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Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?
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23 DIC 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8387
LA PAURA DELL'ISLAM DETTA LEGGE IN TRENO di Manuela Antonacci
Un'idea che arriva in seguito all'ultima aggressione e al tentato stupro subiti da una ragazza, il 15 ottobre scorso, in un treno regionale RER a Val-de-Marne, nella zona est di Parigi, deserto. L'ennesima, negli ultimi giorni, che ha fatto crescere un clima di paura e di esasperazione tali, da portare a formulare una petizione che chiede, in Francia, carrozze specifiche riservate alle donne sui treni suburbani e sulle metropolitane e che in poco tempo ha già raccolto 21.000 firme. E, in effetti, diverse donne francesi, sui social, raccontano di non sentirsi sicure sui mezzi pubblici.
«Finché il sistema non ci proteggerà, vedo questa idea come una misura temporanea e necessaria, almeno per ridurre i rischi. E ad essere onesti, non credo nell'idea di rieducare gli uomini aggressivi. È una bella teoria, ma non funziona nella realtà» – afferma Marie K., autrice della petizione, residente in Val-d'Oise che prende regolarmente la RER D. Nella petizione si legge anche che «Questi treni avrebbero una segnaletica chiara e visibile per identificare questi vagoni». Ma il problema è davvero il "genere" dei passeggeri? O c'è una questione più sostanziale alla base? Si tratta di "mascolinità tossica" in generale o del fatto che la maggior parte degli aggressori sono immigrati?
L'eurodeputata Marion Maréchal - che quest'estate ha rilasciato un'intervista esclusiva al nostro mensile (qui per abbonarsi) - sottolinea questo dato: «L'83% delle vittime di violenza sessuale sui trasporti pubblici nella regione dell'Île-de-France sono francesi, mentre il 61% delle persone accusate di questi crimini sono stranieri. Il problema non sono gli uomini; Il problema è l'immigrazione di massa». Dunque, una segregazione forzata, quella sulle carrozze, che rischia, a lungo andare, di rivelarsi inutile se il problema non verrà affrontato alla radice.
Peraltro, considerata l'immigrazione islamica di massa, che è diventata una realtà, in un paese come la Francia, si rischia di adeguarsi allo standard sociale tipico di questa cultura che considera le donne come oggetto di peccato che, pertanto, è bene siano tenute lontane dagli uomini, in uno stato, appunto di segregazione. E ancora, questa misura, prevedendo carrozze dove la presenza di persone immigrate sarebbe esigua, trattandosi principalmente di donne, farebbe stracciare le vesti alle prefiche sinistroidi del politicamente corretto. Insomma, in qualunque modo la si pensi, non risulta proprio la soluzione più efficace. Forse il problema non sono le carrozze "aperte", ma la creazione che, di fatto si sta rivelando un'utopia, di una società multiculturale, aperta, anzi apertissima, al punto da essere diventata ormai fuori controllo...
2 DIC 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8370
ALL'UNIVERSITA' DI CATANZARO APRE LA PRIMA MOSCHEA STUDENTESCA di Lorenza Formicola
Al Policlinico universitario di Germaneto, tra i corridoi dell'Edificio delle Bioscienze, si apre una porta che segna una storica novità per l'università italiana. L'Università Magna Graecia di Catanzaro inaugura il primo spazio di culto islamico all'interno di un ateneo pubblico del Paese. Il progetto nasce da una richiesta presentata nel 2024 da un gruppo di studenti dell'Università Magna Graecia, approvata dagli organi accademici e formalizzata con una convenzione firmata il 12 settembre 2025 tra il rettore Giovanni Cuda e Antonio Carioti - nel frattempo diventato Antonio Omar dopo la conversione all'islam - presidente e imam dell'associazione musulmana Dar Assalam OdV di Catanzaro, ente iscritto al RUNTS, il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore.
Si tratta di un comodato d'uso gratuito, circoscritto e regolato, ma dal valore simbolico fortissimo: il primo spazio di culto islamico riconosciuto formalmente da un'università pubblica italiana.
Un gruppo di studenti si dispone in silenzio, le scarpe lasciate fuori dalla porta. Il muezzin chiama alla preghiera. Ecco che a Catanzaro, si apre una pagina inedita: una università pubblica destina metri quadrati al sermone del venerdì dell'imam, anziché migliorare l'offerta formativa e i servizi per gli studenti italiani. L'accordo prevede la possibilità di fermarsi per le cinque preghiere quotidiane (quindi il diritto di assentarsi da lezioni o esami), il sermone del venerdì (Jumu'a) e le due principali festività islamiche, Eid al-Fitr e Eid al-Adha. Lo spazio sarà gestito direttamente dalla Dar Assalam, che ne curerà l'organizzazione. A guidarla sarà proprio Omar Carioti, convertitosi all'islam alcuni anni fa, accanto all'imam Khalid Elsheikh, riferimento della comunità locale. È importante sottolineare che il sermone del venerdì, o Khutbah, non è equiparabile ad una omelia, che circoscritta al contesto liturgico, afferisce alla parola di Dio. Il sermone dell'imam - figura non regolamentata da alcuna autorità ufficiale - è un discorso più ampio, che tocca temi sociali, civili e, in diversi contesti, anche politici.
LA STRATEGIA DELLA FRATELLANZA MUSULMANA
Ed è, inoltre, significativo che tutto questo accada proprio a Catanzaro, dove la comunità islamica è piccola, sebbene non piccolissima e certamente, a quanto pare, non irrilevante. Nella provincia vivono circa 12.000 musulmani, di cui 2.000 nel capoluogo. Provengono dal Marocco e dal Maghreb, ma anche da Bangladesh, Pakistan, Senegal, Sudan, Iraq, Costa d'Avorio e altri Paesi. In tutta la Calabria, i musulmani sono 24.500, pari all'1,72% della popolazione regionale. Eppure, da questa realtà minoritaria è partita la spinta capace di ottenere, di fatto, una moschea all'interno di un'università per la prima volta nella storia d'Italia.
In Francia, nei primi anni Duemila, un gruppo musulmano aveva proposto di utilizzare le chiese cattoliche dismesse per la preghiera, nel tentativo di risolvere i disagi delle celebrazioni in strada. In Italia, invece, il percorso ha preso un'altra direzione: si è partiti dalle università.
Segno di un Paese che cambia, e va progressivamente islamizzandosi, dove la presenza musulmana assume forme nuove e sempre più organizzate. Ad aprile, a Monfalcone, è nata la prima lista elettorale islamica per le amministrative; in Campania, la candidata di origini palestinesi Souzan Fatayer (Alleanza Verdi e Sinistra) è finita al centro di polemiche per un video dai contenuti antisemiti; in Puglia, Jarban Bassem rappresenta un altro volto emergente di una rappresentanza politica musulmana strutturata.
Tutto questo s'inserisce nel solco di un'azione più ampia, coerente con la strategia della Fratellanza Musulmana, la più grande confraternita islamista del mondo, fondata nel 1928 in Egitto da Hassan al-Banna e oggi diffusa in oltre 70 Paesi. Secondo l'economista egiziano Abdel-Khaliq Farooq, la Fratellanza gestirebbe ogni anno fondi non dichiarati per un valore compreso tra 200 e 250 milioni di dollari, destinati a finanziare una rete estesa di associazioni, scuole e ONG. Una di queste, la Islamic Relief Worldwide, ha registrato 456 milioni di sterline di entrate in soli quattro anni. Per loro il mondo delle scuole e quello accademico rappresentano un bacino di riferimento su cui il movimento punta per rafforzare la propria presenza.
80 MOSCHEE IN ITALIA
In Italia, diversi dossier indicano che l'organizzazione più influente del Paese, legata alla Fratellanza Musulmana, gestisce oltre 80 moschee e centinaia di sale di preghiera con donazioni provenienti anche da Paesi del Golfo. Una rete che traduce il Corano in italiano, organizza corsi, doposcuola e inventa strumenti per orientare i modelli culturali. Non un movimento clandestino, ma un sistema diffuso e capillare, in cui religione, identità e comunità si intrecciano.
Obiettivo della Fratellanza non è la rivoluzione, ma la trasformazione lenta, quasi impercettibile, che passa attraverso i cuori e le menti. La sua forza non è nella segretezza, ma in una ambiguità strategica: un linguaggio doppio, una presenza discreta, una capacità di adattamento che le consente di radicarsi senza mai apparire destabilizzante. E il suo raggio d'azione guarda all'intero Occidente.
Quando il movimento fu bandito o represso nei Paesi arabi, molti dei suoi ideologi cercarono rifugio in Europa, trovando nelle democrazie occidentali un terreno fertile per riorganizzarsi. In Svizzera, il genero di al-Banna, Saïd Ramadan, fondò nel 1961 il Centro Islamico di Ginevra, nucleo storico del pensiero islamista europeo. I suoi figli, Tariq e Hani Ramadan, ne ereditarono la missione, diventando due delle voci più influenti dell'islam politico nel continente.
Da allora, la rete della Fratellanza si è ampliata con metodo. In tutta Europa, moschee, enti di beneficenza, istituti scolastici e associazioni civiche hanno costituito un mosaico organizzato, capace di promuovere la propria visione dell'islam sotto la forma della sensibilizzazione culturale e religiosa.
Pubblicamente promuove il dialogo e i diritti civili; privatamente tollera o incoraggia narrazioni antisemite, anti-occidentali. Non costruisce la propria influenza con le armi, ma con la rete. Non dirotta aerei, ma fa lobbying nei consigli scolastici. Non organizza attentati, ma apre start-up halal, scuole islamiche. La sua tattica è quella dell'infiltrazione legittima: lenta, decentralizzata, difficile da distinguere dall'attivismo civico.
In Italia, il dibattito su queste dinamiche rimane quasi assente. Eppure, numerose organizzazioni musulmane operano da anni con legami diretti o ideologici con la Fratellanza.
Per l'islam non si prevede separazione tra moschea e Stato, ritenuti indissolubili. La logica musulmana non riconosce nessuna permanente forma di potere o religione al di fuori dell'islam. Nel frattempo è dovere di ogni islamico fare ciò che gli è possibile per il raggiungimento dell'obiettivo madre: la sottomissione, anche con la forza, dell'interno mondo ad Allah. Se quindi a Catanzaro, si prende un'aula dell'università pubblica per farne una moschea, non si può parlare semplicemente di "libertà religiosa".
I fatti di Catanzaro ci dicono che la trasformazione culturale dall'interno è in atto. E che si sta ridefinendo il confine invisibile tra fede, identità e politica in un'Europa che fatica a riconoscere se stessa. Così, l'Italia, dopo l'imam in carcere, presenta la moschea in università all'Occidente.
28 OTT 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8333
SACERDOTE A PROCESSO PERCHE' HA DETTO CHE L'ISLAM RADICALE E'... RADICALE! di Manuela Antonacci
«Le mie dichiarazioni non sono state mai né discriminatorie, né di incitazione all'odio», ha dichiarato deciso padre Custodio Ballester, catalano di nascita e sacerdote per vocazione, che mercoledì si è seduto sul banco degli imputati del Tribunale Provinciale di Malaga accusato di islamofobia. Oggi, ha 61 anni e pende sulla sua testa il rischio di una condanna a tre anni di carcere a causa delle dichiarazioni rilasciate nel 2017 sull'islam, nel talk show di un programma televisivo digitale "La ratonera" - ovvero "La trappola per topi". La frase incriminata sarebbe la seguente: «l'Islam radicale intende distruggere la civiltà cristiana e radere al suolo l'Occidente». Tuttavia aveva anche specificato come «in questo ambiente islamista, non tutti siano in grado di commettere atti violenti, ma che purtroppo coloro che si immolano e portano con sé coloro che considerano "infedeli" sono considerati santi».
Dunque, il sacerdote aveva fatto subito un distinguo tra islam radicale e islam moderato e non di tutta l'erba un fascio, come lo si accusa. Tali dichiarazioni hanno suscitato la reazione dell'associazione "Musulmani contro l'islamofobia" finanziata dai fondi pubblici del governo catalano. Ciò che, secondo il sacerdote, lo avrebbe reso passibile della massima pena sarebbe proprio il suo ministero sacerdotale, perché secondo la procuratrice Verdugo, gli consentirebbe di "indottrinare" le folle, diffondendo "odio". Insieme a padre Ballestrer sono perseguiti l'autore della trasmissione e un altro sacerdote, padre Jesús Calvo. Nessuno di loro è mai stato interrogato dalla procuratrice. Durante il processo di mercoledì scorso, durato diverse ore e ora in attesa della sentenza, padre Custodio ha insistito su ciò che ha più volte commentato da quando si è saputo della denuncia, che le sue dichiarazioni si riferivano solo ai musulmani estremisti e si è rammaricato che sia in corso un evidente tentativo di punire la libertà di pensiero.
«Sono calmo», ha detto ai giornalisti mentre lasciava l'aula, «l'esame finale è già stato fatto e ora aspetterò il verdetto». Al suo arrivo era sereno e sorridente ed era circondato da un gruppo numeroso di cattolici che gli hanno mostrato il loro sostegno recitando il Rosario alle porte del Tribunale di Malaga. Inoltre, i membri dell'Osservatorio per la Libertà e la Coscienza Religiosa, dell'Istituto di Politica Sociale (IPSE) e degli Avvocati Cristiani, hanno raccolto più di 27.000 firme per il ritiro dell'accusa contro i due sacerdoti cattolici e il direttore della trasmissione incriminata, Armando Robles, per il quale sono stati chiesti ben 4 anni di carcere e una multa di 3000 euro.
Padre Custodio, tuttavia, si è detto soddisfatto del processo che ha definito «tecnicamente impeccabile». Ha, inoltre, sottolineato che «se si attiene alla logica giuridica ci dovrebbe essere l'assoluzione. Se la politica si intromette, potrebbe essere qualcos'altro». E a proposito della grande mobilitazione generale in suo favore ha affermato: «Penso che la gente si sia resa conto che i pubblici ministeri hanno portato i crimini d'odio a estremi ridicoli. Solo per delle semplici affermazioni chiedono le stesse pene che si applicano a reati molto gravi come gli abusi sessuali o le terribili aggressioni fisiche. Una vera e propria sciocchezza che può essere intesa solo come mezzo di minaccia e di controllo sociale: l'unico discorso consentito è quello dettato dal potere».
Infine resta la gravità oggettiva di processi come questi, in cui l'oggetto del reato è qualcosa di imperscrutabile, ovvero la coscienza e le intenzioni e tutto ciò è tipico delle peggiori dittature, per non parlare poi del fatto che oggi sembra che gli unici a poter essere offesi impunemente siano i cattolici, mentre per le altre fedi, si arriva a chiedere il carcere. Ma la verità non può essere messa a tacere e se questo prete tacesse, parlerebbero le pietre.
28 OTT 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8330
IL CORAGGIO DELLA FEDE CATTOLICA IN MEZZO ALLA VIOLENZA IN BURKINA FASO
Essere cristiani in Burkina Faso significa vivere ogni giorno tra paura e fede. La presenza costante di gruppi jihadisti rende pericoloso anche solo confessare Cristo.
Mathieu Sawadogo decise di diventare catechista nel 2003. Dopo quattro anni di formazione, fu inviato con la moglie Pauline a Baasmere, nella diocesi di Dori, dove dal 2015 guidava una comunità di circa 150-200 fedeli.
Nel 2018 la loro vita cambiò per sempre. «Un gruppo venne a casa mia», ha raccontato ad ACS. «Mi chiesero di smettere di pregare e di organizzare funzioni religiose. Non portavano armi ed erano vestiti normalmente. Riconobbi alcuni di loro. "Se continui a fare quello che stai facendo, ti accadranno brutte cose", mi minacciarono».
Prima di andarsene, i miliziani bruciarono i negozi di liquori del villaggio. «La popolazione cristiana era terrorizzata e anch'io ebbi paura, ma pensai: "Non posso smettere di predicare la Parola di Dio, è per questo che sono qui"».
Dopo una seconda visita dei jihadisti, Mathieu e gli altri catechisti della zona si riunirono con il sacerdote e il vescovo. Decisero di restare, ma Mathieu mise in salvo la moglie e i figli.
Il 20 maggio 2018, vigilia di Pentecoste, Pauline tornò a Baasmere per la festa. A mezzogiorno, dieci uomini armati e mascherati irruppero nella loro casa. «Perché sei ancora qui?», gli chiesero.
«Sono un catechista, questo è il mio dovere», rispose.
Lo fecero stendere a terra, lo bendarono e lo legarono mani e piedi. Incendiarono la sua proprietà e lo portarono via in moto. Solo dopo scoprì che anche Pauline era stata rapita: «Aveva chiesto di non essere legata, perché all'epoca era incinta di cinque mesi, ma i terroristi ignorarono la richiesta».
«Dopo la prima notte mi tolsero la benda e mi slegarono, e allora capii che c'era anche lei. Fu terribile. Ma non mi permisero di parlarle per tutto il viaggio».
Arrivati a destinazione, i jihadisti portarono Mathieu davanti al loro capo, un arabo. Gli chiesero di divorziare da sua moglie e di convertirsi all'Islam. «Ogni giorno minacciavano di uccidermi dicendo: "Normalmente ti taglieremmo la gola, ma puoi scegliere come preferisci morire"».
Gli diedero un nome musulmano, bruciarono i suoi vestiti e cercarono di insegnargli la dottrina islamica. «Durante tutto questo periodo, non smisi mai di pregare. Ricordo che una notte recitai settecento Ave Maria, contandole con dei sassolini. In quel periodo la preghiera era l'unica cosa che mi sosteneva. Non ci sentimmo mai abbandonati da Dio, recitare il rosario ogni giorno mi dava forza».
Quando i rapitori capirono che non si sarebbero mai convertiti, iniziarono a discutere tra loro. «Alcuni dicevano che dovevano ucciderci, altri che dovevano liberarci. Infine, un giorno ci dissero che eravamo liberi di andare».
Liberati dopo quattro mesi di prigionia, Mathieu e Pauline riuscirono a farsi aiutare da un pastore, che li condusse in ospedale. Pauline fu visitata, ma il bambino che portava in grembo era già morto.
Mentre raccontava, il volto di Mathieu era rigato dalle lacrime: «Fu un dolore che ci ha segnati per sempre».
Tornato a Baasmere, trovò la casa distrutta. Tra le macerie, solo due oggetti erano rimasti: la sua carta d'identità e la Bibbia.
«Ciò mi commosse molto: era la Bibbia donatami dal Vescovo quando mi affidò il ruolo di catechista». Alla domanda sul perché non abbia ceduto, risponde con voce ferma: «Non potrei mai mentire a Dio, è meglio essere fedeli a Lui che agli uomini. Dobbiamo testimoniare e predicare Colui che seguiamo, ed essergli fedeli».
7 OTT 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8306
SINISTRA E JIHADISTI IN FRANCIA FANNO FRONTE COMUNE di Lorenza Formicola
C'è irritabilità nei corridoi de La France Insoumise. Un nervosismo vivo, che non nasce dalla crisi politica imposta da Macron - paradossalmente un'occasione che potrebbe perfino rafforzare le ambizioni elettorali della sinistra radicale parigina - bensì dall'imminente pubblicazione di un'inchiesta destinata a scuotere l'intero Paese: un libro che annuncia di rivelare i rapporti tra il movimento di Jean-Luc Mélenchon e l'islamismo.
«Da giovedì - avverte con tono tagliente Omar Youssef Souleimane, autore dell'opera - consiglio ai parlamentari del partito (La France Insoumise, ndr) di acquistare il volume, leggerlo con calma, senza agitarsi, e poi trarre le proprie conclusioni. Se lo riterranno diffamatorio, hanno tutto il diritto di citarmi in giudizio: siamo pur sempre in un Paese in cui la libertà d'espressione è sacra. Vorrei ricordare che ho trascorso venticinque anni della mia vita in Siria e in Arabia Saudita. Là ero già giornalista e bastava pubblicare un articolo perché venissi aggredito dai servizi segreti, umiliato, persino picchiato. Sono fuggito da quell'ingiustizia per rifugiarmi in Francia, la patria dei diritti umani: non certo per rivivere lo stesso incubo».
Parole al vetriolo, ma pronunciate in tutta calma all'indomani della clamorosa sconfitta legale inflitta al partito di Mélenchon che aveva tentato di fermare in tribunale la pubblicazione di un libro già diventato caso nazionale ancor prima di arrivare in libreria. Les Complices du mal, edito da Plon - in italiano I complici del male - squaderna i rapporti controversi tra candidati di LFI e progetti sovversivi di matrice islamista, tesi a imporre norme sociali compatibili con la shari'a. Un'opera osteggiata con forza dalla sinistra francese più dura e pura, e che ora, proprio grazie a quella battaglia legale persa, si prepara a diventare un detonatore politico.
Addirittura il partito aveva presentato un ricorso d'urgenza davanti al tribunale di Parigi contro la casa editrice Place des Éditeurs chiedendo una divulgazione anticipata e forzata dell'opera, con l'obiettivo di esaminarne le pagine prima che arrivassero in libreria. Ma i giudici hanno respinto la richiesta, pronunciandosi a favore di Omar Youssef Souleimane, che si era opposto con fermezza, rivendicando non solo la propria libertà d'autore, ma anche quella libertà di espressione che sarebbe stata irrimediabilmente compromessa da una simile imposizione. E La France Insoumise è stata pertanto condannata a pagare 1.500 euro a Place des éditeurs per le spese legali.
RADUNI PRO-PAL
Souleimane, ex cronista ricercato dai servizi segreti siriani per la sua attività contro il regime di al-Assad, racconta di aver costruito l'inchiesta calandosi dall'interno, infiltrandosi nelle primissime manifestazioni e raduni pro-Pal organizzati in Francia all'indomani del 7 ottobre 2023. E si è trovato di fronte a quella che descrive come una strategia mirata: un patto elettorale tra La France Insoumise e gli ambienti islamisti, calibrato con un obiettivo preciso, conquistare il "voto della comunità musulmana". Un'operazione politica che, secondo Souleimane, non è un episodio isolato, ma l'espressione di una tendenza più ampia. Ne emerge una narrazione aspra, in cui viene messa in evidenza «un'alleanza elettorale» pensata per conquistare il «voto della comunità musulmana». L'accusa - diretta, spiazzante e disturbante per l'opinione pubblica francese - è che alcuni dirigenti e candidati della gauche radicale abbiano intessuto rapporti con progetti tesi a introdurre regole sociali compatibili con la shari'a.
D'altronde, la Francia, lo sappiamo, è il principale laboratorio europeo dell'islamo-gauchismo: la saldatura tra settori della sinistra radicale e istanze islamiste, un'alleanza tattica che sfrutta il linguaggio dei diritti e delle rivendicazioni sociali per aprire varchi all'interno della democrazia repubblicana.
Ma la shari'a - l'insieme di precetti che regolano non solo il culto, ma la vita familiare, i codici penale e civile, le norme bancarie e amministrative delle comunità islamiche - risulta profondamente inconciliabile con i principi che governano le società occidentali. Una vera e propria minaccia alla tenuta di qualsiasi Stato, in questo caso della Francia. Basti ricordare che lo jihad - lo "sforzo e dovere collettivo" volto all'edificazione di uno Stato islamico - non è un concetto marginale, ma parte integrante della shari'a stessa, che lo definisce come obbligo religioso e giuridico, subordinando la politica alla dimensione della guerra: accogliere la shari'a equivale a imporre un impianto normativo che non regola la fede, ma istituzionalizza il terrorismo.
I FONDAMENTALISTI APPROFITTANO DELLA DEMOCRAZIA
«Com'è possibile che in Francia, un paese laico, i fondamentalisti siano così presenti? Che approfittino della democrazia per infiltrare la loro ideologia? La cosa più inquietante è questa alleanza tra islamisti ed estrema sinistra: è semplicemente sconvolgente». Si interroga Souleimane che, in Complici del male, la battezza "sinistra halal".
Il libro si apre con un ricordo personale: «Mi chiamo Omar, provengo da una famiglia musulmana praticante. E nella metropolitana di Parigi, nel gennaio 2015, un uomo mi ha scambiato per un ebreo e ha cercato di uccidermi. Solo dal mio aspetto, ha pensato che fossi ebreo. Venire in Francia, il Paese di Jean Jaurès e Paul Éluard, e rivivere ciò che avevo vissuto in Siria, è stato terribile». Souleimane approda Oltralpe nel 2012, dove ottiene prima l'asilo politico e poi la cittadinanza. Con l'ambizione di farsi poeta, pubblica diversi libri prima di arrivare a I complici del male, l'inchiesta che lo ha costretto a rivivere il passato: «tredici anni dopo, mi ritrovo di fronte a politici che vogliono ridurmi al silenzio!».
Nel suo J'accuse, Souleimane non esita a chiamare in causa anche l'eurodeputata Rima Hassan, volto di spicco de La France Insoumise, che, kefiah stretta al collo, sulla stampa nazionale, non sui canali arabi di ispirazione islamista, ha definito la Francia «un Paese colonialista» e persino «un Paese del Male», esprimendo sostegno aperto ad Hamas che avrebbe «agito legittimamente». «Sono esattamente le stesse parole dei Fratelli Musulmani», osserva Souleimane, tracciando una linea di continuità inquietante tra le dichiarazioni di una rappresentante politica francese e la retorica delle organizzazioni islamiste.
I MIEI AMICI ARABI
«Dal 7 ottobre ho perso la maggior parte dei miei amici arabi» racconta lo scrittore nato a Damasco. «Ai loro occhi, l'antisemitismo in Medio Oriente non dovrebbe essere rivelato agli occidentali, per non sostenere l'agenda "sionista". Soprattutto nel mezzo della guerra israelo-palestinese. [...] La cosa più triste è che sono stati miei compagni nella rivoluzione siriana, sanno benissimo che demonizzare Israele è una parte essenziale della propaganda del regime per restare al potere».
Non sono mancate, così, neanche le minacce di morte. «Ho ricevuto insulti in francese e in arabo, semplicemente per aver detto una verità che tutti conoscono. Sappiamo bene che la parola 'ebreo' è un insulto in Medio Oriente».
Il tentativo di censura della sinistra si è già trasformato in un boomerang, un classico "effetto Streisand": più si tenta di mettere a tacere un contenuto, più cresce la sua visibilità. Il libro, infatti, è già salito in cima alle classifiche online dei bestseller prima ancora dell'uscita. E quando un libro finisce al centro di una battaglia legale e politica diventa il nodo visibile di tensioni più vaste. Il nervosismo all'interno delle stanze di partito di Mélenchon la dice lunga, ma soprattutto interroga: cosa hanno da nascondere o da temere?
Nel frattempo, l'ex imam salafita Bruno Guillot - oggi convertito al cattolicesimo -, intervistato il 13 settembre su Europe1, ha confermato che la strategia dei Fratelli musulmani è quella di entrare nella vita politica francese tramite Mélenchon: «I Fratelli musulmani sono molto consapevoli della situazione in occidente, conoscono molto bene i suoi difetti».
17 SET 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=1647
UCCISO SHAHBAZ BHATTI, IL MINISTRO PER LE MINORANZE IN PAKISTAN CHE HA DIFESO ASIA BIBI
''Gesù è il cuore della mia vita e voglio essere un suo vero seguace attraverso le mie azioni, condividendo l'amore di Dio con i poveri, gli oppressi, le vittime, i bisognosi e i sofferenti del Pakistan''
di Marco Impagliazzo
Il ministro per le Minoranze del governo pachistano, il cattolico Shahbaz Bhatti, è stato barbaramente ucciso a Islamabad mentre si recava al lavoro senza scorta. Dopo la recente crisi di governo, Bhatti era stato confermato con il rango di ministro federale, nonostante una drastica riduzione del numero dei ministri. Era divenuto una figura nota internazionalmente per la sua battaglia per la riforma della legge sulla blasfemia. Nata per difendere la religione in Pakistan, tale legge si è spesso trasformata in uno strumento di denuncia e di persecuzione verso le minoranze, particolarmente i cristiani. Essi rappresentano il 2 per cento dei pachistani. Bhatti era uno di loro, che aveva deciso di spendere la sua vita per la libertà religiosa e per costruire una società del vivere insieme nonostante le differenze di pensiero o di etnia.
Nato il 9 settembre 1968 a Lahore, da parlamentare diventò ministro per le Minoranze affermando di voler combattere per «l'uguaglianza di tutti gli uomini, la giustizia sociale, la libertà religiosa, e per sollevare le minoranze religiose». E aveva aggiunto: «Voglio mandare un messaggio di speranza alla gente che vive nella rabbia, nella delusione e nella disperazione; Gesù è il cuore della mia vita e voglio essere un suo vero seguace attraverso le mie azioni, condividendo l'amore di Dio con i poveri, gli oppressi, le vittime, i bisognosi e i sofferenti del Pakistan». Una delle sue prime battaglie è stata, fin dal 1985, quella contro la legge sulla blasfemia. Sin da ragazzo ha organizzato incontri e studi sulla Parola di Dio.
Il ministro Bhatti era un'espressione bella, coraggiosa e indifesa di quella minoranza cristiana pachistana le cui difficoltà, oggi sono sotto gli occhi del mondo, derivano anche da una storia complessa e sofferta.
I primi nuclei di cristiani iniziarono a svilupparsi alla fine dell'Ottocento, sostenuti dall'opera infaticabile di missionari olandesi, irlandesi, italiani che, assieme alla predicazione del Vangelo, volevano migliorare le condizioni di vita dei contadini, praticamente schiavi alla mercé di grandi proprietari terrieri. Ai margini della società indiana si trovavano coloro che non rientravano nelle caste, destinati ai lavori più degradanti e senza alcuna speranza di riscatto. Proprio tra costoro l'annuncio della buona notizia ricevette l'accoglienza maggiore. La preoccupazione della Chiesa fu allora quella di aiutarli con scuole e piccoli terreni da coltivare in proprio.
L'impero britannico, paradossalmente, fu il primo oppositore di questo processo, poiché andava ad intaccare lo statu quo. I senza-terra e i fuori-casta indù dovevano rimanere tali. Nacquero comunque 53 villaggi in cui i cristiani potevano vivere insieme, accedere all'educazione e iniziare almeno a disporre di strumenti basilari per poter coltivare le terre. I due terzi di questi villaggi dai nomi evocativi (Mariamabad, Francisabad, Yohannabad) sorsero e si svilupparono prima dell'indipendenza del Pakistan. Altre famiglie vivevano sparse nelle regioni del Punjab e del Sindh. Nel frattempo, protestanti e cattolici crearono una rete preziosa di scuole e ospedali. Tali istituzioni sono aperte a tutti, tanto che numerosi esponenti dell'élite musulmana del Paese hanno studiato in licei o università gestite dai religiosi. Eppure, la piccola minoranza autoctona cristiana deve affrontare quotidianamente discriminazioni, gesti di piccole o grandi prepotenze. Gli attacchi contro i cristiani si verificano da anni in maniera improvvisa. Dopo l'11 settembre si sono intensificati sulla base della falsa semplificazione tra cristiani e Occidente. Basta paventare l'accusa di blasfemia contro il Corano, e prima ancora che un qualsiasi tribunale civile o religioso possa documentarne la fondatezza, i cristiani sono sotto accusa da parte di mani invisibili che si scagliano contro di essi. Non di rado dietro queste accuse si nascondono gelosie o interessi economici, per appropriarsi con la prepotenza o il ricatto di terreni, beni o denaro dalle famiglie incriminate.
Al di là della violenza aperta, poi, nella vita quotidiana talvolta i cristiani incappano in discriminazioni nello studio o sul posto di lavoro. Molti cristiani professano la loro fede in un'esistenza davvero precaria e insicura, segnata non solo dalla povertà ma anche dalla persecuzione. La Messa domenicale è l'espressione gioiosa e pubblica di questa minoranza. Vi partecipa una folla variopinta di adulti, giovani e bambini, che non si lascia intimidire dalle minacce e si aggrappa alla preghiera come ad un'ancora di salvezza. Si tratta di una Chiesa giovane e vivace, all'interno della quale vivono movimenti ecclesiali laicali, che professa la sua fede con dignità e coraggio. Di questa Chiesa era figlio Shahbaz Bhatti.
2 SET 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8276
IL PIANO DI HAMAS: PRIMA GLI EBREI, POI CONQUISTEREMO ROMA di Umberto Camillo Iacoviello
Meno di un anno fa abbiamo parlato della strana coppia comunisti occidentali-musulmani, mettendo in risalto le contraddizioni dei due partner, uniti esclusivamente dall'odio nei confronti dell'Occidente e di Israele. Al netto della complicata storia dei rapporti tra Israele e gli arabi palestinesi, permane una totale ignoranza sulla natura di Hamas, il Movimento Islamico di Resistenza, diverso dalla laica Al-Fatah.
Nato come costola palestinese dei Fratelli Musulmani, Hamas ha obiettivi ambiziosi che non si fermano alla cancellazione dello Stato di Israele. Questo è uno dei punti cruciali della questione. Nessuno si chiede: cosa pensano gli islamisti che controllano Gaza di noi occidentali? Non è esattamente un dettaglio. Dalle parole dei suoi leader emerge chiaramente - perché lo dicono senza mezzi termini - che lo scopo non è solo la "liberazione della Palestina", ma la creazione di un califfato mondiale.
Yunis Al Astal è un predicatore e membro di Hamas, eletto nel Consiglio legislativo palestinese per l'area di Khan Yunis. Ha conseguito laurea magistrale e dottorato in Sharia presso l'Università di Giordania ad Amman. È stato docente all'Università Islamica di Gaza, dove ha ricoperto i ruoli di preside della Facoltà di Sharia e presidente del Comitato per le Fatwa. Collabora regolarmente con il giornale Al-Risala (organo di Hamas) ed è tesoriere del Comitato Zakat al-Rahma a Khan Yunis.
Ha fondato e dirige le scuole islamiche e partecipa a programmi su Al-Aqsa Tv (canale di Hamas). Ha preso parte a varie conferenze di giurisprudenza islamica, in particolare su diritto bancario islamico e sull'insegnamento delle scienze islamiche nelle università. Proprio su Al-Aqsa Tv, Yunis Al Astal ha dichiarato:
Allah ti ha scelto per Sé e per la Sua religione, affinché tu serva da motore per trascinare questa nazione alla fase della successione, della sicurezza e del consolidamento del potere, e persino alle conquiste attraverso la da'wa [predicare l'islam] e le conquiste militari delle capitali del mondo intero. Molto presto, a Dio piacendo, Roma sarà conquistata, proprio come lo fu Costantinopoli, come profetizzato dal nostro Profeta Muhammad. Oggi, Roma è la capitale dei cattolici, o la capitale crociata, che ha dichiarato la sua ostilità all'Islam, e ha piantato i fratelli delle scimmie e dei maiali in Palestina per impedire il risveglio dell'Islam - questa loro capitale sarà un avamposto per le conquiste islamiche, che si diffonderanno in tutta Europa, e poi si rivolgeranno alle due Americhe, e persino all'Europa orientale. Credo che i nostri figli o i nostri nipoti erediteranno il nostro Jihad e i nostri sacrifici, e a Dio piacendo, i comandanti della conquista verranno da loro. Oggi, instilliamo queste buone novelle nelle loro anime, e per mezzo delle moschee e dei libri del Corano, e della storia dei nostri Profeti, dei suoi compagni e dei grandi leader, li prepariamo per la missione di salvare l'umanità dal fuoco infernale sull'orlo del quale si trovano.
ANCHE CRISTIANI E COMUNISTI
Qui si parla di conquiste militari delle capitali del mondo, con gli occhi puntati sul loro obiettivo primario: Roma, la capitale del cristianesimo. La Città Eterna, che dopo essere stata conquistata dai musulmani diventerà, nei loro progetti, l'avamposto per la conquista dell'Occidente. E, per essere ancora più chiaro, Yunis Al Astal sottolinea che:
Tra pochi anni, tutti i sionisti e i coloni si renderanno conto che il loro arrivo in Palestina è stato finalizzato al grande massacro, tramite il quale Allah vuole sollevare l'umanità dal loro male. [...] Quando la Palestina sarà liberata e la sua gente vi farà ritorno, e l'intera regione, con la grazia di Allah, si sarà trasformata negli Stati Uniti dell'Islam, la terra di Palestina diventerà la capitale del Califfato Islamico, e tutti questi Paesi si trasformeranno in stati all'interno del Califfato. Quando ciò accadrà, ogni Palestinese potrà vivere ovunque, perché la terra dell'Islam è proprietà di tutti i musulmani. Finché ciò non avverrà, dobbiamo rifiutare tutti i piani di reinsediamento, la naturalizzazione o persino i risarcimenti prima del ritorno dei rifugiati.
Israele e gli ebrei sono solo i primi nemici sulla linea del fronte, ma una volta "massacrati" nasceranno gli Stati Uniti dell'Islam proprio in Palestina, con l'obiettivo di restaurare un califfato islamico universale sul modello della prima espansione del VII secolo, quella che arrivò anche in Italia, soprattutto al Sud. Dunque, i nemici di Hamas sono tutti i non musulmani, anche quelli che oggi ingenuamente sventolano la bandiera della Palestina.
Sempre sul canale ufficiale di Hamas, Al-Aqsa Tv, è stata trasmessa una preghiera che sarà probabilmente sfuggita ai compagni comunisti e ai cristiani occidentali dal cuore tenero, e che recita queste parole:
Allah, o nostro Signore, sconfiggi i Tuoi nemici, nemici della religione [Islam] in tutti i luoghi. Allah, colpisci gli Ebrei e i loro simpatizzanti, i Cristiani e i loro sostenitori, i Comunisti e i loro aderenti. Allah, contali e uccidili fino all'ultimo, e non lasciarne nemmeno uno.
Chiaro? Non solo gli ebrei, ma anche i cristiani e i comunisti devono essere sterminati, fino all'ultimo. Gli occidentali sono gli unici a fare il tifo per chi dichiara apertamente di volerci eliminare, perché, beninteso, poco importa se frequentiate la chiesa o meno: per loro siamo tutti indistintamente nemici.
DOMINIO MONDIALE
Maḥmūd al-Zahār, nato a Gaza nel 1945, è un politico palestinese, cofondatore di Hamas e suo primo portavoce. Arrestato e perseguito più volte da Israele, è stato eletto nel Consiglio legislativo palestinese nel 2006. Oggi vive in Qatar, dove continua a opporsi alla soluzione dei due Stati e sostiene la distruzione di Israele. Sulla yemenita Al-Masirah Tv ha dichiarato che:
Oggi, si potrebbe dire che abbiamo raggiunto una fase di deterrenza, una fase in cui possiamo difendere la terra occupata. Quando parliamo dell'Esercito di Gerusalemme e della Battaglia della Promessa dell'Aldilà, non stiamo parlando di liberare solo la nostra terra - ma crediamo in ciò che ha detto il nostro Profeta Maometto. Allah ha avvicinato l'una all'altra le estremità del mondo per amor mio, e io ho visto le sue estremità orientali e occidentali. Il dominio della mia nazione raggiungerà quelle estremità che mi sono state avvicinate. L'intera superficie di 510 milioni di chilometri quadrati del Pianeta Terra sarà posta sotto un sistema dove non ci sarà ingiustizia, né oppressione, né tradimento, né sionismo, né cristianesimo infido, e nessun assassinio o crimine, come quelli che vengono commessi contro i palestinesi e contro gli arabi in tutti i Paesi arabi.
Non poteva essere più chiaro: l'obiettivo è islamizzare il mondo intero, non solo la Palestina. Non solo la sinistra, incompatibile con l'islam (figuriamoci con Hamas), ma, ahinoi, anche parte della destra che fa - giustamente - l'apologia di Poitiers e della battaglia di Lepanto, finisce poi per simpatizzare con chi dichiara apertamente di volerci annientare in nome dell'islam.
Per non parlare di tutta l'area "antisistema" che per anni ha - giustamente - messo in discussione i numeri sparati a caso sul Covid e sulle vaccinazioni, per poi bere a occhi chiusi i dati sui morti del presunto "genocidio", diffusi da Hamas e Al Jazeera, diventate inspiegabilmente fonti affidabili. L'Oms e l'Istituto Superiore di Sanità non sono ritenuti credibili, ma si pende dalle labbra dei terroristi musulmani. Alla faccia del mainstream che usa due pesi e due misure.
EUROPA VENTRE MOLLE
In conclusione ricordiamo che subito dopo l'attacco del 7 Ottobre, la rivista Limes ha intervistato Ismail Haniyeh, capo dell'Ufficio politico di Hamas e capo dell'amministrazione della Striscia di Gaza dal 2014 al 2017. Poco prima di essere ucciso Haniyeh ha dichiarato alla rivista di geopolitica che "trattandosi di una guerra che riguarda la terra di Palestina, Gerusalemme e al-Aqsa, la battaglia coinvolge l'intera umma [comunità dei credenti musulmani, ndr]. Ecco perché invito tutti i figli di questa umma, ovunque si trovino nel mondo, a unirsi, ognuno a modo suo, a questa guerra, senza indugi e senza voltarsi indietro".
Ciò che non è chiaro agli occidentali è che è in corso uno scontro di civiltà tra due mondi in guerra da 1500 anni. L'Europa, per secoli capace di respingere le orde armate dell'islam, è oggi diventata il ventre molle dell'Occidente, aprendo le porte a immigrati che detestano apertamente il nostro modo di vivere.
Il nuovo tentativo di conquista probabilmente non avverrà con le armi, ma con la demografia, con il ventre delle donne musulmane. Nel frattempo gli occidentali, unici al mondo, arrivano perfino a fare il tifo per chi vuole sottometterci ed eliminarci, credendo che l'islam politico si fermerà in Medio Oriente, quando in realtà "Gaza è già qua": basta farsi un giro nelle nostre città.
Riecheggiano come un triste presagio le parole dello storico inglese Arnold J. Toynbee: "Le civiltà non vengono uccise, si suicidano". È già successo, e gli occidentali sono sulla buona strada verso il collasso.
12 AGO 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8255
IL GOVERNO BRITANNICO INDAGA (TARDI) SUGLI STUPRI DELLE GANG PAKISTANE di Lorenza Formicola
In queste ore, l'inquilino del numero 10 di Downing Street, dopo una clamorosa piroetta su se stesso, ha annunciato la prima vera inchiesta governativa a livello nazionale sulle 'grooming gangs' - ovvero le gang dello stupro pakistane che per anni hanno imperversato nel Regno Unito. La storia ormai è nota: tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Dieci del 2000, gruppi di islamici hanno abusato di migliaia e migliaia di ragazzine, per lo più minorenni, nella Gran Bretagna modello del perfetto multiculturalismo coperti dal politicamente corretto.
Si tratta di un caso che il premier Starmer conosce bene dal momento che, quand'era avvocato della pubblica accusa, aveva avuto casi del genere sulla scrivania. Quando però, complici una serie di post di Elon Musk a seguito di una battaglia condotta da politici locali e gruppi di cittadini, la questione è tornata, lo scorso gennaio, di dominio pubblico, Starmer s'è opposto ostinatamente alla commissione d'inchiesta con la scusa che avrebbe potuto ostacolare o rallentare i processi penali in corso. Ma le pressioni sul governo sono state tante e tali che Sir Keir senza alternative ha dovuto affidare alla baronessa Louise Casey un'ispezione sul tema senza il potere di indagine, ma limitata all'analisi e allo studio documentale. Pubblicata il 16 giugno, il primo ministro, per non rimediare un'altra brutta figura ed essere platealmente smentito dalla sua stessa esperta, ha deciso di anticipare i tempi e annunciare l'apertura di una inchiesta seria. La prima firmata dal Governo.
A gennaio, Sir Keir bollava come opportunisti quanti chiedevano un'inchiesta nazionale accusandoli di «salire sul carro dei vincitori e di amplificare le richieste dell'estrema destra». Oggi, che il rapporto devastante ha confermato come forze dell'ordine, servizi sociali e autorità locali abbiano per anni eluso o distorto le responsabilità legate allo sfruttamento sessuale minorile da parte di gruppi pakistani in decine di città inglesi, il primo ministro ritratta, «Per me questo è un modo pratico e di buon senso di fare politica».
Non si tratta di un'inchiesta giudiziaria, ma di una valutazione istituzionale volta a riformare un sistema paralizzato dalla paura di affrontare realtà scomode per timore di essere accusati di razzismo. Lo stesso timore che ha colpito tutti i governi conservatori che si sono susseguiti in questi decenni e che li ha portati a non indagare mai fino in fondo.
IL GOVERNO IMPONE DI OMETTERE L'ORIGINE DEI SOSPETTATI
Il nuovo documento firmato Casey contiene 12 raccomandazioni e prevede una verifica tra sei mesi sui progressi dell'inchiesta, destinata a durare tre anni. L'obiettivo è raccogliere dati sistemici, coinvolgere i territori e proporre riforme legislative.
Ovviamente il tempismo non è casuale. Il cambio di strategia del premier è legato alle vicende di Ballymena. La settimana scorsa, la cittadina dell'Irlanda del Nord, è stata teatro di raid casa per casa a caccia di immigrati. Gli scontri sono stati così violenti da spingere i residenti a esporre bandiere inglesi per protezione. Gli abitanti di Ballymena erano scesi in piazza quando hanno saputo, dalla caserma, che i due quattordicenni accusati di molestie sessuali su una ragazzina, avevano fatto cercare un'interprete di lingua romena. Diversamente dall'Italia, nel Regno Unito notizie simili trapelano solo in modo indiretto, poiché il governo impone di omettere l'origine dei sospettati onde evitare proteste e violenze di piazza vista l'esasperazione diffusa.
Ma la realtà continua a battere propaganda e buonismo sugli immigrati clandestini, anche nella Gran Bretagna guidata dai laburisti di Keir Starmer. Dopo i disordini in Irlanda del Nord, e dopo le "condanne esemplari" richieste dal governo laburista per chi osa criticare l'immigrazione incontrollata, a costo di entrare in rotta di collisione con la comunità islamica, è dall'esasperazione che ricomincia l'inchiesta contro le bande di pakistani.
La cronaca di questi giorni sembra riportarci indietro nel tempo. Sono oltre vent'anni che Louise Casey riceve incarichi dai governi. Il primo fu Blair, poi, nel 2015, Cameron la chiamò ad investigare per la prima volta sugli abusi islamici. «Cose terribili sono avvenute a Rotherham». Iniziava così, come in una fiaba lugubre, il primo rapporto della funzionaria Louise Casey sulla città zero per lo scandalo degli abusi pakistani. In quelle pagine si denunciava per la prima volta come uomini di origine pakistana fossero stati lasciati liberi di abusare di centinaia di ragazzine bianche, mentre chi doveva indagare taceva per paura di essere accusato di razzismo. Alcuni esponenti laburisti locali ammisero le proprie responsabilità, come Denis MacShane, che confessò «da lettore del Guardian e liberal di sinistra ho paura di affondare il barcone multiculturale».
I DANNI DELL'IDEOLOGIA MULTICULTURALISTA
La baronessa Casey da militante di Amnesty International e beniamina dei senzatetto è stata anche la prima a denunciare i danni dell'ideologia multiculturalista sostenendo che un giorno non troppo lontano si arriverà a vietare il Natale nel Regno Unito. Sarà stato l'aver visto da vicinissimo le minacce del politicamente corretto. O il trauma delle oltre 1500 ragazzine, spesso undicenni, abusate da islamici, ma oggi grazie a lei la storia inglese inizia un nuovo capitolo. E farà scuola per tutto l'Occidente.
Il caso venne portato per la prima volta alla luce da Andrew Norfolk, un giornalista del Times, morto all'improvviso lo scorso maggio. Dal suo primo reportage, pubblicato nel 2011, lo scandalo si è arricchito di particolari raccapriccianti. Quando iniziarono i primi processi, li seguimmo per scoprire una storia che nessuna della migliori (peggiori) serie Tv è mai riuscita neanche ad emulare: Rotherham, Oxford, e poi Bristol, Derby, Rochdale, Telford, Peterborough, Keighley, Halifax, Banbury, Aylesbury, Leeds, Burnley, Blackpool, Middlesbrough, Dewsbury, Carlisle, Liverpool, Manchester, più di quindici le città di una delle patrie per eccellenza del 'multikulti', il Regno Unito, appunto, in cui musulmani di origine pakistana e afghana andavano deliberatamente a caccia di bambine e ragazzine bianche colpevoli di essere bianche. Non interessava loro l'integrazione, ma, come nella migliore delle tradizioni islamiche, le città che adesso abitavano erano diventate Dar al-Arab, territorio da controllare. E quindi tutto era a loro disposizione.
Le ragazze che cercavano di opporsi agli stupri venivano picchiate, minacciate di morte, talvolta cosparse di benzina o scaraventate da veicoli in corsa. Ma anche le famiglie che denunciavano subivano ritorsioni tra incendi e minacce. Dall'altra parte il silenzio sordo di forze dell'ordine, magistratura, servizi sociali e rappresentanti politici (quasi sempre laburisti o liberal) che contavano sul voto delle minoranze e si sottraevano al proprio dovere per timore di fare i conti con le accuse di razzismo e islamofobia nella prigione culturale e mediatica del politicamente corretto.
Basti pensare che Ann Cryer fu isolata dal Labour già nel 2002 per aver sollevato il problema; il giornalista Andrew Norfolk subì accuse di razzismo e minacce, mentre Sarah Champion fu espulsa dal Labour e premiata come "islamofoba dell'anno" per aver denunciato l'esistenza delle gang pakistane.
A dieci anni di distanza dai primi processi, sono stati condannati circa cinquanta pakistani. Gli ultimi sette proprio pochi giorni fa. Un paio erano stati deportati ancora sotto il governo di Theresa May dopo essere apparsi davanti a ben dodici giudici prima di venir rimandati nei loro paesi d'origine.
I fatti da cui riparte il Paese non sono stati solo il fallimento delle forze dell'ordine del Regno Unito. Ma il riflesso del collasso morale della nostra epoca pseudo-multiculturale e dei suoi doppi standard: uno per i nativi e un altro per gli stranieri presumibilmente vittime del colonialismo occidentale, e che quindi non sono mai responsabili delle proprie azioni.
Resta solo una domanda: che cosa tirerà fuori l'inchiesta governativa rispetto a tutto quello che già si sa?
29 LUG 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8240
VESTE LA BANDIERA NAZIONALE, CACCIATA DA SCUOLA di Max Del Papa
Il sindaco di Londra è musulmano; lo stesso a Birmingham, Leeds, Blackburn, Sheffield, Oxford, Luton, Oldham, Rochdale, città che vai, sindaco islam che trovi. Se non è ancora sostituzione etnica poco ci manca e comunque la sostituzione amministrativa è cosa fatta in un Paese dove su 66 milioni di abitanti i musulmani sono "solo" 4 milioni: ma basta a giustificare le oltre 3.000 moschee, i 130 tribunali islamici, i 50 e passa consigli della Sharia il 78% delle donne musulmane che non lavora, riceve assistenza statale e alloggio gratuito, il 63% dei musulmani inattivo e sostenuto da aiuti statali, le famiglie che hanno in media da 6 a 8 figli e beneficiano di un alloggio gratuito e vengono pagate dallo Stato per il solo fatto di esistere.
Come se non bastasse, si ritrovano un premier sciagurato capace di scatenare in poco tempo danni irreversibili: Keir Starmer è quello che manda la polizia a prendere gli inglesi che si lamentano, che osano denunciare lo scandalo e atroce scandalo del racket delle bambine inglesi disagiate messe a prostituzione o comunque violentate sistematicamente dalla mafia pakistana, roba che si sapeva da 30 anni ma solo adesso è emersa nello stracciarsi di vesti del governo che fin che ha potuto ha coperto, ha represso la verità e le stesse vittime.
CACCIATA DA SCUOLA
Così che non può stupire se una dodicenne Courtney Wright viene cacciata da scuola con insulti da trivio, a maggior ragione su una bambina, siccome ha osato fare ciò che la ricorrenza le suggeriva di fare, la "Giornata della celebrazione delle culture" per esaltare le patrie tradizioni o così aveva capito la poverina, presentatasi avvolta nella Union Jack, la bandiera britannica, con un bel discorso, ingenuo e pulitino, su quanto è bello essere inglesi. Ma l'ha presa per il verso sbagliato, le culture erano, fatalmente, quelle "altre", ossia la islamica, il senso dell'appuntamento, «promuovere l'inclusione, la comprensione e l'apprezzamento di differenti retroterra, tradizioni ed eredità», andava colto nella resa, nel senso di colpa, voi siete padroni a casa mia, anzi vostra, e io non sono degna di mostrare il mio volto. E allora giù con le accuse più oscene a una bambina di 12 anni che il padre è dovuto andarsi a riprendere, trovandola in lacrime, sconvolta davanti a tanta furia fanatica.
Dopo, ovviamente, dopo che la faccenda si è risaputa, dopo che è diventata di pubblico dominio e scandalo, la scuola si è arrampicata sui vetri insaponati con le unghiette cosparse d'olio: un errore, un fraintendimento, non ci siamo capiti, viva la Union Jack: e hanno pregato la piccola di tornare a leggere il suo tenerissimo sermone. Ma Courtney, che ha più dignità della sua scuola, si è rifiutata, anche perché ancora terrorizzata.
Ma quale errore. Ma quale equivoco. È lo zelo, miserabile. È la furia dell'odio verso se stessi, il proprio Paese, una bambina che lo esalta esattamente come potrebbe fare una bambina. È la totale resa della ragione all'ideologia, che è una cosa demoniaca perché va esattamente contro la logica e tende ad imporre un idolo fatto d'aria mefitica. Tutte le scuole del Regno Unito devono insegnare lezioni sull'Islam e questa, signori, è la Union Jack, oggi, un posto dove un premier cialtrone dopo avere scatenato la polizia del pensiero finge di costernarsi: "Il primo ministro è stato chiaro - ha detto un portavoce di Starmer - che essere britannici è qualcosa che deve essere celebrato e lo si può vedere da tutto ciò che questo governo ha fatto. Siamo un Paese tollerante, diversificato e aperto: siamo orgogliosi di essere britannici".
TOLLERANTI A SENSO UNICO
Miserabili buffoni. Aperti? Tolleranti? Come no, a senso unico. Hanno solo paura di una certezza, non venire rieletti, e allora abbassano la cresta ma la vergogna di una piccola inglese cacciata dalla sua scuola con violenza razzista e sessista, quella resta. Non si cancella. Dimostra che il woke, cacciato dalle porte americane, sfonda quelle europee ed anglosassoni dall'altra parte del mare. Ce ne sarà ancora da fare, per stroncare questa lebbra che da trenta anni distorce ogni democrazia e che la sinistra criminosa e pornografica ha coltivato per becere ragioni di calcolo politico. Una metastasi che avvolge l'Europa, che fuori e dentro dalla UE non smette di allargarsi.
Non è un mistero che scuole e università di tutta Europa vengano pesantemente finanziate dal mondo arabo, sceiccati, sultanati, che siano fucine di islamismo anche aggressivo, di integralismo e di odio verso chi accoglie, ospita, paga le case. Ma l'Islam, a coglierlo nella sua essenza, è sistema progressivo, la conquista non può fermarsi se non con la definitiva sparizione o assoggettamento della cultura invasa, il che può, deve avvenire con tutti i mezzi inclusi i più violenti. Insomma più gli dai e più sei in debito, più devi cedere e concedere.
C'è una enorme rimozione nel processo di assimilazione a senso unico dell'Islam in Europa, e porta a credere che i ricorrenti fatti di criminalità spicciola quali aggressioni, rapine, pestaggi, stupri, siano in fondo accidentali, incidenti di percorso sulla strada dell'inclusione: niente di più sbagliato, niente di più falso, sono atti deliberati con cui non solo i maranza marcano il territorio: ad ogni prodezza si vantano, la mostrano sui social, la rivendicano come l'ennesima battaglia vinta in una guerra che non può arrestarsi, che non prevede tregue o confronti; i responsabili vengono trattati come eroi dalla comunità musulmana, portati ad esempio. Poi si può fingere di non vedere certi processi, ma i processi travolgono la viltà e sono inarginabili.
La dodicenne Courtney che piange nella sua bandiera mentre le stracciano il discorso su quanto è bello essere inglesi al grido "vattene, prima che ti ammazziamo", e viene cacciata dai suoi insegnanti, britannici come lei, non è un incidente e non è un accidente. È la pura realtà di un mondo che reale non è più e democratico meno che mai, un mondo dove il razionale è irreale, comunque fanatico, comunque folle, comunque ignobile.
23 LUG 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8239
A LONDRA NASCE IL PARTITO MARXISLAMISTA E VOLA GIA' AL 10% di Lorenza Formicola
Gran Bretagna, scena uno: va in onda il nuovo spettacolo della sinistra estrema, con due protagonisti che sembrano usciti da un romanzo politico scritto a quattro mani tra Marx e l'Intelligenza Artificiale. Da una parte Jeremy Corbyn, il veterano in esilio dai ranghi del Labour; dall'altra Zarah Sultana, deputata, musulmana, giovane, pachistana, popolarissima sui social del momento e capace di infiammare le folle con un post più che con un comizio. Insieme, sono il trailer vivente di un esperimento che vuole rimescolare le carte della sinistra inglese - quella dura e pura, che non accetta più i compromessi da centro.
Il sipario si alza. La nuova rivoluzione inglese, forse, presto indosserà la bandiera del hijab e la giacca di tweed sempre oversize perché l'effetto trasandato serve: nasce un nuovo partito a Londra. Non una costola del Labour, ma un mix esplosivo di pacifismo, ambientalismo e islamo-marxismo in salsa britannica, che ha già preso appunti dalla nouvelle gauche francese. Il tandem incendiario, protagonista negli ultimi anni di tensioni con il loro stesso partito, rilancia il fronte rosso-verde (dove i verdi sono l'islam) anche sul Tamigi. Il progetto, ancora in fase embrionale, ha già acceso il dibattito sulle prime pagine dei tabloid: da un parte il Tory che indica la minaccia di un estremismo che minerebbe l'identità nazionale, dall'altra il Labour in paranoia per la dispersione del voto nelle periferie multiculturali e tra i giovani.
Jeremy Corbyn coltiva l'idea di formare un nuovo partito fin da quando ha perso la leadership del Labour dopo la sconfitta epocale alle elezioni britanniche del dicembre del 2019, la più bruciante dagli anni '30 - e che il partito conservatore non è stato capace di capitalizzare. Già lo scorso anno l'idea s'era fatta concreta, ma evidentemente non ha voluto osare nell'anno delle elezioni. Ora Corbyn è di nuovo sulla scena, determinato a farsi portabandiera della sinistra "autentica", dopo la sospensione dal partito nel 2020 per antisemitismo.
DEVOZIONE ALLA CAUSA MARXISTA, SOSTEGNO ALL'IMMIGRAZIONE E ODIO VERSO ISRAELE
È ancora possibile trovare le cronache di un'intervista in cui Corbyn si rifiutò di definire, per diciassette volte, Hamas un movimento terrorista. Il suo Labour era tutto assistenza statale "dalla culla alla tomba", salario minimo, piano per nuove case popolari, sostegno all'espansione sindacale, tasse ai ricchi, aumento dell'IVA e odio a Israele. Ora ad affiancarlo c'è Zarah Sultana che ha lanciato realmente il progetto prendendo un po' alla sprovvista Jeremy. È stata definita la politica più «virale» del panorama britannico. Eletta in parlamento a soli 26 anni, oggi trentaduenne è la regina di TikTok e Instagram con i suoi oltre mezzo milione di seguaci. Sta promuovendo il nuovo soggetto politico definendo il voto del 2029 come una scelta tra «socialismo e barbarie», citando Rosa Luxemburg.
Oltre alla devozione alla causa marxista e al sostegno all'immigrazione, ad accomunare Jeremy e Zarah c'è l'odio verso Israele. Se di Corbyn sappiamo tutto, di Sultana è meno nota la lunga storia di post sui social d'incitazione all'odio contro i «sionisti». Membro del Parlamento britannico per Coventry South dal dicembre 2019 con il Labour Party, è stata rieletta nel 2024 con una maggioranza molto più ampia. Entrata nel Socialist Campaign Group, ne è stata chair dal maggio 2020 al febbraio 2025. Poi lo strappo: sospesa dal partito per aver votato contro un provvedimento di tagli che poneva il limite ad alcuni sussidi, lo scorso fine settimana ha ufficialmente lanciato il nuovo partito. Nel suo post, Sultana non usa mezzi termini: accusa il governo di complicità in un genocidio, denuncia una Gran Bretagna sempre più povera e svela il bluff delle promesse mancate. Poi rilancia: sarà l'alternativa al declino.
Ma perché ora? Il 4 luglio è stato il primo anniversario della schiacciante vittoria del Labour, ma il consenso personale di Starmer è ai minimi storici. A creare una ulteriore piccola tormenta nel partito è stata la messa al bando di Palestine Action come organizzazione terroristica. La signora Sultana ha votato contro definendolo un abuso della legge antiterrorismo. Palestine Action è un'organizzazione britannica di attivisti nata nel 2020 e che come modus operandi conta incursioni e atti di vandalismo. E allora eccolo, il pretesto perfetto: è in gioco la libertà d'espressione. La strategia è stata quella di lanciare subito una raccolta fondi e una pagina di iscrizione per i sostenitori a suo nome che, chiamati ad unirsi al "Team Zarah" hanno mandato in tilt il sito.
UN PARTITO CHE NON ESISTE ANCORA, MA GIÀ AL 10%
I sondaggi raccontano di un partito già al 10%, con proiezioni che lo vedono salire fino al 18% entro il 2029. Cifre da capogiro per un partito che non esiste ancora e non ha un nome. Tant'è che lo Spectator ironizza sul battesimo, «con entrambi così ossessionati da Israele, potrebbe chiamarsi Nuovo Partito Indipendente Antisionista». Per le analisi d'opinione sarebbe già primo nelle preferenze tra i giovani della fascia tra i 18 e i 24 anni, oltre un terzo (36%) si dice pronto a prendere in considerazione il voto per un partito del genere. Il sostegno potrebbe finire per concentrarsi a Londra, con il 29% dei londinesi disposti a prendere in considerazione l'idea di votare per la nuova coppia rispetto al 15-19% in altre regioni della Gran Bretagna. La disponibilità a prendere in considerazione un partito di sinistra guidato da Corbyn è più alta tra coloro che appartengono alla classe media (21%) rispetto a coloro che appartengono alla classe operaia (16%).
Ma i sondaggi indicano anche che potrà contare su un forte sostegno da parte dei musulmani britannici, e questo fattore da solo potrebbe annunciare l'emergere di pericolose tensioni settarie nel Paese. Attualmente, nel Regno Unito vivono circa quattro milioni di musulmani. E il numero di musulmani sta aumentando rapidamente. Nel 1990, rappresentavano meno del 2% della popolazione britannica, ora superano il 6%.
Il fattore più significativo è che la stragrande maggioranza dei musulmani del Paese vive in aree urbane, quindi l'impatto sulle elezioni è spesso amplificato perché il sistema elettorale maggioritario a turno unico della Gran Bretagna premia coloro che riescono a concentrare il loro sostegno in singole circoscrizioni. Nel 2024, per esempio, sono stati tanti i candidati che si sono presentati da indipendenti, dopo aver lasciato il Labour, riuscendo a vincere puntando quasi esclusivamente sul voto musulmano locale.
Ad oggi, i musulmani britannici rappresentano una quota consistente dell'elettorato in almeno 50 delle 650 circoscrizioni del Paese, secondo i sondaggi. Alle elezioni dello scorso anno, tutti i 32 collegi con la maggiore concentrazione di musulmani sono andati ai laburisti.
La vera novità, però, è che a questo punto della guerra a Gaza si è accesa la miccia della radicalizzazione tra molti elettori musulmani britannici stanchi di un Labour percepito come troppo timido nei confronti di Israele. Già nel 2024, sei indipendenti filo-palestinesi hanno strappato seggi in Parlamento, segnando una crepa significativa nell'edificio laburista. È in quello spazio aperto che il progetto politico del duo Zarah-Jeremy potrebbe farsi largo: un'inedita alleanza islamo-marxista, qualcosa che l'Europa non ha mai visto in questi termini - e che, se riuscirà a superare la fase di gestazione potrebbe mandare definitivamente in soffitta il bipartitismo del Regno Unito.
Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "La mezzaluna a New York, in arrivo il primo sindaco islamico" spiega chi è il musulmano Zohran Mamdani che stravince le primarie per la carica di primo cittadino. Socialista, pro-Hamas e pro-aborto parte alla conquista della Grande Mela per farne la Grande Mecca dell'islamo-progressismo. Siamo alla frutta?
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 27 giugno 2025:
Zohran Mamdani, il trentaquattrenne socialista nuova stella del Partito Democratico statunitense, ha battuto Andrew Cuomo, alle primarie democratiche per la carica di sindaco di New York City, martedì sera con il 43,5%. Ed è in pole per diventare il primo sindaco musulmano della città.
«Stasera abbiamo fatto la storia!», ha urlato mentre cantava vittoria. In effetti si tratta del più grande sconvolgimento nella storia moderna di New York City. La corsa s'è mostrata dal primo giorno anomala con i due principali candidati democratici che offrivano visioni nettamente diverse per la città. Ma è stato Mamdani ad assicurarsi la nomination democratica per la carica di sindaco. E il ground zero del capitalismo globale si è risvegliato in preda a sudori freddi, scosso da un incubo ricorrente che ha già attraversato il mondo innumerevoli volte, lasciando dietro di sé una scia di distruzione, fame e miseria - solo per scoprire che era tutto fin troppo reale: probabilmente avrà presto un sindaco socialista, o come ha detto Trump, un «lunatico comunista».
Una vittoria che ha interdetto Wall Street ma non solo, anche i membri della generazione Z e Alpha che hanno votato per Mamdani: rimasti poi traumatizzati nello scoprire cosa significhi socialismo - è stata infatti registrata un'impennata di ricerche su Google quando sono arrivati i primi risultati. Con un manifesto elettorale che sembra scritto durante un'assemblea nel cortile della Evergreen University, Zohran Mamdani, non è un imitatore di Bernie Sanders, ma il suo modello evoluto. Una specie di supereroe per i giovani
Gli islamici applicano il Corano sull'esempio del loro fondatore Maometto... perché stupirsi delle conseguenze?
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| Autore | BastaBugie |
| Organizzazione | BastaBugie |
| Categorie | Religione e spiritualità |
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