per contrastare l'odio contro cristiani o ebrei.
Quella svedese è una decisione che arriva in risposta alle insistenti sollecitazioni dei Democratici Svedesi, culminate nell'interrogazione parlamentare del deputato Richard Jomshof. Il quale ha accusato colleghi e giornalisti di aver «abboccato all'esca islamista», sottolineando come il termine venga spesso brandito anche contro musulmani che si battono per i diritti delle donne. Del resto, da tempo gli analisti sostengono che il termine «islamofobia» sia stato sapientemente promosso dalle reti islamiste proprio per assimilare la contestazione della dottrina islamista, delle prescrizioni della shari'a o delle aspirazioni politiche all'odio razziale, azzittendo, in un colpo solo, ogni voce dissenziente.
In particolare, il concetto viene ricondotto al repertorio ideologico dei Fratelli Musulmani, l'organizzazione islamista sunnita transnazionale nata in Egitto nel 1928. Il gruppo è stato designato ufficialmente come entità terroristica in diversi Paesi a maggioranza musulmana. L'Egitto, sua terra d'origine, lo ha messo al bando e dichiarato organizzazione terroristica già nel 2013. Nel 2014, lo hanno seguito Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. E la Fratellanza Musulmana e le sue ramificate reti hanno saputo indirizzare perfettamente il potenziale di questo termine per trasformarlo in un'arma retorica di straordinario successo: porre l'ideologia politica islamista al di sopra di ogni critica.
L'iniziativa di Stoccolma si inserisce così in un tentativo più ampio, e storico, di contrastare l'infiltrazione islamista nella società svedese. Ricordiamo che, nel maggio 2025, un rapporto del Ministero dell'Interno francese intitolato "Fratellanza Musulmana e islamismo politico in Francia" ha evidenziato la «presenza attiva» dell'organizzazione anche in Svezia.
Secondo Le Monde, il documento sottolinea che la sezione svedese dei Fratelli Musulmani, «pur di dimensioni ridotte, si distingue per la sua influenza sulle strutture europee del movimento». Un'influenza dovuta, secondo il rapporto, ai finanziamenti provenienti dal Qatar,
19 MAG 2026 · VIDEO: Modena è molto peggio ➜ https://www.youtube.com/watch?v=q33P-WT_1Xw
TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8550
LA TENTATA STRAGE DI MODENA, TROPPA FRETTA NELLO SCARTARE LA PISTA ISLAMISTA
di Stefano Magni
La città di Modena, Emilia Romagna, non si è ancora risvegliata dal trauma di sabato 16 maggio, a metà pomeriggio. Un episodio di violenza del genere, in Italia, non lo si era ancora mai visto. Un giovane figlio di immigrati marocchini, Salim El Koudri, alla guida di una Citroen C3, passa un incrocio a 100 all'ora, mira con precisione al marciapiede più affollato e falcia tutti quelli che incontra. Non soddisfatto, sterza e falcia anche tutti quelli che camminano sul marciapiede opposto. Infine, si schianta contro una vetrina, provocando le ferite peggiori a una malcapitata turista tedesca di 69 anni: ha entrambe le gambe amputate di netto dall'urto. L'aspirante stragista scappa, a farlo uscire dall'auto è Luca Signorelli, un cittadino di passaggio che aiutava la turista tedesca. Lo insegue, lo raggiunge e lo atterra, si becca due coltellate, una delle quali rischiava di essere letale. Altre persone, fra cui due egiziani, si uniscono spontaneamente all'azione di placcaggio. L'aggressore viene definitivamente immobilizzato, pronto per il primo interrogatorio di polizia. Agli inquirenti, domenica, non dirà nulla.
Non ci sono morti, mentre questo articolo va online. La turista tedesca che ha perso le gambe nello schianto finale è la più grave di otto feriti. In gravi condizioni, in rianimazione all'Ospedale Maggiore di Bologna, ci sono altre due persone, marito e moglie, entrambi 55enni. Lei è ancora in pericolo di vita, lui è stato dichiarato "stabile" nel briefing medico di ieri sera, 17 maggio. Una donna di 53 anni, ricoverata all'Ospedale Civile di Baggiovara, provincia di Modena, è stata sottoposta a più di un intervento chirurgico, resta in prognosi riservata. Nello stesso ospedale, un altro paziente, 59 anni, riporta un trauma facciale e ha una diagnosi di 30 giorni. Fra i feriti più lievi c'è Luca Signorelli, che ha incassato una coltellata in testa ed è riuscito a fermare un fendente al cuore. Ieri pomeriggio i feriti sono stati visitati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dalla premier Giorgia Meloni.
NIZZA, BERLINO, LONDRA E BARCELLONA
Ma cosa è successo? Scene simili le abbiamo viste a Nizza, Berlino, nelle città israeliane, a Londra e a Barcellona: tutti attentati islamici, rivendicati dallo Stato Islamico, nel caso degli attacchi in Europa o anche da sigle terroristiche jihadiste come Hamas e la Jihad palestinese nel caso degli attentati in Israele. Qui, ad ora, manca una rivendicazione. L'uomo che ha cercato la strage è incensurato. Per ora prevale la tesi del gesto di un folle. Salim El Koudri, nato in provincia di Bergamo, è residente a Ravarino nel Modenese dal 2000. La sindaca della cittadina, Maurizia Rebecchi, in una nota in cui esprime vicinanza ai feriti e alle loro famiglie, spiega: «Sappiamo che è stato seguito da un Centro di salute mentale e che, successivamente, ha interrotto quel percorso. Sarà compito esclusivo dell'indagine ricostruire l'intero quadro. È un atto gravissimo e come tale va trattato». «Se emergeranno correlazioni con la salute mentale della persona che ha compiuto questo gesto, sarà necessario interrogarci ancora di più su come potenziare i servizi e proteggere le persone», ha commentato il presidente della Regione Emilia-Romagna Michele de Pascale.
Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi è estremamente prudente nei suoi commenti: «al momento, ma chiaramente gli inquirenti faranno ulteriori accertamenti, il fatto sembra collocabile soprattutto con una situazione di disagio psichiatrico che, tuttavia, non cambia la tragicità degli effetti».
La giunta di sinistra di Modena ha cercato di esorcizzare il trauma con un grande raduno della cittadinanza. Piazza Grande, domenica 17 maggio pomeriggio, si è riempita in pochi minuti di persone, almeno 5mila stando alle prime stime. Sul palco si sono alternati sindaci, il presidente della Regione Michele de Pascale, il presidente della Provincia Fabio Braglia. «La nostra comunità è unita, non c'è spazio per l'odio. Generalizzare che tutti gli stranieri sono da mandare a casa è una castroneria degna di sciacalli». È uno dei passaggi più applauditi del discorso del sindaco di Modena Massimo Mezzetti.
LE REAZIONI DELLA POLITICA
Più che il trauma subito e la dimostrazione di coraggio di una cittadinanza che non si chiude in casa, stando alle prime interviste, chi era presente in piazza se la prendeva soprattutto con il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini e chi, a destra, "strumentalizza". Salvini ha fatto notare il cognome arabo dell'attentatore (perché di attentato si tratta, comunque, a prescindere dalla matrice) e ha ribadito il suo programma di remigrazione: la cittadinanza va meritata. Anche se, in questo caso, Salim El Koudri è cittadino italiano nato in Italia ed è legalmente difficile, se non impossibile, revocare la cittadinanza ad uno che l'ha dalla nascita.
Giorgia Meloni, sottolinea invece un aspetto che può e deve piacere a tutti: l'eroismo di chi ha fermato l'aggressore, con un coraggio da personaggio di Clint Eastwood. «Ciò che rende eroica una persona normale è l'istante in cui il cuore sceglie di fare il bene, anche quando questo comporta un rischio. Gli eroi, in fondo, non sono persone straordinarie: sono uomini e donne comuni che, in un momento decisivo, mettono ciò che è giusto davanti a sé stessi. Ed è proprio in quella scelta, così umana e così luminosa, che una vita normale diventa esempio e lascia un segno destinato a restare. Grazie Luca». Rivolgendosi, in un tweet, a Luca Signorelli. La sinistra istituzionale non fa a meno di notare anche la presenza dei due immigrati egiziani, Osama e Mohammed Shalaby, padre e figlio, fra chi è accorso per primo a placcare l'aggressore.
Quindi, con una rapidità incredibile, è stata archiviata la pista islamica fra i possibili moventi dell'attentato e semmai si dice che il problema peggiore è chi, come Salvini, "strumentalizza". Però il ministro Piantedosi ha dichiarato che gli inquirenti "faranno ulteriori accertamenti". Fra questi ci sarà anche l'ispezione dei contenuti dei messaggi online del futuro stragista. Meta, prima dell'attentato, aveva chiuso tutti i suoi profili. Un provvedimento molto grave che viene preso dagli amministratori in occasione di violazioni particolarmente pesanti delle regole della comunità. Che messaggi aveva scritto El Koudri prima di lanciarsi nella sua folle corsa omicida? La dinamica dell'attentato ricalca per filo e per segno numerosi precedenti. Sono pochissimi i casi di emulazione ad opera di non musulmani. El Koudri era armato di coltello, non si è arreso, non era sotto shock quando è stato fermato: l'abbinamento auto e coltello è un'altra costante degli attentati di questo tipo.
LA PISTA DEL TERRORISMO ISLAMICO
Il periodo è fra i più pericolosi: con la guerra in Iran ancora praticamente in corso, l'allerta attentati è cresciuta. Il regime iraniano è l'ultimo, in ordine di tempo, di una serie di organizzazioni e movimenti jihadisti che reclutano nella comunità islamica europea per compiere attentati. Non reclutano in modo tradizionale, ma usando i social network, puntando sulla radicalizzazione fai-da-te di menti fragili. Un giovane immigrato di seconda generazione, 31 anni, laureato in Economia ma disoccupato, isolato, sempre più "strano", secondo i suoi vicini faceva lunghe urlate al telefono (con chi?) è un profilo ancora molto sospetto.
La pista del terrorismo islamico, solitario o su commissione, non è affatto esclusa. È semmai la politica di sinistra e il suo intero ecosistema mediatico che hanno cercato di tacitare questa voce: sbattendo una diagnosi psichiatrica in prima pagina, cambiando il soggetto dell'attentato dall'uomo al suo mezzo ("auto impazzita sulla folla"), evitando accuratamente quelle stesse generalizzazioni a cui ricorre in altre circostanze. Se un bracciante immigrato del Mali viene assassinato a Taranto, è un omicidio razzista "che interroga la coscienza di tutti gli italiani". Se un immigrato di seconda generazione cerca deliberatamente la strage, è solo lui che ha problemi, la comunità musulmana non c'entra, l'islam non c'entra, la mancata integrazione è un "fuori tema" e non si può parlare di terrorismo. Come sempre l'ambiente mediatico mainstream pare non cercare neppure la verità, di fronte a un evento scomodo per la sua ideologia, transenna la scena e dice ai suoi utenti "non c'è niente da vedere".
Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Una lunga serie di attentati jihadisti con auto e camion sulla folla" parla di come a Modena si sia replicato un copione visto tante volte sin dai primi anni 2000. Attentati con mezzi semplici: un'auto lanciata sulla folla. I gruppi jihadisti lo hanno praticato e anche predicato a lungo contro i nemici di Allah. Sarà questo un altro caso?
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 maggio 2026:
Anche l'Italia ha il suo attentato. Sebbene non si conosca ancora la matrice. Via Emilia, cuore di Modena. Famiglie a passeggio, la normalità di un sabato italiano. Poi, una Citroën C3 piomba sulla folla come un proiettile impazzito: oltre cento all'ora, marciapiede trasformato in trappola. Scarpe che volano, corpi falciati, sangue e distruzione. Quindici feriti, una donna alla quale sono state tranciate entrambe le gambe e c'è chi lotta tra la vita e la morte.
Nizza, Berlino, Barcellona, Londra. Ora Modena. Il copione è sempre lo stesso, tragicamente immutabile.
5 MAG 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8528
ALLAH IN COMUNE, L'ISLAMO-SINISTRA PREPARA LE AMMINISTRATIVE
di Lorenza Formicola
L'ombra di un'onda verde si allunga sulle istituzioni italiane, e non ha nulla a che fare con l'ecologia, ma con l'islam. Non è più un'ipotesi da politologi visionari. Parlano le urne e con esse le liste di candidati in tutto lo Stivale.
Per anni, da queste colonne, vi abbiamo raccontato il caso Francia preannunciando il destino italiano. Oggi, l'islamo-gauchisme, quel patto d'acciaio tra la sinistra estrema, ma non solo, e l'islam politico, è sbarcato ufficialmente nel Belpaese. A sinistra il sogno di una società multiculturale ha mostrato fin da subito la strategia di trasformare i "nuovi italiani" in un cavallo di Troia per occupare lo spazio politico: il contributo dei voti delle comunità musulmane, un'operazione che si nasconde dietro lo slogan dell'integrazione ma che punta a vincere le elezioni prendendo il voto di chi vuole imporre un'altra cultura tra invocazioni ad Allah e manifesti in arabo.
Al momento, il laboratorio più avanzato di questa strategia risulta Venezia, dove il Partito Democratico ha candidato in blocco sette esponenti della comunità bengalese. Parliamo di una compagine fortissima nel veneziano: a Mestre è in ballo un'operazione che potrebbe a breve trasformare un'ex segheria - oggi ritrovo di tossicodipendenti - in una moschea da circa 8000 metri quadrati. I lavori di sgombero e pulizia sono iniziati pochi mesi fa e sono stati finanziati proprio dalla comunità bengalese, in attesa che possa arrivare l'attesa variante di destinazione d'uso da commerciale a luogo di culto. Occorrerà anche il parere favorevole delle Ferrovie dello Stato per la vicinanza alla linea ferroviaria, ma la cosa non li preoccupa minimamente. L'anno scorso la fondazione di riferimento ha firmato il preliminare d'acquisto per l'ex segheria, versando un anticipo di 150.000 euro su un totale di 1,5 milioni. Oggi, aspettano solo una nuova amministrazione compiacente.
ALLA CONQUISTA DELLA LAGUNA VENEZIANA
A febbraio, Prince Howlader, presidente dell'associazione "Giovani per l'umanità" e promotore del progetto per i connazionali musulmani di Mestre e Marghera, dichiarava al Gazzettino: «Faremo tutti i passi con calma, rispettando le normative. Ora ci sono le elezioni e non ha senso presentare nulla, ma con la prossima amministrazione andremo avanti». Ed eccola, puntuale, la lista che in nome di Allah chiede di sostenere i sette candidati per le comunali del prossimo 23 e 24 maggio: volantini in lingua, il sogno della nuova moschea e le invocazioni ad Allah per l'ascesa al consiglio comunale di Venezia.
Nell'ultimo decennio i bangla arrivati in Veneto hanno comprato case, riaperto centinaia di vetrine chiuse: Via Piave, via Cappuccina e Corso del Popolo a Mestre si sono popolati dei loro negozi di frutta e verdura; vivono a ridosso della Fincantieri, dove molti lavorano. Una comunità che conta quasi 20mila persone e che, per la prima volta, vuole dire la sua alle urne. Essendo la realtà straniera più numerosa in laguna, con 3500 aventi diritto al voto, la loro influenza è tangibile.
Ma la laguna veneziana è solo la punta di diamante di un mosaico che si va componendo, tessera dopo tessera, su tutto il territorio nazionale. Se a Mestre la strategia si gioca sulla solidità economica e sulle grandi strutture, altrove il baricentro si sposta sulla simbologia e sull'identità islamica. È il caso di Agrigento, dove si sono candidati Khezar Adnane, imprenditore marocchino noto in città, e Carmela Lombardi, cittadina italiana convertita all'islam, che ha scelto di farsi ritrarre con lo hijab e una scritta in arabo: «Dio è uno solo: Allah per il musulmano, Dio per il cristiano, ma sempre lo stesso unico creatore». Risalendo la penisola fino a Lecco, troviamo già dieci candidati musulmani pronti alla sfida delle comunali, tra cui spicca Hicham Bouraghba, figura di riferimento legata al Centro Islamico Culturale cittadino e schierato nelle liste di Alleanza Verdi e Sinistra.
Questa proliferazione di candidati sotto l'egida di sigle progressiste non è però un fenomeno spontaneo o disorganizzato. Ha un teorico e un obiettivo temporale chiarissimo. Francesco Tieri, detto Abd al-Haqq - figura centrale del neonato partito islamico "Musulmani per Roma" e con un passato nelle file di Demos a sostegno di Gualtieri nella Capitale - ha tracciato la rotta in una lettera che è un vero e proprio manifesto politico. Tieri, osservando con attenzione proprio il laboratorio di Lecco, ha lanciato una sfida aperta a tutti i musulmani d'Italia attraverso una lettera sui social. Il calcolo è ambizioso quanto preciso: assicurando almeno dieci candidati per ognuno dei 2000 comuni che tra 2026 e 2027 torneranno alle urne, «potremo vedere 20mila musulmani trasformarsi in soggetti politici in tutta Italia».
IL VERO TRAGUARDO
Il vero traguardo è dunque fissato per quella data, con un progetto che punta alla capillarità assoluta. Una mobilitazione di massa capace di portare una legione di esponenti dell'islam politico a sedere contemporaneamente nelle istituzioni locali, mutando definitivamente gli equilibri e trasformandoli nell'ago della bilancia politica in ogni angolo del Paese.
Il primo vero segnale di questa forza d'urto si è palesato con l'esito del referendum sulla giustizia. Quel 'No' che ha sbarrato la strada alla riforma della Giustizia non è stato un semplice atto politico, ma il battesimo della cosiddetta "Generazione Gaza": giovani motivati e mobilitati dalle piazze pro-Pal, che hanno trasformato il risentimento ideologico in voti pesanti. I due milioni di scarto che hanno deciso il quesito corrispondono quasi perfettamente al peso della comunità islamica avente diritto di voto. Una coincidenza? Per Davide Piccardo i musulmani d'Italia hanno semplicemente deciso di dare un segnale immediato al Governo, fungendo da ago della bilancia. «È una mobilitazione massiccia, organizzata e motivata», spiega.
Il partito islamico si organizza e il caso Venezia è solo l'ultimo dei tanti. È la strategia dell'islam politico, che punta all'istituzione della shari'a in Italia. Per farlo, occorre entrare nelle istituzioni, contaminarle e coltivare gradualmente il germe dell'islamismo.
In questo scenario, da tempo la sinistra fa da apripista per far penetrare l'islamismo nei Comuni: a Monfalcone, per esempio, conta già un consigliere che si occupa degli interessi dei bengalesi e dell'islam. Il vero obiettivo resta la sovversione del nostro sistema.
I dati, d'altronde, delineano un quadro eloquente: secondo le stime, solo nel quinquennio 2021-2024 sono state registrate 114.953 nuove cittadinanze a persone provenienti da Paesi musulmani. Se guardiamo poi in prospettiva alla percentuale di musulmani tra i nuovi nati, soprattutto nelle regioni del Nord, il destino dell'Italia appare già scritto tra le pieghe di una demografia che si fa destino politico.
3 FEB 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8446
DALLE PIAZZE ALLE URNE, AVANZA IL PARTITO ISLAMICO D'ITALIA di Lorenza Formicola
L'islam avanza dentro le nostre istituzioni con passo ormai visibile. Lo fa attraverso l'elezione di consiglieri comunali, mediante esponenti che assumono posizioni sempre più nette sui temi dell'attualità, grazie al legame solido e crescente intrecciato tra le comunità musulmane, i centri sociali, le sigle extraparlamentari e i partiti di sinistra: un'alleanza cementata nelle piazze attorno alla causa ProPal e, soprattutto, capace di trasformare in realtà ciò che per anni è rimasto soltanto una minaccia evocata: il partito islamico italiano. Sarà il contesto favorevole, sul piano mediatico, dettato dall'elezione di un sindaco musulmano a New York, come se l'eco d'oltreoceano potesse tradursi automaticamente in un copione domestico. Ma sta di fatto che iniziano ad essere numerose le realtà, ed è difficile prevedere cosa ci riserverà il futuro.
C'è MuRo27 - Musulmani per Roma 2027, per esempio: un progetto che ruota attorno a Francesco Tieri, ingegnere convertito all'islam. S'era già affacciato alla politica nel 2021 con la candidatura alle primarie del centrosinistra nel V Municipio: 600 voti alle primarie di Centocelle-Tor Pignattara, raccogliendo le istanze dei musulmani in quelle zone. Poi la candidatura alle comunali con Demos a sostegno di Roberto Gualtieri.
In una città che conta 110mila musulmani, di cui 30mila con diritto di voto, la sfida si fa interessante. Con sale di preghiera già trasformate in palcoscenici elettorali nel 2021, MuRo27 si proietta verso una sfida che si estende dal diritto di culto alla lotta all'islamofobia, fino all'orizzonte dichiarato di una shari'a declinata in chiave italiana.
L'obiettivo è esplicito: incidere sull'agenda politica muovendo dai principi della religione musulmana, portando a compimento il paradigma dell'islam tra poligamia, punizione per apostasia, sottomissione della donna, diffida della libertà individuale e condanna come peccato di tutto ciò che esce dal perimetro delle sue regole.
L'islam nega la separazione tra Stato e culto: la domanda, allora, è dove intenda arrivare attraverso una rappresentanza istituzionale. La shari'a non si esaurisce nel rito, ma disciplina la famiglia, la società, l'economia, il diritto, l'organizzazione stessa della vita civile, collocandosi agli antipodi dei principi che regolano il modus vivendi italiano. È un impianto che trae legittimazione da un'autorità trascendente e ambisce a governare ogni ambito del vivere collettivo: non può che entrare in rotta di collisione con i sistemi giuridici degli Stati europei.
HAMAS IN ITALIA
Negli ultimi anni, questa volontà di affermazione ha mostrato la capacità di costruire legami e convergenze: la propaggine di Hamas in Italia, guidata dall'imam Hannoun, affiancata a sigle come Usb e Potere al Popolo; piazze gremite non più soltanto da gruppi di matrice islamica - come i Giovani Palestinesi Italiani, che il 7 ottobre scorso hanno sfilato a Bologna inneggiando alla strage di Hamas - ma anche da organizzazioni della sinistra radicale. È una saldatura che risponde a una logica di reciproca necessità: l'estrema sinistra utilizza la causa palestinese per colpire il governo italiano, mentre i musulmani sfruttano reti e connessioni profondamente radicate per rilanciare la propria battaglia, spingere l'Italia a recidere i legami con Israele e affermarsi nelle istituzioni, esibendo la forza del movimento.
In questa cornice, le varie sigle comprendono di poter osare di più, cercando consenso soprattutto nelle periferie e tra gli astenuti, intercettando malcontento e frustrazione. Non a caso a Roma sono comparse bandiere del Palestine Communist Party, con lo slogan in arabo: «Lavoratori del mondo unitevi», in una chiamata alla mobilitazione antigovernativa che salda la questione umanitaria a quella sociale.
È qui che il quadro si ricompone. Nelle parole pronunciate in una recente diretta social da Brahim Baya, predicatore islamico di Torino, e da Davide Piccardo, coordinatore del Coordinamento delle Associazioni Islamiche di Milano e Monza e Brianza, affiora senza filtri l'obiettivo perseguito da mesi: trasformare la presenza numerica della comunità islamica in forza politica consapevole. «La nostra comunità conta tre o cinque milioni di persone. Quello che voglio dalla comunità e da chi guida questa comunità è renderla in grado di essere consapevole dei suoi diritti, di come lottare per i suoi diritti insieme al resto della cittadinanza. Il problema è che la nostra comunità anche agli appuntamenti elettorali non è detto che sia partecipe e non è detto che sia consapevole del suo peso e della possibilità che ha di far valere i propri diritti ed è questo che fa sì che gli altri si azzardino sempre di più ad attaccarci». Una chiamata esplicita alle urne.
L'ISLAM ITALIANO È ORGANIZZATO
Baya non è nuovo a questa linea. È lui che sta spingendo la comunità islamica a votare "no" al referendum sulla giustizia; è lui che ha difeso con veemenza l'imam di via Saluzzo, Mohamed Shahin, lasciato in libertà dal Tribunale di Torino nonostante un decreto di espulsione perché ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale; ed è sempre lui che in passato ha celebrato Yahya Sinwar come martire, nonostante sia la mente dell'eccidio del 7 ottobre.
E la liberazione dell'imam Shahin ha segnato un passaggio decisivo. Non è stata una sentenza come le altre: per la prima volta, i musulmani organizzati in Italia si sono mostrati come una forza capace di esercitare pressione, mobilitare consenso, ottenere risultati. A suggellarlo, le parole della giornalista Karima Moual, che sui social rivendica la svolta: «Per la destra islamofoba è finita la pacchia. L'islam italiano oggi è organizzato. La liberazione dell'imam Shahin ne è la prova».
Il partito islamico torna ciclicamente a riaffacciarsi nelle cronache, come un'ipotesi che si dissolve e poi riemerge. Ricordiamo l'ultimo banco di prova che è stato Monfalcone, la scorsa primavera, dove una lista composta da candidati di fede islamica, tutti stranieri, guidati da Bou Konate, ex assessore di centrosinistra, originario del Senegal, non ha superato lo sbarramento, pur riuscendo a portare in consiglio comunale un consigliere musulmano eletto nelle file del Partito democratico.
Prima di Monfalcone, un precedente si era già delineato a Magenta con La Nuova Italia. Partito nato su impulso di Munib Asfaq, ragioniere pakistano, contro l'amministrazione comunale che aveva negato alla comunità islamica la concessione di un'area per la preghiera settimanale. Il programma fissava obiettivi espliciti: ius soli, gestione dei permessi di soggiorno in ambito comunale e creazione di spazi di culto.
Il potere dei nuovi leader islamici nasce, così, dalla capacità di negoziare e mediare con la società che li circonda, ma soprattutto di "costruire l'islam senza compromessi" dentro il contesto italiano. È su questo terreno che l'agenda del partito islamico prende forma: moschee, scuole, università e piazze sono i nodi di una rete pensata per trasformare l'identità islamica in forza politica che conta.
Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?
Informazioni
| Autore | BastaBugie |
| Organizzazione | BastaBugie |
| Categorie | Religione e spiritualità |
| Sito | www.bastabugie.it |
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