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Siamo sicuri che non sia in corso un'invasione dell'Italia e dell'Europa?
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10 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8476
UN TERZO DEI DENUNCIATI E' STRANIERO, L'INTEGRAZIONE CHE NON C'E' di Lorenza Formicola
Nel 2024, il 34,7% dei soggetti perseguiti penalmente, quindi oltre un terzo delle persone denunciate, è di nazionalità straniera, una quota che tuttavia esplode oltre il 60% quando l'analisi si stringe attorno alla piaga dei reati predatori.
Rispetto al 2019, l'anno zero prima della paralisi della emergenza sanitaria, il balzo è netto: un incremento dell'8,1% nelle segnalazioni che segna il superamento della soglia dei 265.869 individui. Ma per leggere il fenomeno serve guardare alla demografia: l'Italia oggi ospita 5,7 milioni di stranieri, il 9% della popolazione totale, e sono circa 321mila gli irregolari.
In un'ottica analitica di lungo periodo, una delle ricerche più autorevoli in materia commissionata dal Ministero dell'Interno (Barbagli, Colombo, 2011) - basata sul monitoraggio del ventennio 1988-2009 - evidenziava come ben il 70% dei reati ascrivibili a cittadini stranieri sia stato perpetrato da soggetti in condizione di irregolarità. E la dinamica attuale ci dice che non è cambiato niente.
I dati rivelano una specializzazione delittuosa che vede gli stranieri prevalere in termini di arresti nelle fattispecie più "visibili": furti con destrezza 69%; scippi 61%; rapine in pubblica via 60,1%; violenze sessuali al 43%, spaccio di stupefacenti al 39%, furti di autovetture al 24,5%, contrabbando al 29%, omicidi volontari al 23,7%. Si tratta di ordini di grandezza vertiginosi, ancor di più se rapportati all'esigua incidenza statistica che tale gruppo rappresenta sull'intera popolazione nazionale.
La geografia del fenomeno vede Prato capolista delle città dove gli stranieri hanno maggior peso tra gli arrestati: nella provincia toscana un residente su quattro è cittadino straniero e il 62% di chi sta dietro le sbarre non è italiano. Seguono Milano e Firenze che guidano la classifica delle aree metropolitane più colpite dalla criminalità di strada: qui l'incidenza degli autori di nazionalità straniera raggiunge soglie critiche, attestandosi rispettivamente al 55,8% e al 56%. Parallelamente, le province di frontiera come Imperia, Bolzano e Trieste - tutti territori con incidenze superiori al 50% - confermano come i varchi d'Europa siano, oggi più che mai, i sismografi di un'integrazione che non esiste.
UNA ZONA D'OMBRA CLAMOROSA
Parallelamente, il sistema sanzionatorio rivela una zona d'ombra speculare. L'«Area Penale Esterna» è il modo in cui in burocratichese si indicano i 140.000 condannati che non sono dietro le sbarre; tra questi, oltre 30.000 sono stranieri. Quindi, in giro per le nostre città, ci sono trentamila immigrati condannati, ma lasciati liberi. Che vanno a sommarsi ai 20.000 in carcere. Si tratta di un bacino alimentato dalla Riforma Cartabia, che impedisce la detenzione per condanne inferiori ai quattro anni, lasciando in circolazione delinquenti di varia natura.
I rilievi statistici del Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità aggiornati al 15 gennaio 2026 delineano con estrema precisione l'identità di questi "invisibili": un contingente fatto di marocchini, albanesi, tunisini, nigeriani, egiziani, peruviani, ucraini e via così.
C'è poi il nodo delle Rems (Residenze per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza): il 25% degli ospiti è straniero, con una quota del 30% tra rifugiati e richiedenti asilo affetti da disturbi post-traumatici. Il sovraffollamento di queste strutture genera cortocircuiti pericolosi con soggetti bisognosi di cure e potenzialmente violenti che rimangono liberi per mancanza di posti letto, trasformando il disagio psichico in un allarme di ordine pubblico. Emblematico è il caso del cittadino straniero che nel quartiere San Lorenzo a Roma ha aggredito brutalmente diversi passanti - culminando nell'episodio della madre colpita al volto mentre era in bicicletta con il figlio - la cui posizione giuridica ne ha comunque garantito la permanenza in stato di libertà.
Se le tabelle ministeriali sono chirurgiche nel quantificare i flussi in entrata, diventano reticenti sui provvedimenti di revoca. Non esiste un database pubblico sulle misure interrotte e su chi viola le prescrizioni e torna dietro le sbarre. Le cronache locali, tuttavia, suppliscono al silenzio statistico: da Napoli a Bologna, da Agrigento a Ferrara, si moltiplicano gli episodi di semidetenuti che, approfittando della libertà vigilata o dei servizi sociali, tornano a colpire.
UNA NUOVA GEOGRAFIA CRIMINALE
A complicare il quadro interviene la giurisprudenza della Corte di Cassazione (sentenza n. 15896/2024), la quale stabilisce che un singolo "comportamento deviante" non è più condizione sufficiente per la revoca automatica del beneficio. La pena, dunque, si mimetizza: non è più un confine invalicabile, ma un percorso elastico dove il reato non sempre comporta il ritorno in cella.
Questa analisi non può prescindere dal dato più allarmante: la genesi di una nuova geografia criminale che affonda le radici nella criminalità minorile. A marzo 2025 il rapporto Antigone censiva 597 detenuti nei penitenziari per minori; di questi, il 49,9% è composto da stranieri, in prevalenza minori non accompagnati provenienti dal Maghreb.
I dati sulla responsabilità penale degli under 17 sono inequivocabili: gli stranieri rappresentano il 59,4% dei fermi per furto, il 59,8% per rapina e il 41,7% per estorsione. Ancora più cupo è il bilancio dei reati di sangue, con una partecipazione del 47,3% nei tentati omicidi.
La cronaca recente cristallizza questa emergenza in episodi di brutale nitidezza. Nel gennaio 2026, a La Spezia, il diciottenne Zouhair Atif ha ucciso a coltellate il coetaneo Abanoub Youssef all'istituto "Einaudi Chiodi". Pochi giorni prima, a Roma, un funzionario ministeriale era stato vittima di un feroce pestaggio presso la stazione Termini per mano di una gang di giovani stranieri. Analogamente, a Torino, otto nordafricani tra i 15 e i 20 anni sono stati identificati come i responsabili di una guerriglia urbana, condotta con armi bianche e pistole scacciacani, durante i cortei pro-Pal.
L'allarme si estende alla violenza sessuale con l'insorgere della taharrush gamea (aggressione collettiva), importata in Italia dagli immigrati islamici in una sequenza iniziata nel 2022 e che s'è fatta incessante. Per non parlare degli emblematici casi di Padova, dove tre giovani nordafricani - guidati da un leader con precedenti sin dalla minore età - hanno abusato di una ragazza sotto minaccia di coltello, e di Catania, dove sette minori egiziani, ospiti di un centro di accoglienza, sono stati individuati come gli autori dello stupro di una tredicenne nei giardini di Villa Bellini.
I dati di cronaca e le evidenze statistiche non costituiscono un mero consuntivo giudiziario, ma rappresentano il principale indicatore predittivo delle future criticità per la sicurezza nazionale. L'esperienza di Londra e Parigi avrebbe dovuto offrire un monito tempestivo; al contrario, dopo aver allo stesso modo importato dinamiche sociali e subculture della violenza estranee al nostro contesto, il sistema fatica oggi a intercettare il fenomeno prima ancora che porsi da argine.
7 GEN 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8403
DIECI ANNI DI ACCOGLIENZA AL MIGRANTE CHE HA DEVASTATO MALPENSA
di Anna Bono
Il cittadino del Mali che ha appiccato il fuoco e preso a martellate un monitor all'aeroporto della Malpensa il 20 agosto è entrato in Italia dalla Francia dieci anni fa, nel 2015. Al suo arrivo ha chiesto protezione internazionale dicendosi profugo e l'ha ottenuta, fino al 2019, quando la Commissione territoriale incaricata di riesaminare il suo caso ha accertato che in realtà gli mancavano i requisiti per ottenere lo status di rifugiato e glielo ha negato.
La protezione sussidiaria
Allora lui ha presentato ricorso, la Cassazione gli ha dato ragione, la sua richiesta di asilo è stata esaminata nel 2021 dal Tribunale di Milano dove un giudice ha confermato la mancanza dei requisiti necessari per ottenere lo status giuridico di rifugiato, ma gli ha concesso un'altra forma di protezione internazionale, quella sussidiaria.
Questo tipo di protezione è stato istituito dall'Unione europea nel 2013 per non respingere chi, pur non avendo diritto allo status di rifugiato, può dimostrare che, se rimpatriato, correrebbe il rischio reale di subire danni gravi, come la pena capitale o essere torturato, e minacce alla vita a causa di situazioni di violenza generalizzata. Il permesso di soggiorno per protezione sussidiaria dura cinque anni, rinnovabili, e permette tra l'altro di andare a scuola, lavorare, chiedere un ricongiungimento familiare. Quello del cittadino maliano scade nel 2027.
LE PORTE DELL'ASSISTENZA
Non sappiamo molto su di lui, su come abbia vissuto in questi dieci anni, ma sappiamo come avrebbe potuto, e dovuto, trascorrerli. Dal momento in cui ha chiesto asilo si sono aperte per lui le porte del sistema assistenziale istituito apposta per le persone che entrano illegalmente nel nostro Paese e cercano di ottenere lo status giuridico di rifugiato.
A regola, è stato affidato a un Cpa, Centro di prima accoglienza, o a un Cas, un Centro di accoglienza straordinaria. Sono le strutture allestite per ospitare i richiedenti asilo mentre il loro caso viene esaminato. Attualmente, ci informa il Ministero dell'interno, sul territorio nazionale ce ne sono più di 5.000 con una capacità di oltre 80.000 posti. Gli ospiti ricevono vitto, alloggio, assistenza socio-sanitaria, assistenza legale, corsi di lingua e formazione, attività di socializzazione e orientamento al lavoro e una piccola somma giornaliera a loro disposizione.
La richiesta del cittadino maliano è stata esaminata, per due volte: la seconda volta da una Commissione territoriale. Le Commissioni territoriali sono gli organi preposti a valutare le richieste di asilo. Possono concedere lo status di rifugiato, protezione sussidiaria, permesso di soggiorno per motivi umanitari (protezione speciale) o rigettare la richiesta. Sono 20, ognuna composta da un presidente, un funzionario di carriera prefettizia, un funzionario della Polizia di Stato e un esperto in materia di protezione internazionale e tutela dei diritti umani designato dall'Unhcr. Inoltre i richiedenti durante le udienze sono affiancati da interpreti e mediatori culturali.
Dopo aver ottenuto protezione internazionale, un cittadino straniero ha diritto di essere inserito nel Sai, il Sistema di accoglienza e integrazione, dove può rimanere per sei mesi rinnovabili e anche oltre, se lo giustificano certe condizioni: ad esempio, terminare un ciclo di studio o di formazione. Anche il maliano arrivato dalla Francia ha potuto usufruirne. Al 31 Luglio 2025 sono 870 i progetti Sai (624 ordinari, 206 per minori non accompagnati, 40 per persone con disagio mentale o disabilità) affidati a 735 enti locali titolari di progetto: 646 comuni, 15 province, 25 Unioni di Comuni, comprese le Comunità Montane e le Unioni Montane di Comuni, e 49 altri enti.
PATROCINIO GRATUITO
Quando la sua richiesta di asilo è stata respinta nel 2019, il maliano è ricorso con successo in Cassazione, sicuramente usufruendo del gratuito patrocinio che viene concesso agli stranieri, anche irregolari, alle stesse condizioni poste per i cittadini italiani - vale a dire un reddito non superiore a 13.659,64 euro - con la differenza che a uno straniero è consentita l'autocertificazione purché dimostri di aver fatto richiesta di certificazione al proprio consolato senza aver ottenuto risposta.
Le spese legali di chi gode di gratuito patrocinio sono sostenute dallo Stato italiano. Nel biennio 2022-2023 i cittadini stranieri residenti in Italia ne hanno goduto per 71 milioni di euro, un quarto circa del totale, in gran parte per ricorsi di richiedenti asilo contro le decisioni delle Commissioni territoriali.
Il suo caso è stato affidato al Tribunale di Milano dove è stato giudicato due anni dopo da un magistrato che, pur concordando che non fosse possibile attribuirgli lo status di rifugiato, ha stabilito sulla base di informazioni presumibilmente raccolte da diverse fonti - e chissà con quanto lavoro da parte dei dipendenti del tribunale - che farlo tornare in Mali sarebbe stato troppo pericoloso.
Questo in sintesi è l'apparato di organi, strutture, risorse, servizi e opportunità messi a disposizione del cittadino maliano, e di centinaia di migliaia di altri emigranti illegali arrivati in Italia. E lui ha dato fuoco e a preso a martellate un Terminal dell'aeroporto di Malpensa: altri costi per riparare i danni, per tenerlo in detenzione, processarlo e... poi si vedrà.
Per inciso, quella della situazione attuale in Mali, Paese del Sahel, è questione controversa. Il nord est del Paese è pericoloso per la presenza di gruppi jihadisti e, specialmente in passato, a causa del movimento indipendentista Tuareg. Due colpi di stato militari a pochi mesi di distanza, nel 2020 e 2021, hanno rovesciato il governo e lo hanno sostituito con una giunta militare. Nei giorni scorsi è stato sventato un nuovo tentativo di golpe. La questione controversa riguarda la sicurezza.
La giunta militare guidata dal colonnello Assimi Goita assicura di essere riuscita a ridurre la minaccia jihadista con il valido aiuto in tecnologie, armi e mercenari russi. I dati disponibili non lo confermerebbero e anzi all'esercito maliano e ai russi (ex Wagner, oggi African Corps) si muovono accuse di esecuzioni sommarie, torture e sparizioni di cui sarebbero vittime i Fulani, una etnia che, secondo la giunta militare, collabora con il più temuto gruppo jihadista della regione, il Jnim affiliato ad al Qaeda.
16 DIC 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8385
HALAL AKBAR, COSI LA MEZZALUNA CONQUISTA IL MERCATO FRANCESE di Lorenza Formicola
Nel 2005, quando a Clichy-sous-Bois, nel piccolo comune nel dipartimento della Senna-Saint-Denis, aprì Beurger (Beur è un termine gergale francese per la seconda generazione di nordafricani che vivono in Francia) King Muslim, un fast food dall'estetica americana ma dal menu, gli orari e l'abbigliamento, rigorosamente halal, la notizia fece il giro del mondo. Se ne occuparono persino il Washington Post e il New York Times. La popolazione francese iniziò a farsi qualche domanda. Ma niente di più. Anche perché, nel frattempo, nel comune di Roubaix, al confine con il Belgio, c'erano già otto ristoranti che stavano sperimentando un menu interamente halal. Fu presto chiaro che non si trattava più di un episodio isolato, ma del segnale di una trasformazione profonda.
Era l'inizio della normalizzazione del halal come parte integrante dell'economia e della quotidianità francesi. I ristoranti, i fast food, le macellerie e i negozi generici halal si moltiplicavano a dismisura in Francia cambiando definitivamente il paesaggio urbano. E nel 2010 il giro d'affari del settore alimentare halal raggiungeva già i 5,5 miliardi di euro, un miliardo dei quali provenienti dal solo mondo fast food, in un Paese che ospitava, allora, circa 5 milioni di musulmani.
Una storia che racconta molto più del cibo che serve. Basti pensare che ad ottobre, sei ristoranti francesi della nota catena americana di hamburger, Five Guys - tra cui quello di Parigi - sono passati alla carne halal e stanno eliminando l'alcool dai loro menu. O che Hmarket, la catena 100% halal, nata nel 2006, con una missione ambiziosa - riposizionare il mercato alimentare islamico offrendo qualità, prezzi accessibili e un dichiarato impegno sociale -, oggi conta 22 negozi tra Francia e Belgio, e serve 33.000 clienti al giorno. Esistono applicazioni che come MyHallal aiutano i musulmani a trovare macellerie, minimarket e ristoranti, identificando persino quelli con uno "spazio di preghiera".
VIVERE HALAL
Vivere halal - in arabo permesso - non è un obbligo religioso dell'islam. Nel Corano è una pratica circoscritta alla carne di maiale e il testo islamico autorizza, finanche, i musulmani a mangiare il cibo degli ebrei e dei cristiani, quindi non prevede in alcun modo un sistema di certificazione halal come esiste oggi. La storia delle "etichette etiche" nasce dopo il 1979. Quando l'Iran viene conquistato da Khomeini, e nella foga di islamizzare il Paese dopo il governo occidentale dello Scià, improvvisa una autarchia dei generi alimentari, sfiora una carestia, riapre, poi, al mercato estero, ma a una condizione: il regime invierà delle delegazioni religiose nei mattatoi per controllare la macellazione. L'Iran sciita emette, così, il bollino di cosa è lecito e cosa non lo è. E con i giuristi sciiti inventa ufficialmente l'etichettatura halal.
La mossa sconvolge il mercato globale della carne e costringe l'islam sunnita, fino a quel momento, assolutamente disinteressato all'argomento, a reagire per non lasciare agli sciiti il controllo dello standard. Halal adesso deve, allora, riguardare, qualsiasi cosa. S'avvia così un meccanismo che arriva fino ai giorni nostri e che si manifesta dapprima nelle macellerie improvvisate delle banlieue, per poi estendersi a tutti i prodotti di largo consumo e persino ai beni di lusso. L'immigrazione islamica fa il resto.
La Francia, con la sua vasta popolazione, diventa un laboratorio. E l'esigenza di disporre di negozi certificati halal diventa un modo per delimitare uno spazio identitario e territoriale che non deve mischiarsi con quello della République. Oggi quella che appare come una vittoria culturale dell'islam in Francia è sancita da un dato difficilmente contestabile: ogni prodotto di consumo quotidiano esiste in versione islamicamente corretta e nessun grande distributore si sottrae alla corsa a pubblicare il proprio catalogo speciale per il Ramadan.
UN AUMENTO DEL 118% IN QUINDICI ANNI
Trent'anni dopo, l'etichetta halal ha toccato qualsiasi cosa e le moschee ne hanno fatto una bandiera religiosa: hanno lanciato applicazioni che insegnano come l'adesione all'halal consenta di accumulare buone azioni (hasanat) in un personale "conto religioso", destinato a garantire l'accesso al paradiso. Ma, soprattutto, il bipolarismo tra la cultura del capitalismo occidentale e l'islamismo risulta ormai del tutto superato.
Quindi ecco che Carrefour, per esempio, ha appena acquisito il 10 per cento del capitale dell'insegna Hmarket con un'operazione da 10 milioni di euro. Non si tratta semplicemente di aver fiutato un buon affare, ma della necessità di rispondere a una legge elementare, quella della domanda e dell'offerta. La Francia è cambiata e, con essa, è cambiato il suo mercato: la presenza ampia e strutturata di una popolazione islamica ha ridefinito i consumi, orientato le strategie della grande distribuzione e inciso in profondità sulle dinamiche dell'economia nazionale.
Nel 2020 Parigi ha ospitato la prima Halal Franchise Expo, segno che il settore non è più una nicchia ma un segmento maturo, capace di attrarre investitori e creare reti. Il mercato halal in Francia oggi abbraccia 10 milioni di potenziali consumatori. Secondo un sondaggio Ifop per l'Express, pubblicato a fine 2020, il 67% dei musulmani sceglie carne halal sempre e un altro 15% quasi sempre. Anche il resto del paniere si adegua: dessert, cioccolatini e caramelle halal sono passati dal 40% del 2010 al 68% del 2020, una crescita trainata dalle generazioni più giovani, come osserva il politologo Jérôme Fourquet.
Con un'espansione annua del 15%, il comparto halal supera oggi i 7 miliardi di euro di fatturato, il doppio del biologico e le stime raccontano che, entro un anno, si arriverà ai 12 miliardi. Con un aumento del 118% in quindici anni, questo dinamismo colloca la Francia al secondo posto nel mondo, dopo la Malesia.
A livello globale il comparto halal vale oltre 2 trilioni di dollari e serve un bacino di 2,2 miliardi di consumatori. Gli analisti prevedono che, entro il 2030, la spesa mondiale possa sfiorare i 10 trilioni, una crescita che non sembra conoscere gravità. Ma ciò che sorprende non è soltanto la curva economica, come dicevamo, ma l'ampiezza dell'universo halal, ormai esteso ben oltre alimenti e bevande. Cosmetici, farmaci, moda, turismo, finanza: un vero e proprio ecosistema transnazionale, che avanza ridefinendo intere filiere produttive e modelli di consumo.
Ma non è tutto qui. Il mercato islamico finanzia a sua volta il mondo islamico in Europa. Hmarket in Francia promette, per esempio, di donare 10 euro del prezzo dell'agnello dell'Eid ad una moschea nel Paese. Halal è economia etica islamica. Halal è separazione. Ma il confine ormai è liquido. E silenzioso tra gli scaffali avanza inarrestabile.
30 SET 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8307
DELITTO IRYNA ZARUTSKA, QUANDO IL RAZZISMO ALLA ROVESCIA PROVOCA MORTI di Stefano Magni
Se chiedete cosa sia il caso del delitto Iryna Zarutska, di cui tutti parlano negli Usa da una settimana, il giornalista collettivo, quasi certamente, vi risponderà che è "la nuova mania dei suprematisti bianchi". Elon Musk ha sborsato 1 milione di dollari di tasca sua per finanziare graffittari e pittori che ritraggano la vittima sui muri d'America. E quindi se c'è dietro l'imprenditore sudafricano (ex) amico di Trump, vuole dire che c'è sotto del razzismo. Ma così, questa ragazza ucraina, rifugiata di guerra 23enne, fuggita dall'invasione russa per trovare la morte in un paese in pace, viene uccisa due volte. Prima dal suo assassino, poi dal perbenismo di una società che si ammanta di anti-razzismo.
Iryna Zarutska è stata accoltellata a morte su una metropolitana leggera di Charlotte, Carolina del Nord. Il delitto è avvenuto il 22 agosto, ma la notizia è diventata di dominio pubblico da appena una settimana. E solo grazie alla nuova policy di libertà di espressione di X, voluta da Elon Musk. Altrimenti i media locali e nazionali avevano già relegato la notizia a due righe in cronaca e, soprattutto, per due settimane, nessuno aveva voluto divulgare il video dell'accoltellamento ripreso dalle telecamere di sicurezza. La stessa sindaca di Charlotte ha ringraziato i media che hanno deciso di non pubblicarlo.
LA QUESTIONE RAZZIALE AL CONTRARIO
Ma cosa c'era da nascondere, oltre al rispetto per la vittima e alla crudezza della scena in sé? Il caso Zarutska ha riacceso i riflettori sulla questione razziale, ma stavolta al contrario. Non è un caso da "Black Lives Matter" di un bianco che uccide un nero, ma il contrario. Iryna, una ragazza bionda, è stata accoltellata di sorpresa (mentre leggeva qualcosa sul suo cellulare e aveva cuffie wireless nelle orecchie) dal vicino di posto, un afro-americano, identificato dalla polizia nel 34enne Decarlos Brown. Non erano soli, il vagone era pieno di passeggeri, la maggior parte dei quali neri (tutti, nella zona di vagone in cui è avvenuto il delitto). Nessuno ha provato a difenderla, nessuno l'ha soccorsa nei lunghi minuti di agonia, nessuno di quelli inquadrati nella telecamera di sorveglianza viene visto chiamare la polizia o i soccorsi. Indifferenza assoluta anche mentre il suo assassino barcollava qua e là per il vagone, sgocciolando sangue della vittima, si toglieva la felpa con cappuccio e poi, con calma serafica, scendeva alla prima stazione.
Cosa sarebbe successo, invertendo i fattori razziali? Se la donna fosse stata nera e il suo assassino biondo? Se la maggioranza schiacciante dei passeggeri fosse stata composta da bianchi caucasici, come sarebbe stata commentata la loro ignavia e indifferenza? Come avrebbero reagito i media e la politica?
La sindaca di Charlotte, Vi Lyles, Democratica e afro-americana, ha emesso un comunicato solo lunedì scorso, 8 settembre, più di due settimane dopo il delitto. Ha speso più parole per descrivere l'assassino come una vittima del sistema che non per la ragazza vittima del delitto: «Si tratta di una situazione tragica che mette in luce i problemi delle reti di sicurezza della società legate all'assistenza sanitaria mentale e dei sistemi che dovrebbero essere in atto», ha scritto la sindaca nel suo primo comunicato.
ARRESTATO ALTRE 14 VOLTE
L'amministrazione Trump è entrata a gamba tesa nel caso, considerando che l'omicidio di Iryna poteva essere prevenuto. Il suo assassino (ancora presunto, fino a sentenza definitiva) Decarlos Brown era stato arrestato altre 14 volte prima del delitto ed era a piede libero. Per questo il presidente vuole federalizzare il caso, considerando l'inaffidabilità della polizia e del sistema giudiziario locali. Decarlos Brown ha una lunga storia criminale, che risale al 2011 e include condanne per rapina a mano armata, furto aggravato e violazione di domicilio. Secondo i registri dello Stato, ha trascorso più di cinque anni dietro le sbarre per rapina a mano armata.
All'inizio di quest'anno, Brown era finito di nuovo nei guai giudiziari perché aveva chiamato a vuoto i soccorsi a seguito di un allarme delirante. A Brown era stata diagnosticata la schizofrenia e soffriva di allucinazioni e paranoia, secondo quanto riferisce sua sorella alla Cnn. L'assassino di Iryna è salito sul treno senza biglietto. Se anche solo quella piccola regola fosse stata fatta rispettare, la ragazza ucraina sarebbe ancora viva.
La richiesta di togliere i fondi alla polizia e di ritirare gli agenti dalle strade parte dal presupposto che il sistema dell'ordine pubblico sia "razzista sistemico", cioè congegnato apposta per reprimere i neri. Le strategie di repressione del crimine, come la "tolleranza zero", sono state abolite, Stato dopo Stato, soprattutto dopo l'uccisione di George Floyd da parte di un poliziotto bianco. Era il 2020: quell'anno, Decarlos Brown, futuro assassino di Iryna, veniva rimesso in libertà dopo aver scontato la sua pena carceraria per rapina a mano armata. I manicomi non ci sono più da un pezzo, come in Italia, le carceri sono un "sistema razzista", quindi si cercano pene sostitutive. Uno schizofrenico (così risulterebbe da una diagnosi) pieno di precedenti penali ma a piede libero, ha avuto modo di scegliere la sua vittima e assassinarla.
18 GIU 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8199
FINALE DI CHAMPIONS LEAGUE: GLI ISLAMICI OLTRAGGIANO GIOVANNA D'ARCO di Roberto de Mattei
Il 1° giugno 2025, durante la guerriglia urbana che ha insanguinato la capitale francese, in occasione della finale di Champions League, alcuni giovani islamisti hanno issato una bandiera jahdista sulla statua di santa Giovanna d'Arco, in Place des Pyramides. Santa Giovanna d'Arco è la patrona della Francia, una nazione che è costruita sulle fondamenta della civiltà cristiana. La missione della Pulzella di Orléans fu di riconquistare, prima che un territorio, quella concezione sacrale della sovranità che è alla radice della storia di Francia e di Europa. La profanazione della statua di Giovanna d'Arco è dunque un oltraggio all'identità nazionale del nostro continente e conferma la gravità della minaccia islamista.
Il ministro dell'Interno francese Bruno Retaillaus ha minimizzato la portata dei disordini, ma l'ex ministro Gérard Darmanin ha ammesso che le violenze sono state causate da bande di immigrati, e non da una rivolta calcistica. Le sommosse hanno coinvolto varie città, con violenze, saccheggi e scontri con la polizia: 192 feriti (soprattutto agenti), tre morti, 642 arresti. La strategia del governo francese di utilizzare il calcio come uno strumento politico per favorire l'inclusione e l'integrazione degli immigrati si è rivelata fallimentare perché, invece di unire, sta generando divisioni e violenze.
Un rapporto governativo di 73 pagine, dal titolo Les Frères musulmans et islamisme politique en France, reso noto da Le Figaro il 20 maggio 2025, ha portato alla luce il progetto di "entrisme", dei Fratelli Musulmani per infiltrare profondamente le istituzioni e la società francese, con l'obiettivo ultimo di imporre la sharia, utilizzando un linguaggio apparentemente democratico. Il rapporto individua 139 luoghi di culto dipendenti dai Fratelli Musulmani oltre ad altri 68 considerati "prossimi", distribuiti in 55 dipartimenti. A questi si aggiungono 280 associazioni attive in settori chiave: educazione, carità, gioventù, imprenditoria e finanza.
PREDICAZIONE ISLAMICA 2.0
A preoccupare è anche la "predicazione 2.0", ovvero la diffusione dei principi islamisti attraverso social network come TikTok, Instagram e YouTube. Alcuni influencer religiosi, con centinaia di migliaia di seguaci, riescono a influenzare ampi segmenti di giovani, contribuendo alla trasformazione lenta e pervasivadel tessuto sociale e culturale francese.
Il rapporto non si limita alla Francia, ma evidenzia come diverse organizzazioni islamiche europee - tra cui la Federazione delle Organizzazioni Islamiche in Europae il Consiglio Europeo per la Fatwa - sono ispirate ai principi dei Fratelli Musulmani. A queste si aggiungono altri gruppi come Hizb ut-Tahrir, che mira a creare un califfato globale pur rifiutando la violenza, e i movimenti salafiti, spesso conservatori e religiosamente attivisti. Il documento segnala infine il pericolo delle reti jihadiste come Al-Qaeda e ISIS, che hanno sfruttato malcontento e marginalizzazione per reclutare giovani europei nelle loro file. Dal 2014 si contano oltre 30 attentati mortalinel continente.
Fin dagli anni Novanta il cardinale Silvio Oddi (1910-2001), che era stato nunzio in Egitto, affermavache il vero grande pericolo che vedeva per il futuro dell'Europa era l'avanzata dell'Islam. E fin dal 1993, il Centro Culturale Lepanto organizzò una grande protesta pubblica contro la costruzione della moschea di Roma, la più grande d'Europa, denunciando il ruolo politico e culturale svolto dalle moschee islamiche. Con il titolo Mosquées, les casernes de l'islamisation è stato pubblicato in questi giorni in Francia dall'associazione Avenir de la Culture un illuminante studio, sotto la direzione di Atilio Faoro. Il libro è un'accurata inchiesta dedicata alle "caserme" dell'Islam, di cui mette in luce il ruolo sovversivo. Le conclusioni sono inconfutabili. Le moschee, stimate in circa 2.600 in Francia, non sono semplicemente luoghi destinati alla preghiera, ma possono essere considerate centri militanti in cui si vive e si diffonde la cultura e lo stile di vita islamico.
FRATELLI MUSULMANI
I Fratelli Musulmani sono una delle tre correnti fondamentaliste che controllano oggi centinaia di moschee francesi. Una galassia fortemente concorrente è quella del salafismo sunnita, un movimento poco strutturato ma che ha una grande influenza tra i giovani musulmani e, come i Fratelli Musulmani, non nasconde il suo odio per l'Occidente. Diverse moschee collegate a questa scuola di pensiero hanno fatto da trampolino verso il jihadismo. Infine, c'è l'Islam turco, sostenuto dal presidente Erdogan, anch'esso in piena espansione sul territorio francese. Sotto la sua egida sono state costruite numerose moschee, come quella di Strasburgo che, una volta terminata, dovrebbe essere la più grande d'Europa.
Sotto questo aspetto, il vessillo dell'Islam che il 1° giugno è stato innalzato sulla statua di Giovanna d'Arco appare come in gesto chiaramente simbolico, non privo di collegamento con l'approvazione, il 28 maggio, del suicidio assistito da parte dell'Assemblea Nazionale: un provvedimento che, se venisse adottato in via definitiva, segnerebbe una nuova tappa nel processo di auto-dissoluzione dell'identità cristiana della Francia. Approvando la proposta di legge Falorni sul "diritto all'aiuto a morire", l'Assemblea nazionale ha infatti proclamato ancora una volta il diritto all'omicidio legale, come già aveva fatto il presidente Emmanuel Macron, lo scorso 19 gennaio, chiedendo l'inclusione dell'aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell'Europa.
La forza espansiva dell'Islam sta nella debolezza della società secolarizzata che ha di fronte. Gli immigrati della terza e quarta generazione di origine musulmana hanno perso l'identità originaria dei padri e dei nonni e, di fronte allo sfacelo della società occidentale, divengono adepti di un anarchismo distruttore. Per loro, l'alternativa al nichilismo è l'adesione, non necessariamente religiosa, all'islamismo radicale, una religione politica che colma il loro vuoto morale. Alla caricatura ideologica dell'islamismo la Chiesa cattolica dovrebbe rispondere proponendo una visione del mondo integrale, fondata sul Vangelo, nel quale si trova la soluzione di tutti i problemi del mondo contemporaneo. E' infatti la mancanza di fede, ha detto il 9 maggio Leone XIV nella sua prima omelia, «che porta spesso con se' drammi quali la perdita del senso della vita».
PAROLE INCORAGGIANTI
Le parole conclusive dell'opera di Atilio Faoro sono però incoraggianti: «Il 15 aprile 2019, il mondo intero fu testimone, inorridito, delle fiamme che devastavano la più celebre delle nostre cattedrali. Questa terribile prova ci ricorda che, come per Notre-Dame, la vita dei popoli e delle nazioni cristiane passa attraverso la croce. Questo dramma ci invita anche a non perdere mai la fede. Di fronte alla devastazione lasciata dall'incendio, molti dubitavano che l'edificio potesse un giorno ritrovare il suo splendore. L'8 dicembre 2024, Notre-Dame ha tuttavia riaperto le sue porte alla presenza dei capi di Stato di tutto il mondo e di una folla immensa, più bella che mai. Questo restauro è una lezione per tutti noi. Quante volte crediamo che tutto sia perduto, che le rovine siano definitive?»
La spettacolare manifestazione che quest'anno, a Pentecoste ha visto 19.000 pellegrini, percorrere a piedi circa 100 km, da Parigi fino alla cattedrale di Chartres è una delle tante luci di speranza che si accendono, come la restaurazione di Notre-Dame e l'aumento in Francia di conversioni dall'Islam. Molti secoli fa, il Signore manifestò il suo amore particolare per la Francia inviandole una piccola pastorella di Lorena che prese le armi e la salvò. «Gli uomini combatteranno e Dio darà loro la vittoria», diceva Giovanna d'Arco, con parole che costituiscono un programma. All'inizio del XXI secolo, l'esempio della santa guerriera costituisce un modello non solo per i francesi, ma per tutti coloro che, con il pensiero, la preghiera e l'azione, difendono la Civiltà cristiana dai suoi nemici.
10 GIU 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8191
NERA E FIGLIA D'AFRICA, MA E' CONTRO L'ISLAM E L'IMMIGRAZIONE INCONTROLLATA di Manuela Antonacci
Lilas Eurydice Ndong, francese di origine gabonese, membro del partito di Marine Le Pen, candidata per la Vandea alle elezioni legislative francesi del giugno 2022, rappresenta una voce singolare nel dibattito pubblico francese. Nata nel 1982 a Parigi, questa donna di origini africane, figlia dell'illustre giornalista Pierre Célestin Ndong Ondo, sposata con un gendarme, difende gelosamente il patrimonio culturale francese che sente pienamente suo, contro l'immigrazione incontrollata.
Lilas si è più volte detta preoccupata per le minacce all'identità e alla coesione nazionale in Francia, appoggiando in tutto e per tutto il pensiero politico di Éric Zemmour, fondatore del partito politico Reconquête, di cui condivide le idee sulla sovranità, l'immigrazione incontrollata e, soprattutto, la certezza che l'islam non sia una religione come un'altra. Come Zemmour, anche Lilas esprime i suoi timori di fronte a una Francia che vede indebolita da due dinamiche preoccupanti: la crescente influenza delle correnti islamiste, che ritiene abbiano una visione rigorista incompatibile con i valori repubblicani e l'immigrazione incontrollata, che, a causa della mancanza di selezione, importerebbe sfide sociali e culturali difficili da affrontare.
Una vera e propria patriota che esorta a preservare la Francia come spazio di libertà, chiamandola, a questo scopo ad una vera e propria mobilitazione affinché difenda la sua identità. La sua è una posizione che fa impallidire la sinistra perché dimostra che in Francia si può essere di origine africana e abbracciare il pensiero politico della destra sovranista e identitaria. Sin dai suoi esordi in politica, nel 2022, sin rende conto che «per lo più i politici neri in Francia sono tutti vittime», non riconoscendosi in loro, in quanto «rappresentano un'immigrazione che non smette di lamentarsi e sputare sulla Francia». Questo attivismo le è valso ancora oggi, una valanga di insulti e minacce da parte proprio dei suoi connazionali africani.
Ma lei ha le idee chiare e sostiene: «La Francia interventista deve fermarsi, deve cessare il bando di gara per i migranti a prezzi scontati per poi parcheggiarli, come ai tempi della schiavitù. I governi precedenti si sono impegnati nell'alimentare la schiavitù moderna con la complicità dei leader africani. Dobbiamo contribuire a sviluppare in modo massiccio le prospettive future degli africani nel loro paese e non qui. Non c'è più niente di buono per loro qui, perché i francesi ora vogliono salvare prima se stessi».
E sostiene anche che le sue non siano solo parole: «Ci penserò io con il mio partito: prima i francesi. Gli africani devono rendersi conto che l'immigrazione illimitata è solo una forza lavoro a basso costo travestita da eldorado, e che porvi fine è fare loro un favore volendo dare loro tutta la dignità per avere successo validamente in patria e non più in patria».
Una donna che rappresenta una bella pietra di inciampo sia per la sinistra francese sia per gli immigrati irregolari africani in Francia. Ma lei non ha dubbi: «Il mondo si è evoluto grazie a persone che hanno osato e hanno avuto una visione diversa, e io sono parte di questo processo. Sono convinta di essere venuta al mondo per sensibilizzare l'opinione pubblica in Africa. Gli insulti mi rendono più forte perché sono di fronte a persone che non osano».
18 FEB 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8072
UN RAPPORTO ALLARMANTE SUI CRIMINI CONTRO LE CHIESE IN FRANCIA di Paola Belletti
È la comunità ebraica il bersaglio più colpito dall'odio antireligioso in Francia, con un preoccupante 62% di atti antisemiti, contro un 7% di quelli contro i musulmani e un allarmante 31% che ha per destinatari i cristiani. Anche se gli atti contro la comunità cristiana sono diminuiti dal 2023 al 2024, si registra un significativo aumento per due anni di fila degli incendi dolosi contro luoghi di culto, cresciuti anche i furti in chiese e edifici religiosi cristiani. «Meno atti anticristiani, - dunque, riporta Europe 1 - ma più chiese prese di mira. Secondo un rapporto dell'intelligence territoriale consultato da Europe 1, la polizia ha registrato un calo degli attacchi anticristiani lo scorso anno (770 incidenti, -10%). (...) per il secondo anno consecutivo, lo scorso anno le chiese sono state nuovamente prese di mira in modo particolare. Nel 2024 sono stati registrati quasi 50 (...) incendi dolosi contro luoghi di culto cristiani. Nel 2023 sono stati 38, con un aumento di oltre il 30%».
Un aumento favorito anche dalle rivolte contro il governo di Parigi scoppiate nel maggio del 2024 nella comunità francese della Nuova Caledonia (arcipelago francese in Oceania, Ndr). Numerose le chiese prese di mira dai rivoltosi e date alle fiamme. In Francia sempre nel corso del 2024 due sono stati gli incendi a danno di chiese e comunità cattoliche: il 2 settembre è stata colpita la chiesa di Saint-Omer che ha visto andare distrutti tetto e campanile; il 3 ottobre è toccato alla chiesa di Saint-Hilaire-le-Grand a Poitiers oggetto di due roghi simultanei e di altri danni materiali alle statue presenti nell'edificio sacro.
A offrire questo quadro preoccupante è un rapporto dell'intelligence francese che definisce il fenomeno preoccupante anche per il fatto «che si inserisce in un contesto mondiale di degrado e profanazione del patrimonio religioso francese». Il trend purtroppo riguarda anche i furti: si è passati dai già numerosi 270 del 2023 ai 288 dell'anno da poco concluso, un aumento del 7 %, il che ha significato in media 5 furti nelle chiese ogni settimana. «Le regioni più colpite sono Nouvelle-Aquitaine, Île-de-France, Grand Est, Alvernia-Rodano-Alpi e Occitania, dove sono stati segnalati diversi casi di saccheggi e danni». Anche se prevalgono gli attacchi a edifici e oggetti sacri, non sono mancate azioni contro i fedeli, soprattutto con azioni di disturbo durante le celebrazioni, un fenomeno particolarmente intenso durante il periodo del Natale. Così riferisce un'altra testata, Breizh info: «A Bordeaux, due individui ubriachi hanno causato il caos durante la messa. A Saint-Germain-en-Laye, un uomo ha interrotto una funzione gridando “Allah Akbar” prima di salire sull'altare e mostrare il suo posteriore davanti ai fedeli. Lo scorso anno la minaccia contro i cristiani non si è limitata ad atti vandalici. Il 5 marzo 2024, un uomo di 62 anni, islamista, è stato arrestato dalla DGSI mentre pianificava un attacco a una chiesa. Grazie all'intervento dei servizi segreti la tragedia è stata evitata». Con l'apertura dell'Anno Giubilare le preoccupazioni in merito ai rischi per fedeli e patrimonio culturale sono ancora più elevate.
Le autorità raccomandano prudenza e misure di prevenzione, ma resta il grande interrogativo sulle cause profonde di questa violenza e sulle misure non estemporanee per arginarla. Come cristiani sappiamo che alla radice di ogni persecuzione contro tutto ciò che è cristiano, dall'insofferenza fino all'odio più implacabile, c'è quello che Cristo stesso ci ha annunciato. La certezza dell'ostilità al Suo nome e la sicura ricompensa nei cieli per chi avrà perseverato. Di sicuro non significa che chi ha responsabilità di governo possa sottrarsi al grave dovere di impedire e limitare questi attacchi, fosse anche solo per amore della propria nazione e dei beni, materiali e non, che custodisce. Ciò che colpisce, infatti, non è tanto l'odio contro i cristiani di chi cristiano non è - e aspetta senza saperlo l'annuncio del Vangelo -, ma quella sorta di malattia tutta occidentale (del laicismo che ha preso a lungo il sopravvento) che ci vede spesso intenti a soffocare le nostre stesse radici.
Nota di BastaBugie: Lorenza Formicola nell'articolo seguente dal titolo "Attentato in Austria, il jihadismo è la nuova normalità europea" spiega che non solo in Francia, ma in tutta Europa l'immigrazione ha avuto conseguenze catastrofiche. Per esempio il recente attentato a Monaco di Baviera da parte di un afghano arrivato in Europa con un barcone. Poi un altro attacco c'è stato a Villaco, in Austria, ad opera di un siriano: sempre in nome di Allah. Un grave errore sarebbe quello di sminuire la matrice islamista.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 12 febbraio 2025:
Dopo la Germania, l'Austria. Dopo Monaco di Baviera - dove in conseguenza delle gravi ferite riportate nell'attentato di giovedì 13 febbraio sono morte una mamma e la figlia di due anni, investite al grido di «Allah Akbar» - la scia di sangue è arrivata a Villaco (Villach), dove è morto un quattordicenne. La città della Carinzia, così vicina all'Italia (tanti italiani di confine la frequentano), è stata dunque il proscenio dell'ultimo attentato con coltello che il terrorismo islamico ha regalato all'Europa.
È un sabato pomeriggio ancora sonnolento quello del 15 febbraio, sono circa le 16, a pochi passi da Hauptplatz, la piazza principale di Villaco circondata da negozi e caffè all'aperto; mentre il fine settimana ancora non s'è animato, un siriano di 23 anni si lancia sui pochi passanti con un coltellaccio che stringe nella mano sinistra. Trafigge al cuore un quattordicenne: morirà pochi minuti dopo, dissanguato. Cinque i feriti che combattono tra la vita e la morte in ospedale. Poi un venditore ambulante, pare anch'egli siriano, si mette in macchina per mettere fuori gioco il terrorista, investendolo. Un gesto che ha probabilmente evitato una strage.
L'aria, al centro di Villaco, s'è fatta immediatamente cupa. E mentre ancora echeggiava il grido di «Allah Akbar», il giovane attentatore si faceva fotografare sorridente non lontano dal luogo dell'attentato. Poco più in là, vicino al ponte sulla Drava, le immagini diffuse su Internet lo presentano a fissare la fotocamera con un ghigno ostentato, per niente scomposto, mentre, seduto su una panchina e senza una scarpa, persa nella tentata fuga, tiene l'indice della mano destra alzato verso il cielo. È il gesto di omaggio ad Allah, la firma dei jihadisti da ormai tanti anni.
Villaco è un città blindata. Un paio di elicotteri delle forze dell'ordine solcano il cielo. La squadra speciale della polizia austriaca è convinta che il siriano se ne sia andato in giro accompagnato. L'atmosfera è inquietante. La città è vuota d'un tratto. Qualcosa più di un film dell'orrore. Fino appunto alla notizia del venditore ambulante che ha investito il terrorista.
Sembra ieri quando nel 2020, a Vienna, in quattro vennero uccisi dall'Isis, nel più grave degli attentati in Austria dal 1985. Che avrebbe ceduto il primato se, lo scorso agosto, un tentativo di attentato, targato Stato Islamico, ad un concerto di Taylor Swift non fosse stato sventato in tempo.
Ma torniamo a Villaco. «In 20 anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere», ha commentato il portavoce della polizia locale. Il siriano aveva con sé un tesserino che lo identificava come un richiedente asilo e pare vivesse nel centro di accoglienza di Langauen. Devoto di Allah, era un assiduo frequentatore di imam su TikTok. Quelli che, dopo la stretta all'islam decisa da Sebastian Kurz nel 2018, sono diventati abbastanza introvabili in Austria. Nell'abitazione dell'attentatore è stata trovata anche una bandiera dell'Isis. Interrogato, ha ammesso di aver agito proprio in nome dello Stato Islamico. Eppure non era tra i 150 islamisti sotto osservazione del governo di Vienna.
Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. E pensare che solo la settimana scorsa sono fallite le trattative per un nuovo governo. Il Partito della Libertà (FPÖ, di destra) e il Partito Popolare (OVP, conservatori) non hanno trovato l'accordo per un esecutivo che, comunque, sarà il più a destra dal secondo dopoguerra. Il leader del Partito della Libertà, Herbert Kickl, che ha vinto le elezioni parlamentari a settembre, per la prima volta nella sua storia, ha chiesto «una drastica riduzione del diritto d'asilo».
L'Austria ospita una numerosa popolazione di rifugiati siriani, circa 100.000 persone. Dopo la caduta di Bashar al-Assad a dicembre, Vienna ha congelato le domande di asilo pendenti presentate dai siriani, per riesaminare la loro situazione. E ha posto fine ai ricongiungimenti familiari, oltre che inviato almeno 2.400 lettere di revoca dello status di rifugiato. Il Ministero dell'Interno, dal canto suo, ha appena dichiarato che sta preparando «un programma coerente di rimpatrio ed espulsione in Siria».
Il governatore della Carinzia, Peter Kaiser, membro dei socialdemocratici, ha chiesto «le sanzioni più severe». Poi ha aggiunto che «l'Austria e l'Unione Europea hanno bisogno di attuare delle direttive molto restrittive in materia di immigrazione e asilo». Ancora una volta, infatti, si tratta di terrorismo islamico legato all'immigrazione. Come a Monaco. Medesima strategia, diversa tattica. L'afghano che ha ucciso a Monaco di Baviera aveva fatto l'ormai ben noto e collaudato iter. Nel 2016, era arrivato con il classico barcone
5 FEB 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8061
QUANDO LE DEPORTAZIONI PIACEVANO ALLA SINISTRA
Nel 1991 un ponte aereo e navale per riportare a casa 20mila immigrati albanesi clandestini... e nel 1997 il blocco navale deciso da Prodi
di Bruno Dardani
AGOSTO 1991. Il settimo Governo Andreotti con il ministro degli Interni Scotti in prima linea ha deciso di applicare alla lettera la Legge Martelli che vieta l'immigrazione clandestina. Dall'Albania sulla nave "Veolia" arrivano 20.000 fra uomini donne e bambini, che vengono fatti sbarcare nel porto di Bari e gran parte di loro ammassati nello Stadio. In mezzo a loro anche disertori dell'esercito albanese e delinquenti armati. In 4 giorni 20.500 albanesi vengono rintracciati e con metodi che vanno dall'inganno ("Vi portiamo a Roma") al mercanteggiamento (due magliette e un paio di jeans o un biglietto da 50.000 lire) vengono rimpatriati in quello che passerà alla storia come il più grande blitz europeo contro l'immigrazione clandestina.
La storia è strana e ogni tanto, se ripescata e riportata a galla, aiuta a capire. All'epoca nessuno parla di "deportation". Anzi a tale fine è utile la rilettura di alcuni brani dell'Unità, organo ufficiale del Partito Comunista Italiano dell'agosto del 1991 che rispetto a questi clandestini che in fondo in fondo non sono graditi neppure alle sinistre che già stato patendo il crollo del comunismo nell'est e poi in Unione sovietica e che non vedono di buon occhio questi profughi in fuga da un Paese iper-rosso.
"Nessuno spargimento di sangue. Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo". Così il ministro dell'Interno Scotti commenta sull'Unità l'operazione- rimpatrio completata con il blitz di ieri che ha riportato in Albania disertori e irriducibili. "Avevo detto che non li avremmo accolti e ho mantenuto la promessa"
"Stiamo solo portando a compimento un'operazione cominciata il 14 agosto, a Bari…». Una pausa, poi: «Abbiamo raggiunto il nostro obiettivo: non un morto, nessuno spargimento di sangue: e gli albanesi rimandati a casa».
La giornata del grande blitz sta per finire, il ministro dell'Interno guarda ancora una volta appunti e tabelle, controlla i numeri, risponde al telefono. È stanco, stanco e soddisfarlo: dall'alba al tramonto sono stati rimpatriati 2.267 profughi. Prelevati da 14 regioni, sistemati su navi e aerei. Gli irriducibili non hanno avuto il tempo di reagire, tornano a casa. «Avevo detto che non II avremmo accolti, e sto mantenendo la promessa».
È una specie di teorema. Il governo aveva deciso di applicare la legge Martelli, che vieta l'immigrazione clandestina. Gli albanesi giunti in Italia erano immigrati clandestini: bisognava rimpatriarli. Tutti. C'è stato qualche problema nello stadio di Bari, in duemila hanno fatto resistenza. Erano armati, sarebbe stato impossibile stanarli senza spargimenti di sangue. Ecco, allora, lo stratagemma: va bene, avete vinto, siete potenziali rifugiati politici, vi accogliamo provvisoriamente, in attesa di accertare la vostra richiesta di asilo. Gli irriducibili ci hanno creduto. Li hanno divisi in piccoli gruppi, rendendoli innocui: due giorni ed è arrivato il blitz di ieri. «Vi portiamo a Roma», hanno detto carabinieri e poliziotti ai profughi. Invece, li hanno portati in Albania. Anche l'ultima bugia e servita ad evitare reazioni, rivolte, «spargimenti di sangue». Un'altra bugia realistica e umanitaria, insomma. L'ennesima: perchè quel «vi portiamo a Roma» poliziotti e carabinieri lo dissero anche ai primi albanesi rimandati a casa, dieci giorni fa. Potrebbe fare da epigrafe a questa immensa operazione di polizia, 7-17 agosto, segnata da piccoli e grandi inganni, stratagemmi, sotterfugi".
È il 1991, ma pochi anni dopo un governo di centro sinistra, quello del 1997 guidato da Romano Prodi attua il Blocco Navale in Adriatico proprio per bloccare l'immigrazione albanese e balcanica. il governo ha deciso di usare la linea dura: una cabina di regia formata dallo stesso Prodi, dal ministro dell'Interno Giorgio Napolitano, dal ministro degli Esteri Lamberto Dini e dal ministro della Difesa Beniamino Andreatta, ha dato vita a quello che è poi passato alla storia come un vero e proprio blocco navale del canale d'Otranto abbinato a un decreto per regolare i respingimenti.
Il 28 marzo del 1997 una nave militare italiana sperona in acque internazionali la carretta del mare Kater I Rades, provocandone l'affondamento con la morte di oltre cento persone, molte delle quali donne e bambini. Vice Presidente del Consiglio, Walter Veltroni; Ministro degli Interni, Giorgio Napolitano; ministro degli Esteri, Lamberto Dini.
15 GEN 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8047
LA PROTESTA NAZIONALE PER RAMY, CONTRO LA POLIZIA: IL NOSTRO BLACK LIVES MATTER di Stefano Magni
Quando un ragazzo egiziano di 19 anni, Ramy Elgaml, è morto a Milano durante un inseguimento dei Carabinieri (non aveva risposto all'alt in un posto di blocco), il quartiere Corvetto, ad alto tasso di immigrati, si era sollevato per due giorni contro la polizia. Era il 24 novembre scorso e il paragone che veniva naturale allora era: come una Banlieue parigina. Dalla settimana scorsa è iniziato il seguito della vicenda e il paragone con la periferia islamizzata francese non regge già più. Stiamo assistendo a un fenomeno diverso, più simile a un altro esempio estero del recente passato: il movimento Black Lives Matter contro la polizia americana.
Come mai si è atteso un mese e mezzo per assistere allo scoppio di una nuova ribellione contro la polizia? La causa è la pubblicazione del video delle dashcam (le videocamere montate sulle auto) dei Carabinieri, il 7 gennaio, in cui si può assistere all'inseguimento dello scooter su cui era a bordo Ramy. Nemmeno i filmati, però, dimostrano che Ramy sia stato ucciso. Saranno i periti, nel prossimo processo, a stabilire se si sia trattato di un incidente, o i Carabinieri siano colpevoli. Ma quel che si è visto è stato sufficiente a far scoppiare la nuova rivolta.
A fare la differenza, nel movimento Black Lives Matter, negli Usa, è soprattutto l'intervento della sinistra istituzionale, al fianco della piazza. Non è stata una protesta spontanea fine a se stessa, come reazione alla morte di George Floyd, nel maggio del 2020, ucciso da un poliziotto durante un fermo. E l'antirazzismo (George Floyd era un afroamericano, il poliziotto che l'ha ucciso un bianco) non era l'obiettivo principale. Il vero scopo era il "defund the police", togliere i fondi alla polizia. Il passaggio, utopistico, dalla repressione alla prevenzione, dalla politica "legge e ordine" a un welfare totale che elimini le cause sociali della delinquenza. Questo ha reso le violente proteste di Black Lives Matter uniche nel loro genere: al fianco delle piazze violente c'erano sindaci, procuratori e anche governatori di sinistra che davano la loro legittimità istituzionale alle violenze.
PAESE CHE VAI, SINISTRA CHE TROVI
In Italia stiamo assistendo a qualcosa di molto simile. Oltre alla sinistra antagonista in piazza, la sinistra istituzionale ha subito preso posizione contro la polizia. Le frasi pronunciate da Giuseppe Sala, sindaco di Milano, sono molto più che ambigue: «Certamente le immagini danno un segnale brutto, non c'è dubbio, brutto. Però attendiamo che la giustizia faccia il suo corso. Dal mio punto di vista è chiaro che se qualcuno ha sbagliato deve pagare». Tre frasi: una garantista ("attendiamo che la giustizia...) chiusa fra due sentenze colpevoliste a prescindere. E poi: «Voglio ringraziare un'altra volta il papà di Ramy per l'atteggiamento che oggettivamente è impeccabile. La giustizia faccia il suo corso però mi pare un altro esempio del fatto che quando ce la prendiamo con gli immigrati... Insomma trovare uno (il papà di Ramy, ndr) che dica "c'è un poliziotto buono e uno cattivo ma voglio credere che la maggior parte siano buoni" non è poca cosa». Quindi, per esprimere solidarietà a un padre che ha perso un figlio, Sala ha trovato il modo di stigmatizzare la polizia. Al punto di considerare una lodevole eccezione chi pensa che non tutti gli agenti sono colpevoli.
Ad aggiungere il suo peso professionale, oltre che politico, ai commenti di Sala, è stato Franco Gabrielli, consulente del sindaco ed ex capo della Polizia di Stato. Intervistato a Radio24 ha dichiarato: «È sempre facile fare il professore del giorno dopo ma è ovvio che quella non è la modalità corretta con cui si conduce un inseguimento perché c'è pur sempre una targa. Esiste un principio fondamentale ed è quello della proporzionalità delle azioni che devono essere messe in campo per ottenere un determinato risultato: io posso addirittura utilizzare un'arma se è in pericolo una vita ma se il tema è fermare una persona che sta scappando non posso metterla in una condizione di pericolo». Quindi, i Carabinieri non avrebbero dovuto inseguire chi non rispetta l'alt?
È importante ricordare queste prese di posizione della sinistra milanese, perché gli effetti sono stati immediati. Queste dichiarazioni risalgono a giovedì 9 gennaio mattina, la sera stessa iniziavano i disordini di piazza. Ad inaugurare il Black Lives Matter italiano è stata, non Milano, ma Torino, a dimostrazione che non si è trattato di una reazione spontanea, ma di un moto politico nazionale organizzato. Nel capoluogo piemontese, un gruppo di antagonisti ha lanciato delle bombe carta contro un Commissariato di Polizia, oltre a uova con vernice. Le forze dell'ordine hanno chiuso le vie che portano verso il centro cittadino e sono stati lanciati contro di loro bottiglie di vetro. Cinque gli agenti feriti. Protagonista dei disordini, l'ormai noto centro sociale Askatasuna, recentemente legittimato dalla visita dell'europarlamentare Ilaria Salis. Un centro protagonista di tutti gli scontri degli ultimi anni contro la polizia a cui il sindaco di Torino, Stefano Lo Russo (Pd), vorrebbe regalare la sede.
SCENE DI GUERRIGLIA URBANA
Il sabato sera si sono verificati gli scontri peggiori, a Roma e a Bologna, mentre a Milano la protesta è stata più pacifica: i manifestanti si sono limitati a imbrattare palazzi e strade. A Roma, invece, scene di guerriglia urbana, con negozi vandalizzati e otto agenti feriti. A Bologna è andata peggio: dieci agenti di polizia feriti, barricate e lanci di oggetti contundenti di tutti i tipi. Bologna ha fatto notizia soprattutto perché i manifestanti hanno anche preso di mira gli ebrei locali, imbrattando i muri della sede degli uffici della Comunità, nella via parallela a quella della sinagoga. Avendo così provocato un incidente diplomatico (anche l'ambasciatore di Israele è intervenuto sulla vicenda), almeno in questo caso la sinistra ha stigmatizzato la violenza.
Anche in questo caso, la sinistra tace o accusa la destra di "strumentalizzare". Elly Schlein, segretaria del Pd, è intervenuta solo dopo che è stata sollecitata dalla premier Giorgia Meloni. E, oltre a una generica e doverosa condanna alla violenza di piazza, ha chiesto al centrodestra di "non strumentalizzare". La posizione più netta è quella di Alleanza Verdi e Sinistra: contro la polizia. Con il segretario verde Angelo Bonelli che paventa l'introduzione di "norme da Stato di polizia" dietro "il pretesto" delle aggressioni ai poliziotti. Insomma, neppure di fronte a diciotto agenti feriti in una sola sera, di cui otto nella stessa capitale, la sinistra riesce a prendere le distanze dai violenti.
Ci sono invece violenze dello stesso tipo che praticamente non hanno fatto notizia, se non nella cronaca locale. A Busto Arsizio (Lombardia, provincia di Varese) i poliziotti sono intervenuti contro due nordafricani esagitati che stavano sfasciando un'auto in un parcheggio. Ma non appena gli agenti sono arrivati sul posto si sono trovati circondati da una folla di immigrati che insultavano la polizia e inneggiavano alla "giustizia per Ramy". Solo l'arrivo di rinforzi ha evitato il peggio. Sono azioni violente che fanno meno notizia, perché spontanee. Ma proprio per questo più pericolose, più incontrollabili e quindi in grado di dilagare. Come Black Lives Matter, appunto.
Se la protesta ottiene il suo scopo, quello di criminalizzare e legare le mani alla polizia, gli effetti saranno anche gli stessi che abbiamo visto negli Usa dopo Black Lives Matter. Ovunque i sindaci di sinistra abbiano mantenuto le promesse di depotenziare la polizia, l'ordine pubblico è crollato. Le grandi metropoli amministrate da Democratici sono tornate ad essere luoghi pericolosi, come lo erano negli anni '70. E a farne le spese sono soprattutto i più poveri, quelli che abitano nei quartieri ghetto e che non possono permettersi un servizio di vigilanza privato. Negli Usa hanno così scoperto che lo Stato sociale non può sostituire l'ordine pubblico. In Italia, una parte della politica ci crede ancora.
24 DIC 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8030
SALVINI ASSOLTO, UNA SCONFITTA PER LA MAGISTRATURA di Ruben Razzante
La battaglia che i pubblici ministeri di Palermo Marzia Sabella, Geri Ferrara e Giorgia Righi hanno ingaggiato anni fa contro Matteo Salvini era tutta politica e le accuse di sequestro di persona e di rifiuto di atti d'ufficio erano strumentali. La sentenza di assoluzione per il leader della Lega, all'epoca ministro dell'interno, pronunciata ieri sera dal Tribunale di Palermo, restituisce credibilità all'Italia e rappresenta una vittoria del diritto, oltre che del buon senso.
Come ha commentato a caldo l'avvocato difensore di Salvini, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, si tratta di un verdetto contro chi sfrutta i migranti. Al termine di un processo durato tre anni e che non sarebbe mai dovuto iniziare, è stato chiarito che "il fatto non sussiste" e che Salvini non ha commesso alcun reato ed ha agito nell'esclusivo interesse del suo governo e del suo Paese. Ha semplicemente difeso i confini nazionali dalle attività illecite delle Ong, che speculano sulle vite dei migranti. Invece i pm avevano chiesto per lui una condanna a 6 anni di carcere per rifiuto di atti d'ufficio e sequestro di persona. «Surreali e infondate le accuse a Salvini», ha commentato il premier Giorgia Meloni, esprimendo soddisfazione per il verdetto.
Chissà cosa pensano i tanti italiani che non arrivano alla fine del mese e che sanno che per tre anni i loro soldi sono stati impiegati per un processo assurdo e fortemente ideologizzato. Senza considerare le complicità dell'ex premier Giuseppe Conte e degli altri membri del governo dell'epoca, che avevano avallato le scelte coraggiose del ministro Salvini senza manifestare alcuna opposizione e fino a ieri sera dichiaravano ipocritamente di voler rispettare le sentenze dei giudici. La battaglia processuale si è protratta fino a ieri senza esclusione di colpi. «Nell'agosto 2019 - hanno detto nella requisitoria i pubblici ministeri - da ministro dell'Interno Salvini aveva l'obbligo di rilasciare senza indugio alla nave dell'Ong Open Arms il place of safety, il porto sicuro, per 147 migranti soccorsi nel Canale di Sicilia. Invece, lasciandoli a bordo, agì intenzionalmente e consapevolmente in spregio delle regole».
L'avvocato di Salvini, la senatrice leghista Giulia Bongiorno, ha replicato chiamando in causa la Ong spagnola: «Open Arms bighellonava in mezzo al mare - ha accusato in udienza - mentre i migranti potevano scendere liberamente» e Salvini "difendeva i confini". [...]
La vicenda Salvini-Open Arms rappresenta una brutta pagina della storia nazionale sul piano della credibilità della magistratura italiana e dell'equilibrio tra potere giudiziario e politica. [...]
Nota di BastaBugie: Anna Bono nell'articolo seguente dal titolo "Open Arms e Salvini, le verità negate da Avvenire" parla di uno scandaloso editoriale del quotidiano della CEI a commento della sentenza di assoluzione del vice-presidente del Consiglio pieno di menzogne sul tema dell'immigrazione in generale e della vicenda Open Arms e Salvini nello specifico.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 23 dicembre 2024:
Quello che l'editoriale del quotidiano della CEI, Avvenire, ha lanciato il 21 dicembre è un attacco al governo italiano, che accusa di una serie di promesse non mantenute, e al vice presidente del Consiglio Matteo Salvini, ma soprattutto è un attacco alla verità, nonostante il titolo: "Salvini assolto, ma c'è una verità da rispettare".
«I porti non si possono chiudere - esordisce Danilo Paolini - perché la garanzia di un approdo sulla terra ferma è qualcosa che ha a che fare con il diritto umanitario universalmente riconosciuto, con l'incolumità e la sicurezza di vite». La prima verità è che invece le navi nei porti, come gli aerei negli aeroporti, entrano solo previa autorizzazione, che può essere concessa oppure negata. La seconda verità è che il diritto umanitario è indiscutibile, ma non riguarda il caso della Open Arms e dei suoi passeggeri, la cui incolumità e sicurezza non sono mai state in pericolo. Erano a bordo di una buona imbarcazione, sicura, costantemente monitorata ed erano bene assistiti. Alcuni che accusarono problemi di salute poterono lasciare la nave per ricevere le cure necessarie, altri furono fatti sbarcare perché risultavano essere minorenni: in tutto 64.
La terza verità è che il comandante della Open Arms rifiutò qualsiasi alternativa, persino quelle offerte dalla Spagna, Stato di bandiera della nave, che gli aveva proposto di dirigersi verso il porto spagnolo di Algeciras o verso un altro porto nelle isole Baleari e che in alternativa era disposta a trasbordare i passeggeri su un'altra nave spagnola.
La quarta verità è che la Open Arms doveva approdare in Italia, non a Malta, non in Tunisia e nemmeno in Spagna perché il nostro Paese era la destinazione scelta dagli emigranti irregolari, privi di documenti, che aveva a bordo e che per questo, per arrivare in Italia, avevano pagato a una delle tante organizzazioni criminali che gestiscono i viaggi illegali dall'Africa e dall'Asia verso l'Europa migliaia di dollari, anche più di 10mila se provenivano dal Bangladesh o da altri Paesi molto lontani. Se così non fosse, se gli emigranti fossero stati disposti a sbarcare in un qualsiasi porto sicuro, allora l'accusa di sequestro di persona andrebbe rivolta ai responsabili della Open Arms che, come ha affermato l'avvocato difensore del ministro Salvini, Giulia Bongiorno, «bighellonava in mezzo al mare» impedendo loro di sbarcare come avrebbero potuto.
È convinto - dice del ministro Salvini Avvenire - di avere in questo modo «fermato l'immigrazione di massa, ridotto i morti in mare e difeso la Patria». Ne è convinto perché è la verità (la quinta). Negli anni in cui è stato ministro dell'Interno gli sbarchi sono diminuiti drasticamente: 23.037 nel 2018 e 11.471 nel 2019, mentre prima erano sempre stati molto più che centomila (addirittura 181mila nel 2016) e poi hanno ripreso a crescere. Nel 2019 il numero di emigranti morti nel Mediterraneo, 1.510, è stato di gran lunga il più basso mai registrato.
Quanto a difendere la Patria, a quanto pare secondo il quotidiano della Cei farlo è lecito solo se è minacciata «da un invasore in armi» e quelli che arrivano invece sono «bambini, donne e uomini senza armi e senza niente, che rischiano la vita per disperazione, attraversando un mare che può ucciderli (...) perché scappano da guerre, miseria, catastrofi, persecuzioni». Tutti gli Stati del mondo, a tutela dell'ordine pubblico e della sicurezza nazionale controllano i loro confini - perché solo l'Italia non dovrebbe? -, prova ne sia che esiste la Convenzione di Ginevra che fa eccezione per chi chiede asilo, i profughi. Ma, ennesima verità negata, solo una esigua percentuale di emigranti illegali diretti verso l'Italia, e l'Europa, sono in fuga da guerre, catastrofi, persecuzioni e, dato il costo elevato dei viaggi, praticamente nessuno dalla miseria. Lo provano l'elevato numero di richieste di asilo respinte dopo attento e scrupoloso vaglio e l'elenco dei Paesi di provenienza, gran parte dei quali fortunatamente non sono afflitti da guerre, persecuzioni e catastrofi. L'Italia nei mesi scorsi ne ha individuati 19, ma sono molti di più.
Per inermi che siano, bambini, donne e uomini non dovrebbero viaggiare illegalmente e poi, mentendo, chiedere asilo. Ma ecco ancora una verità dissimulata: arrivano quasi solo uomini giovani, le donne sono poche, meno del 15%, e meno ancora i bambini. Per il bene di questi ultimi, a questo proposito, meglio sarebbe battersi finalmente perché fosse punito con estrema severità chiunque sia responsabile di metterne a rischio la vita, soprattutto se, come nel recente caso della piccola Yasmine, si consente o si impone loro di imbarcarsi da soli, affidati e alla mercé di estranei.
«Ci accingiamo - aggiunge l'editoriale - a festeggiare un Bimbo nato in una stalla 'perché non c'era posto per loro nell'albergo'». Ultima verità: Maria e Giuseppe non sono stati discriminati, respinti, cacciati, non c'era più posto né per loro né per nessuno, gli alberghi e le locande erano semplicemente al completo. «Quel Bambino, divenuto Uomo - conclude - avrebbe poi indicato nello straniero un essere umano da accogliere». "Quel Bambino" ha fatto ben altro. Ci ha insegnato a considerare ogni persona "prossimo" e ad amarla come noi stessi. Recepita pienamente finora solo dalla civiltà occidentale, è la più grande rivoluzione nella storia umana, dalla quale è scaturito il principio che esistono diritti inerenti alla persona, quindi universali e inviolabili. Questo con le persone che viaggiano senza documenti non ha proprio nulla a che vedere.
Siamo sicuri che non sia in corso un'invasione dell'Italia e dell'Europa?
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