Contatti
Info
Commenti controcorrente delle notizie della settimana
Episodi & Post
Episodi
Post
14 APR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8508
META E GOOGLE, CONDANNE STORICHE SULLA DIPENDENZA DA SOCIAL
di Daniele Ciacci
Mercoledì 25 marzo 2026 è stata probabilmente una delle date più importanti della storia del diritto digitale. Nello stesso giorno negli Stati Uniti due tribunali hanno emesso due verdetti separati ma collegati contro Meta - il colosso di Mark Zuckerberg proprietario di Facebook, Instagram e WhatsApp - e lo ha colpito da molte angolazioni diverse e convergenti. La tesi comprovata è chiara: le piattaforme social sapevano di danneggiare i minori e hanno scelto consapevolmente di non intervenire.
Il primo verdetto arriva da una giuria popolare di Los Angeles. Al centro del caso c'è Kaley G.M., oggi ventenne, che ha iniziato a usare YouTube a sei anni e Instagram a undici, come discusso nel precedente articolo della Nuova Bussola Quotidiana su questo tema. L'accusa ha sostenuto che alcune caratteristiche specifiche dei social network fossero state appositamente create per generare dipendenza senza curarsi delle conseguenze, come la possibilità di scorrere all'infinito (infinite scroll), la riproduzione automatica dei video, i suggerimenti algoritmici e i filtri per modificare le foto (adeguando il volto a standard di bellezza artificiali, con conseguente incremento di problemi psicologici legati al rapporto con il proprio corpo). I risultati, documentati in tribunale, sono ansia, depressione e pensieri suicidi, specialmente nei minori.
La giuria ha ritenuto Meta responsabile per un danno di 4,2 milioni di dollari e Google per 1,8 milioni, per un totale di 6 milioni. Nonostante la mole gargantuesca, la cifra è poco più che simbolica rispetto ai bilanci dei due colossi del web. I giurati però hanno stabilito che Meta e Google dovranno pagare anche i cosiddetti "danni punitivi", il cui ammontare sarà definito in una seduta successiva, e questa voce potrebbe essere molto più pesante.
DISATTIVATA LA SECTION 230
Il secondo verdetto, emesso il 24 marzo dal New Mexico, ha un profilo ancora più grave. Meta è stata condannata a pagare 375 milioni di dollari (circa 323 milioni di euro) per non aver avvertito correttamente gli utenti dei pericoli delle sue piattaforme e per non aver protetto i minorenni da predatori sessuali. Durante il processo è emerso che vari utenti usavano i social di Meta per adescare minori e scambiare materiale pedopornografico. Al banco dei testimoni sono saliti personalmente Mark Zuckerberg e Adam Mosseri, responsabile di Instagram.
Il punto giuridico delle due sentenze è affine. Finora le piattaforme digitale erano state condannate molto raramente per i comportamenti degli utenti, perché la legge statunitense - la Section 230 - non le ritiene responsabili dei contenuti prodotti da terzi. In questo caso le accuse non riguardano però i comportamenti degli utenti, ma quelli dei dirigenti, che pur sapendo dei danni che il loro prodotto provocava nei minori, non ne hanno tenuto conto.
Non si contesta ciò che gli utenti pubblicano, ma come le piattaforme sono state progettate. L'algoritmo non è neutro, e chi lo costruisce ne risponde. Meta ha ovviamente ribadito di non condividere il verdetto, sostenendo di aver sempre lavorato per la sicurezza degli adolescenti. Anche Google ha annunciato il ricorso, affermando che YouTube non può essere considerato un social network nel senso tradizionale. Eppure, Zuck stesso ha riconosciuto che i sistemi di controllo sull'età degli utenti non hanno funzionato come previsto, dichiarando di essere intervenuti troppo in ritardo.
UN PRECEDENTE IMPORTANTE
Ovviamente le cifre fanno notizia, ma non sono il dato più rilevante perché, essendo la prima volta che una giuria si esprime su un caso di questo tipo, la decisione creerà quasi certamente un precedente giuridico. La Silicon Valley non potrà più usare lo scudo della Section 230 per garantirsi l'immunità.
La ragazza al centro del caso californiano ha iniziato a utilizzare i social nel 2012. Andreas Schleicher, l'ideatore del programma PISA dell'OCSE, segnala da tempo un crollo verticale delle competenze e del benessere degli adolescenti proprio a partire da quella data. Lo psicologo Jonathan Haidt ha documentato come dall'avvento dei social su smartphone i tassi di depressione, ansia e suicidio tra i giovani abbiano subito un'impennata senza precedenti. I dati sono convergenti e parlano chiaramente: le piattaforme sono state costruite per massimizzare il "tempo di permanenza" dell'utente, perché ogni secondo in più vale centesimi di pubblicità.
La sentenza conferma che la progettazione dei software non è stata prudente, favorendo meccanismi di fruizione compulsiva: le aziende non possono più ignorare la correlazione tra l'uso dei loro prodotti e il benessere degli utenti. Lo ripetiamo: l'algoritmo non è neutro, il modo in cui la tecnologia è progettata veicola una visione dell'uomo. Per Meta e Google l'uomo - e il bambino - è unità di consumo da scansionare e ottimizzare.
31 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8494
FAMIGLIA NEL BOSCO, ECCO CHI HA IL POTERE DI SPACCARE UNA FAMIGLIA
Di fronte all'allontanamento forzato di tre bambini dai loro genitori, "colpevoli" soltanto di aver scelto uno stile di vita non convenzionale e un'istruzione parentale nel cuore dell'Abruzzo, la domanda sorge spontanea: si è agito per il "bene superiore del minore" o per punire una famiglia che non si piega ai canoni del pensiero unico?
Stiamo ovviamente parlando del caso - e degli ultimi sviluppi - della "Famiglia nel Bosco", sulla cui vicenda è intervenuta con fermezza anche la premier Giorgia Meloni, che ha denunciato il rischio di decisioni giudiziarie influenzate da un "pregiudizio ideologico" che scavalca il buonsenso e il diritto naturale. Le parole del Presidente del Consiglio non sono cadute nel vuoto: il Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha inviato gli ispettori all'Aquila - per verificare la correttezza di procedure che appaiono punitive e sproporzionate - come tra l'altro chiesto dalla petizione popolare di Pro Vita & Famiglia firmata ad oggi da più di 72.000 cittadini. Ma per capire come si sia arrivati a tanto, bisogna guardare in faccia chi ha gestito - e chi gestirà - il Tribunale dei Minorenni del capoluogo abruzzese.
L'ERA ANGRISANO: PUGNO DURO A TINTE ARCOBALENO
Ancora per pochi giorni il volto del Tribunale per i minorenni dell'Aquila sarà quello di Cecilia Angrisano. È stata lei a firmare i provvedimenti più duri fin dal 20 novembre 2025, quando scattò il primo allontanamento dei tre figli dei coniugi Trevallion dalla loro casa. Provvedimenti che, nel corso delle settimane, molti non hanno esitato a definire vergognosi: non solo, appunto, l'iniziale allontanamento dei figli dalla casa e dal padre, ma recentemente anche l'allontanamento della madre Catherine dalla struttura protetta di Vasto dove si trovava con i piccoli. Una decisione che non si può nemmeno lontanamente immaginare presa nel "superiore interesse dei minori".
La figura di Angrisano è finita sotto la lente della stampa proprio per il sospetto di una visione del mondo fortemente orientata in senso ideologico, suggerita dalla sua partecipazione, in passato, a convegni e seminari dedicati alle tematiche LGBTQ+ e transgender, ponendo l'accento sulla sua presenza in contesti dove si promuovono istanze care alle lobby arcobaleno. Anche quotidiani come La Repubblica hanno riportato le sue dichiarazioni - come il celebre «i figli non sono proprietà di nessuno» diffuso dai canali di Magistratura Democratica - che riflettono una filosofia inquietante: quella in cui lo Stato si erge ad arbitro ultimo degli affetti, a scapito del primato educativo dei genitori. Se i figli «non sono dei genitori», per questa magistratura ideologizzata diventano automaticamente «dello Stato».
SUBENTRA NICOLETTA ORLANDI, EX DEPUTATA COMUNISTA
Con l'uscita di scena della Angrisano per fine mandato, la speranza di un cambio di rotta si scontra con la realtà della nuova nomina decisa a fine gennaio dal Consiglio Superiore della Magistratura. A guidare il Tribunale arriva dalla sezione minorile della Corte d'Appello dell'Aquila Nicoletta Orlandi, con un passato politico che non può passare inosservato. La sua biografia, infatti, parla chiaro: prima di indossare la toga, Orlandi è stata una militante di spicco della sinistra radicale, sedendo tra i banchi della Camera dei Deputati per il Partito Comunista Italiano (PCI) e poi per il PDS nella X Legislatura, quella che fu in carica tra il 1987 e il 1992. Un'estrazione politica che affonda le radici in un'ideologia che, storicamente e filosoficamente, ha sempre cercato di erodere l'autonomia della famiglia a favore di un controllo pubblico pervasivo e centralizzato. Sebbene la carriera in magistratura richieda formalmente imparzialità, il passaggio dai ranghi del comunismo alla gestione di casi delicatissimi di diritto minorile solleva interrogativi legittimi. Il rischio è che si passi dall'ideologia dei "nuovi diritti" LGBT di chi l'ha preceduta a una visione statalista "vecchio stampo", dove il legame di sangue viene sacrificato sull'altare di parametri burocratici rigidi o visioni politiche preconcette.
La morale di questa triste vicenda è amara: la giustizia non è mai un terreno neutro, specialmente quando si parla di minori. In questo tribunale, finora, non sembra aver pesato la legalità o il buon senso, ma una precisa visione ideologica del rapporto tra Stato e famiglia. Allo stato attuale, con l'insediamento della nuova presidente Orlandi, la sfida è enorme. Ci auguriamo che la dottoressa Orlandi rimetta al centro l'unica cosa che conta: l'unità della famiglia Trevallion.
31 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8495
IL NICHILISMO DEL TREDICENNE E IL RUOLO DELLA TECNOLOGIA
di Roberto Marchesini
Strana faccenda, quella di Trescore Balneario: un ragazzino di tredici anni (poco più di un bambino) che, armato di tutto punto e vestito appositamente per l'occasione, accoltella una insegnante nei corridoi della scuola. Ancora più strano il "manifesto" che il ragazzo avrebbe scritto in inglese e pubblicato su Telegram: «Non posso essere incarcerato, dato che in Italia l'età minima per la responsabilità penale è 14 anni, non posso nemmeno essere processato, quindi farò quello che ho sempre voluto fare, uccidere lei [l'insegnante] e chiunque cerchi di impedirmelo». Manifesto che è un vero e proprio trattato di nichilismo, che puzza un po' di intelligenza artificiale; diciamolo, per quanto dotato, questa non è la scrittura di un tredicenne. Ed è strano pure che un ragazzino si preoccupi che «la scuola stia fallendo».
Qui abbiamo un punto: l'uso dei social media per diffondere un manifesto, probabilmente generato dall'intelligenza artificiale; e per far circolare persino il video dell'aggressione, girato dal ragazzo stesso con un cellulare che aveva al collo. L'impressione è che questo ragazzino sia stato cresciuto, forse accompagnato e guidato in questo gesto, dagli strumenti tecnologici. È possibile?
Qualche anno fa, i social media avevano diffuso la Blue Whale Challenge, una specie di "gioco sociale" che invitava gli adolescenti a compiere atti di autolesionismo, anche estremi; ovviamente, sempre all'insaputa dei genitori, che lo scoprivano sempre troppo tardi. Abbiamo forse abbandonato i nostri figli agli schermi digitali, perché li educhino al posto dei genitori?
Da tempo vado dicendo che il principale problema educativo dei giorni nostri è la paura, che talvolta sfocia nel rifiuto, di assumersi responsabilità educative da parte dei genitori. Per timore di sbagliare e che le conseguenze dei propri errori possano condizionare la vita dei figli, i genitori cercano il più possibile di delegare il compito genitoriale a chiunque altro: agli insegnanti che, come dice il nome stesso, sono insegnanti e non educatori; agli esperti, ai quali si chiedono tecniche e decaloghi teoricamente perfetti ma inutilizzabili nella quotidianità; ai figli stessi, che pare possano decidere cosa è opportuno mangiare, se lavarsi o no i denti e persino a quale genere appartenere (ovviamente, se desiderano incasellarsi in una rigida e schematica costruzione sociale); infine, agli schermi digitali.
Il primo passo è lo smartphone con il cartone animato di Peppa Pig mentre i bimbi mangiano, così sono ipnotizzati e non disturbano; invece di educarli a stare seduti, a tenere in modo appropriato le posate e a comportarsi decentemente in pubblico. Forse, l'ultimo è l'intelligenza artificiale che spiega a un tredicenne che, se la sua vita «è piena di ingiustizie, la soluzione perfetta è prendere in mano la situazione», e che «non c'è niente di meglio che punire chi mi ha fatto del male».
Un secondo problema educativo consiste, dal mio umile punto di vista, nel considerare i piccoli come dei nani; persone che devono crescere sì, ma solo in altezza, non dal punto di vista cognitivo; quindi li si tratta come adulti, e si spiega, si argomenta, si chiede l'approvazione di un bimbo di quattro o cinque anni. Che, ovviamente, crescerà pensando che gli adulti hanno bisogno del suo permesso per dire, fare e pensare tutto ciò che li riguarda.
Forse conviene ricordare la lezione - assolutamente attuale - del filosofo spagnolo José Ortega y Gasset che, nel 1929, intuì che la vera minaccia alla civiltà non sarebbero state le invasioni esterne, ma i «barbari verticali»; cioè i nostri figli. I quali non nascono con la cultura e l'educazione europea già installata nel cervello, ma devono essere inseriti in modo graduale e costante nella nostra civiltà; altrimenti saranno per sempre un corpo estraneo, esattamente come i «barbari orizzontali» che arrivano dal di fuori, della nostra società. Ma queste riflessioni di Ortega y Gasset sono persino troppo raffinate per una società come la nostra, che non si preoccupa nemmeno di inserire nella nostra cultura i barbari orizzontali; figuriamoci se si pone il problema per quelli verticali.
I casi sono due: o ci si riprende l'educazione dei figli, strappandola agli schermi digitali ai quali l'abbiamo delegata; oppure sarà il caso di abituarci alla giungla, della quale per il momento vediamo solo le propaggini. Comunque vada, sarà certamente interessante.
Nota di BastaBugie: l'autore del precedente articolo, Roberto Marchesini, nell'articolo seguente dal titolo "Perdono, purché non sia un "volemose bene" spiega perché il vero perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla. Si perdona quando si riconosce che l'altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 31 marzo 2026:
Ritorniamo, dopo pochi giorni, alla tragedia di Trescore Balneario; questa volta non per commentare il «manifesto» dello studente accoltellatore, ma per riflettere sulla lettera aperta che la professoressa, vittima dell'aggressione, ha scritto e resa pubblica.
Questa lettera ha suscitato un'ondata di commozione e ammirazione in tutta Italia ed è stata considerata un documento di speranza, fiducia nel futuro e «resilienza». Ne è un esempio il commento del Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Le prime parole della professoressa Mocchi sono state per i suoi studenti, con il desiderio di tornare presto in classe. Parole che dicono tutto sulla sua forza, sulla sua dignità e sulla vocazione di chi sceglie di insegnare».
Lo confesso, con un po' d'imbarazzo; eppure devo dire che le parole della professoressa Mocchi hanno suscitato una reazione leggermente diversa.
Ho molto apprezzato la gratitudine nei confronti di chi si è speso, fattivamente o con le intenzioni, per il suo bene: colleghi, studenti, soccorritori, personale sanitario, l'avvocato, i genitori.
Ho notato anche i riferimenti alla religione, tutt'altro che scontati: tra i destinatari della gratitudine c'è «[...] mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza»; infine, scrive «Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò».
C'è un minimo di problematizzazione: «So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento»; ma l'esito di questo cenno è davvero sconcertante: «Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio».
Chiedo scusa, ma se un ragazzino di tredici anni arriva ad accoltellare una sua professoressa (perché severa!) a scuola, ci sarà qualche problemino? Educativo, sociale o scolastico? Oppure, qualsiasi cosa accada, la risposta dev'essere «Tutto va ben, madama la marchesa»? Possiamo porci un problema di sicurezza, di salute mentale, possiamo concederci un momento di riflessione sulla nostra attuale società e su quella che stiamo costruendo?
Pare di no: «Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica». Costruiamo ponti, pensiamo a ciò che unisce e non a ciò che divide, stiamo vicini vicini. Insomma: stringiamci a coorte. Siam pronti alla morte?
Qualcuno ha appreso, un po' stupito, che il ragazzino non sia imputabile sebbene il reato sia gravissimo. Bene, vogliamo fermarci un pochettino su questo stupore? Vogliamo parlare di responsabilità, di conseguenze dei propri pensieri, azioni, parole? Vogliamo riflettere di cosa significhi, a livello educativo, del fatto che si possano compiere azioni gravissime e che a pagarne siano altri, le vittime? E magari estendere questa non imputabilità anche al rendimento scolastico, considerato che i voti nelle scuole italiane sono altissimi, ma di tutta questa genialità, nella società, non c'è traccia?
Cosa ci ha portato fino a questo punto? È l'esito di anni di martellamento sulla «inclusione» di tutti a qualunque costo (pagato da altri)? Oppure di corsi e corsi sulla «psicologia positiva» e sulla «intelligenza emotiva», che insegnano a sorridere e a pensare positivo anche quando le cose sono oggettivamente disastrose?
Non si tratta, beninteso, di disprezzare la forza d'animo di una donna che, ferita, trova la lucidità di ringraziare chi l'ha aiutata e di affidarsi a Dio.
Ma c'è un equivoco che andrebbe sciolto: il perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla, nell'ignorare le conseguenze del male, nel sorridere ipocritamente per mandare un messaggio di apertura e di speranza. Si perdona quando si riconosce che l'altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti. E comunque il male fatto, detto o pensato ha delle conseguenze, non sparisce nel nulla dopo il perdono.
Ce lo insegna il rito della confessione: si apre con l'accusa dei peccati e solo dopo aver mostrato il pentimento e il proposito di non peccare più si riceve l'assoluzione; che non elimina comunque le conseguenze del peccato. I peccati vanno elencati, il male va chiamato con il suo nome; si richiede una assunzione di responsabilità. Senza questo passaggio, possiamo avere solo «resilienza», solo una psicologia positiva per la quale l'importante è «stare bene» e «non lasciarsi abbattere».
In fondo, il punto è questo: non siamo stati colti da un temporale improvviso. Siamo giunti a questo punto dopo anni di parole vuote, di «inclusione» senza verità né responsabilità, di voti che servono a non ferire nessuno, d
24 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8480
EMERGE LA VERITA' SUL SANGUE DELLE 3 SUORE UCCISE IN BURUNDI
Dopo anni di silenzi e depistaggi, un'inchiesta riapre il caso tra responsabilità della polizia segreta e l'ombra inquietante di un sacrificio umano
di Paola Belletti
Un vero e proprio cold case internazionale, questo, che si è riaperto con una svolta inaspettata grazie alla coraggiosa inchiesta realizzata dalla giornalista freelance Giusy Baioni, autrice del libro Nel cuore dei misteri. Inchiesta sull'uccisione di tre missionarie nel Burundi delle impunità. Pubblicato nel 2022 e frutto di accurate ricerche iniziate immediatamente dopo l'assassinio delle tre missionarie saveriane e portate avanti in un contesto pericoloso, ha spinto la Procura di Parma, città natale delle tre vittime, a riaprire il caso. Siamo così arrivati all'arresto, ieri mattina, del cittadino burundese Guillaume Harushimana, 50 anni, gravemente indiziato per il triplice omicidio di suor Olga Raschietti (83 anni), suor Lucia Pulici 79) e suor Bernadetta Boggian (75) della congregazione delle Missionarie di Maria Saveriane, brutalmente uccise nel quartiere Kamenge di Bujumbura, sede della loro missione, il 7 e l'8 settembre del 2014.
Come riporta il comunicato della Procura della Repubblica di Parma, «le prime due furono uccise colpendole con un oggetto contundente e con un taglio alla gola nel pomeriggio del 7 settembre 2014, mentre la terza (che era fuori sede durante il primo delitto) fu decapitata la notte seguente, riponendone poi il capo reciso accanto al corpo». La giornalista ha effettuato interviste e ricognizioni molto accurate sul campo, ricostruendo la complessa vicenda fino a scoprire il coinvolgimento della stessa polizia segreta burundese; il che spiega per esempio come mai sia potuto avvenire l'omicidio per decapitazione della terza religiosa sempre nello stesso luogo, il giorno dopo l'assassinio delle altre due consorelle, sotto gli occhi nient'affatto vigili delle forze dell'ordine messe a presidiare la missione. Dal quadro investigativo «è emerso un clima di vero e proprio terrore che si viveva in Burundi, collegato alla circostanza che i protagonisti della vicenda sarebbero tutti a vario titolo collegabili alla Polizia segreta del Burundi, dalle cui fila sarebbero provenuti ideatori, organizzatori, esecutori del triplice omicidio». Oltre alla altrimenti inspiegabile libertà per gli assassini di perpetrare il terzo omicidio, si annovera l'arresto di un malato psichico del quartiere scelto come facile capro espiatorio, l'incendio della sede di una emittente radiofonica colpevole di aver trasmesso un'intervista di due autodenunciatisi complici, l'uccisione di diverse persone coinvolte, tra cui il mandante, il generale Adolphe Nshimirimana e molti altri potenziali testimoni dell'accaduto.
IPOTESI SUL MOVENTE: IL SACRIFICIO PROPIZIATORIO
Ideatori, organizzatori ed esecutori materiali degli omicidi sarebbero dunque tutti legati alla Polizia segreta del Burundi. Tra di essi pare sia stato proprio il generale capo della stessa polizia, il generale Nshimirimana, a dare l'ordine di uccidere le tre suore. Ma il movente? Oltre alle dichiarazioni del generale che parlava di una sorta di punizione per il loro rifiuto di prestare assistenza sanitaria alle milizie, emerge un'altra ipotesi, più inquietante e probabilmente anche assai più credibile (quali suore, quali cristiani in genere, se sono tali, si rifiuterebbero di curare un ferito per la sua appartenenza politica o ideologica?): la triplice esecuzione delle tre religiose saveriane avrebbe «un movente di tipo esoterico-sacrificale, poiché il Generale Nshimirimana avrebbe chiesto un rito propiziatorio (pratica diffusa in certa cultura burundese) come buon auspicio per la sua candidatura a Presidente della Repubblica (ciò potrebbe spiegare anche le modalità esecutive brutali dell'omicidio».
Il Burundi, come altri paesi della regione dei laghi africani, mantiene un sostrato religioso di tipo animista, spesso parallelo a cristianesimo e islamismo, perché più antico e ancestrale e prevede pratiche sacrificali perché gli spiriti diano pioggia, guarigione, ricchezze. Non è dunque da escludere che lo scopo di queste uccisioni sia stato proprio quello di accontentare o quietare uno spirito affinché questi ripagasse con un successo politico. Lo dichiarava anche un'altra consacrata saveriana, suor Teresina Caffi, che ha affermato, come si legge su Avvenire: «Da allora (dall'incendio della radio che aveva trasmesso le testimonianze di due complici, Ndr) sono emerse ragioni di varia natura che avrebbero portato a quello che, per la modalità di esecuzione e l'identità delle vittime, pare un atto satanico propiziatorio per guadagnare potere».
IL PRINCIPE DI QUESTO MONDO STA PER ESSERE CACCIATO
Che fossero donne consacrate della Chiesa cattolica, dunque, non sarebbe un dettaglio trascurabile, ma un attributo decisivo per chi avrebbe commissionato la strage. È sicuramente importante che le indagini facciano il loro corso e che i colpevoli siano assicurati alla giustizia, ed è senza dubbio encomiabile il lavoro svolto dalla giornalista Giusy Baioni; ma dal punto di vista della fede è altrettanto importante considerare il valore supremo di quello che potrebbe essere considerato un martirio secondo la visione cristiana. Uccise secondo logiche pagane, hanno invece visto la loro morte entrare nella logica del tutto nuova e definitiva del sacrificio di Cristo, quello che è venuto a portare la vita in abbondanza offrendo Sé stesso per la salvezza di molti. Dopo la passione di Cristo nessun sacrificio è mai più lo stesso perché il solo sacrificio davvero gradito a Dio è il sangue versato dall'Innocente venuto a spezzare la catena del peccato e a invertire per sempre il movimento tra creatura e Creatore: è Lui che si è vestito di noi e ha fatto nuove tutte le cose.
Nemmeno un triplice omicidio compiuto da poveri, forse ignari peccatori che lo hanno offerto al principe decaduto di questo mondo, satana, sfugge alla Sua misericordia. Nella lotta continua - ma non senza fine - tra il Bene e il male a cui assistiamo anche oggi, il sacrificio dei giusti, uniti al solo Giusto, continua a riversare misteriosamente benefici a favore di tutti, soffocando il male che ruggisce e spaventa, ma che ha già perso la battaglia, e lo sa. La morte di queste anziane religiose dunque non mostra solo il lato oscuro e raccapricciante della crudeltà umana e della malizia spirituale del Maligno, ma apre uno squarcio di luce sulla bellezza paradossale dell'amore cristiano, unica notizia degna di restare in prima pagina fino alla fine della storia.
17 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8482
HABERMAS, ALLA RICERCA DI UN FONDAMENTO PER L'ETICA PUBBLICA
di Stefano Fontana
Sabato scorso 14 marzo è morto a Stamberg, in Baviera, il filosofo Jürgen Habermas. Aveva 96 anni. Tutte le agenzie lo ricordano come il più grande filosofo contemporaneo della Germania e come l'erede della Scuola di Francoforte. La prima valutazione è forse eccessiva, perché si riferisce prevalentemente alla sua presenza nel dibattito delle idee - continua e massiccia - più che alla qualità teoretica del suo pensiero. La seconda è forse diventata ormai uno schema fisso che non rende piena ragione ad un impegno filosofico e sociologico di così lunga e articolata durata. Habermas era in effetti diventato un "monumento" e come tale sembra che oggi venga ricordato.
Egli fu un illuminista kantiano e tale rimase fino alla fine, pur con delle importanti variazioni su cui sarà utile soffermarsi. Influì sul movimento studentesco, come del resto gli altri componenti della Scuola di Francoforte, ma ponendo in guardia dai facili trasbordi ideologici. È stato il campione della sinistra liberal della Germania e dell'Europa che però ha cercato di moderare e indirizzare tramite un uso equilibrato e dialogico della ragione. Ha condiviso le linee portanti della modernità filosofica tutte fondate sul "principio di immanenza", vale a dire sulla priorità delle strutture della coscienza rispetto alla realtà e quindi sul soggettivismo borghese, aprendosi però a dialogare con i "comunitaristi" come Charles Taylor i quali, soprattutto dopo la riscoperta di Aristotele attuata da Alasdair McIntyre, avevano invece tentato di superare quell'individualismo.
UN ILLUMINISTA KANTIANO
Habermas, da buon illuminista kantiano, fu sempre contrario alla metafisica, e in ciò rimase pienamente legato alla modernità teoretica. Fu contrario alla metafisica che possiamo chiamare classica, ma anche a quella dello storicismo hegeliano. Il suo kantismo si fermava a Kant e non si evolveva nell'hegelismo e nelle altre forme di storicismo. Da Kant egli prendeva anche i principali spunti per le sue riflessioni politiche. Anche per lui l'ambito politico era il luogo ove trovavano un ordinamento e una regola i diversi interessi degli individui. In ciò Habermas rimase sempre un liberale. Non riteneva che lo spazio pubblico avesse dei valori propri che lo Stato dovesse garantire, ma pensava che lo Stato fosse solo un arbitro o un vigile che regola la circolazione in modo da evitare incidenti. Le aperture al comunitarismo a cui si è accennato sopra non indicano il cedimento verso qualche bene pubblico che preceda il confronto razionale tra i cittadini, perché il bene per lui era proprio questo confronto razionale.
Egli fu talmente contrario alla metafisica da ritenere che perfino le "categorie" dell'intelletto di cui parlava Kant fossero residui inutili di un atteggiamento metafisico. Non ammetteva che la nostra intelligenza avesse in se stessa delle modalità conoscitive a priori, né che questo ci permettesse di vedere tutti lo stesso mondo dei fenomeni. Trovava questo impianto kantiano della conoscenza troppo rigido e pretenzioso. Non che con ciò Habermas pensasse che noi vediamo mondi diversi, solo riteneva che questa idea di vedere lo stesso mondo dovesse essere presupposta come condizione della convivenza e non dimostrata, nemmeno alla maniera di Kant. Questa critica al Maestro permise ad Habermas di coltivare un più vivo senso della storia di quanto il razionalismo kantiano permettesse, senza tuttavia uscire dal razionalismo.
TEORIA DELL'ETICA PUBBLICA
Habermas trasformò il razionalismo kantiano nella sua teoria dell'etica pubblica intesa come aperto dibattito, senza limiti e costrizioni. Sul presupposto che vediamo tutti lo stesso mondo si fonda la possibilità di parlare tra di noi, si fonda in altre parole l'etica pubblica. Egli dedicò grandi energie a studiare la formazione dell'opinione pubblica e a definire i termini di un "agire comunicativo", incentrando la sua attenzione soprattutto sul linguaggio. Per spazio pubblico egli intendeva uno spazio comunitario al quale tutti dovessero partecipare pariteticamente, senza che esistessero divieti di sorta o selezioni preventive. Questa era la sua concezione della democrazia, una specie di "dentro tutti", che lo spinse a criticare le ideologie assolutiste ma lo tenne anche prigioniero del relativismo e della convenzione. Il suo dibattito pubblico aperto a tutti, o almeno alla maggioranza, non garantisce con ciò alcune verità e bontà oggettive alle sue conclusioni.
Questo esito critico del suo pensiero fu forse percepito anche dallo stesso Habermas, quando estese i presupposti del dialogo pubblico anche al concetto di "natura umana". Questo concetto era completamente estraneo alla tradizione dell'illuminismo e di quello kantiano in particolare, perché era di ordine metafisico. Ci fu però un periodo del pensiero di Habermas nel quale egli si confrontò sulle problematiche inquietanti della biopolitica, della tecnologia genetica e dell'ingegneria tesa a riprogettare artificialmente l'uomo. Egli pensò allora che bisognasse presupporre l'esistenza della natura umana per evitare l'anarchia dei discorsi nello spazio pubblico. È evidente, comunque, che anche tale presupposto non sarebbe altro che un patto convenzionale, privo di uno statuto superiore e vincolante rispetto al normale dibattito in corso.
La cosa interessante in Habermas è questo bisogno - rimasto inevaso - di trovare per la democrazia qualcosa di cui essa aveva bisogno ma che non riusciva a darsi da sé. Era in fondo, la stessa richiesta di Ernst-Wolfgang Böckenförde: lo Stato liberale ha bisogno di presupposti che non sa darsi da sé. Sulla scia di questa esigenza Habermas partecipò nel 2004 al famoso incontro pubblico a Monaco di Baviera con Joseph Ratzinger, il quale gli propose di intendere questo bisogno come il bisogno della religione vera. Qui il discorso si faceva spirituale oltre che filosofico. Speriamo che allora Habermas, in qualche maniera, avesse accolto lo spunto.
10 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8473
GLOVO E DELIVEROO, IL PREZZO NASCOSTO DELLA COMODITA' DIGITALEbdi Raffaella Frullone
Caporalato, uomini pagati quattro euro all'ora per lavorare in condizioni indegne. Dopo il caso di Glovo, anche Deliveroo finisce sotto l'occhio della Procura di Milano. Migliaia di rider sfruttati e monitorati in ogni più piccolo movimento: dove si fermano, per quanto tempo, cosa fanno. Oggi abitano le pagine dei giornali, qualcuno finisce anche sui tg, normalmente sono letteralmente invisibili. A Milano i cubi azzurri sfrecciano tra i binari del tram a tutte le ore del giorno e della notte, infilano corso Buenos Aires facendo la gincana tra le auto, attraversano i Navigli nella nebbia o sotto la pioggia, qualche volta si fermano per pochissimi istanti a riprendere fiato tra Corso Garibaldi e Corso Como, tra uno Spritz e un Prosecco. Normalmente nessuno li nota, sono diventati parte del paesaggio urbano quanto l'ago di Piazza Cadorna e il Bosco verticale. Invisibili, promettono quello che questa città e l'epoca contemporanea più ama: efficienza e prontezza. Tutto e subito. A domicilio. Taaac.
Ma resta la domanda: a quale prezzo? E soprattutto, che farebbe San Tommaso, se vivesse nella Milano 2.0 dove un briefing si può prolungare oltre le 21 in Porta Nuova e ci sono ancora magari 20 minuti di metro prima di arrivare a casa davanti al frigo magari semivuoto? Non è una provocazione moralistica. E nemmeno si tratta di demonizzare il cibo a domicilio, ma di chiedersi quali ricadute hanno le nostre scelte sul bene comune, se la comodità è un valore assoluto e se non ci sono forse delle cose da rimettere in ordine.
Non vogliamo essere ipocriti, la tentazione può esser forte. Giornate sempre troppo lunghe, a volte inutilmente frenetiche, metro affollate, ritmi serrati e poi si arriva finalmente a casa, dove magari nessuno aspetta, nessuno ha preparato un piatto e nemmeno un abbraccio. L'app è lì, pronta e seducente, un click e per lo meno ci si potrà sfamare senza doversi metter ai fornelli. In sé non c'è nulla di illecito. Il mercato esiste, e la divisione del lavoro ha sempre fatto prosperare le città e non solo. Ma san Tommaso chiederebbe: l'uso che faccio di questo servizio è ordinato? Sto pagando il giusto prezzo o sto accettando un sistema che regge su compensi compressi e consegne a tempi sempre più stretti?
D'altro canto le piattaforme hanno trovato terreno fertile. Glovo, Deliveroo, Uber Eats hanno costruito un modello fondato sulla flessibilità, termine che suona quasi come una virtù civica. Per alcuni rider è davvero un'opportunità temporanea, per altri è l'unica fonte di reddito. Ma la flessibilità, quando è unilaterale, rischia di trasformarsi in precarietà. Se c'è traffico in circonvallazione, se un tram blocca la strada, se piove a dirotto sui Bastioni, è il rider che paga in fatica e in rischio. E in sogni che si schiantano col freddo e con i pochi euro che si guadagnano dopo molte ore di servizio.
La dottrina sociale della Chiesa parla di giusto salario, di dignità del lavoro, di subordinazione del profitto alla persona. Non è nostalgia per un'epoca pre-digitale, ma un criterio per giudicare i tempi che corrono (anche loro). Se un modello economico funziona solo comprimendo i compensi o aumentando le consegne per stare nei tempi imposti dall'algoritmo, allora qualcosa non va. Non basta dire che "Milano corre". Anche la corsa deve avere una direzione.
C'è poi un aspetto culturale. Viviamo in un tempo in cui la comodità diventa diritto e il desiderio deve essere soddisfatto in un click, non siamo abituati nemmeno ad aspettare. Forse la Quaresima ancora una volta arriva ad educarci all'attesa, alla mancanza, anche quella apparentemente più superficiale.
Perché la vera domanda non è se ordinare o no. È se siamo disposti a pagare il prezzo reale delle nostre scelte: economico, umano, sociale, spirituale. Perché quei cubi azzurri non trasportano solo una cena calda, ma la misura del nostro cuore. E rischiano di farci perdere l'anima.
10 MAR 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8477
CINQUE COSE CHE E' VIETATO RICORDARE L'8 MARZO
di Giuliano Guzzo
Domani sarà l'8 marzo e, purtroppo, non sarà solo il giorno delle mimose e della celebrazione della donna. Sarà anche, se non soprattutto, un'epifania del politicamente corretto e della cultura dominante. Due facce della stessa medaglia: quella che, in un tempo teoricamente caratterizzato dalla libertà di parola, vede quest'ultima di fatto limitata o scoraggiata. In particolare, a proposito proprio dell'argomento femminile, ci sono alcune cose che l'8 marzo è vietato o quasi ricordare. Vediamo brevemente quali sono, finché ci è ancora consentito farlo.
1. CELEBRARE LA DONNA? PRIMA DEFINIAMOLA
La prima cosa sconveniente da fare l'8 marzo è... definire cosa sia una donna. Paradossale ma vero, in un tempo in cui si moltiplicano esempi di rimozione o, almeno, di confusione sullo stesso termine «donna». Qualche esempio? Nel settembre 2021 la rivista scientifica The Lancet apostrofò le donne come «corpi con le vagine». Poco dopo il dizionario di Cambridge, punto di riferimento imprescindibile per chi approccia la lingua inglese, aggiornò le voci man e woman, ovvero «uomo» e «donna»; in particolare la definizione di «donna», che prima era «essere umano adulto di sesso femminile», è diventata - in chiaro omaggio al gendericamente corretto - «essere umano adulto di sesso femminile oppure persona adulta che vive e si identifica come femmina anche se alla nascita è stata definita di sesso diverso». E gli esempi potrebbero continuare, se non fosse diventato scomodo o sconosciuto - come prova pure il documentario What Is a Woman? (2022) di Matt Walsh - ricordare semplicemente l'ovvio: una donna è una persona adulta di sesso femminile.
2. IL PIÙ GRANDE FEMMINICIDIO È L'ABORTO
Posto che chi scrive non intende certo sminuire la gravità dei tanti, troppi casi di donne uccise per mano di uomini che dicevano di amarle, non c'è dubbio che il più grande femminicidio sia l'aborto. In particolare, lo è se si prende in esame il fenomeno dell'aborto selettivo. A suggerirlo non sono dei paladini del patriarcato, bensì delle donne intervenute, nel corso degli anni anzi dei decenni, nella denuncia di quello che non solo è la «prima causa di femminicidio» ma, a ben vedere, è il solo vero femminicidio, se per femminicidio s'intende la deliberata soppressione di un essere umano in quanto appartenente al sesso femminile: l'aborto selettivo. La prima a parlarne, quasi 40 anni fa fu Mary Anne Warren nel suo Gendercide (Rowman & Allanheld, 1985). In Italia a rompere il silenzio sul tema è stata invece Anna Meldolesi, autrice di un testo eloquente già nel titolo - Mai nate (Mondadori, 2011) - con cui si è proposta di raccontare la scomparsa, nel mondo, di 100 milioni di donne. Sì, avete letto bene: 100 milioni di donne mai nate - perché abortite - per il solo fatto d'essere femmine. Una strage silenziosa che continua a livello planetario da troppo tempo.
3. L'IDEOLOGIA PROGRESSISTA NON FA FELICI LE DONNE
Da noi il fenomeno è ancora poco conosciuto, ma all'estero, in particolare negli Stati Uniti, si registra il dilagare delle Swfs - acronimo che sta per Single woke females -, ovvero delle donne che, più che un uomo, preferiscono sposare un'agenda: quella politica ultraprogressista. Ora, ma davvero l'espansione delle Swfs costituisce una conquista per la donna? Politicamente scorretto, il quesito pare interessante; soprattutto perché disponiamo di dati per provare a rispondere: sono quelli dell'American family survey del 2022, studio annuale condotto su 3.000 persone. Quello che qui interessa riguarda le donne tra i 18 e i 55 anni che si dichiarano «completamente soddisfatte della propria vita». Una quota che, se tra le madri sposate arriva al 33%, tra le donne senza figli crolla al 15%. Inoltre, le single senza figli hanno circa il 60% di probabilità in più di segnalare sentimenti di solitudine rispetto alla controparte coniugata. Oltre alla condizione affettiva, la felicità pare associata anche a quella ideologica. Se solo il 16% delle donne liberal si ritiene «completamente soddisfatta della propria vita», la stessa quota balza al 31% tra le conservatrici. Un vantaggio dovuto al fatto che queste ultime hanno sia più probabilità di sposarsi, sia più probabilità di essere felici della loro vita familiare.
4. GLI STUPRI? L'EDUCAZIONE SESSUALE NON È IL RIMEDIO
Un altro tormentone del femminismo 4.0, che l'8 marzo torna in grande spolvero, riguarda il bisogno anzi l'urgenza dell'educazione sessuale nelle scuole come antidoto a violenze ed abusi. Peccato che non esistano studi che dimostrino che, se oggi uno studente viene sottoposto ad un tot di ore di educazione sessuale, tra cinque o dieci anni avrà meno probabilità di essere violento con la donna con la quale starà assieme. Viceversa, sul tema degli stupri c'è una scomoda verità che pochi ricordano. Quale? Eccola: numeri del Viminale alla mano, lo scorso anno si sono consumate 6.382 violenze sessuali; ebbene, di queste, ben il 43,5% ha portato la firma di cittadini stranieri. Praticamente la metà degli stupri, dei palpeggiamenti e di qualsivoglia molestia ai danni delle donne, in Italia, è compiuta da immigrati. Che tuttavia non sono il 43,5% della popolazione, bensì appena il 9%. Non serve a questo punto essere grandi matematici per capire come esista un legame tra flussi immigratori di massa e l'aumento degli abusi sulle donne. Ma pure questa, come noto, è una verità che è assai scomodo ricordare.
5. IL MARITO NON È UN MOSTRO, ANZI
Restando in tema di abusi e di relazioni, un'ultima cosa che andrebbe ricordata è che il marito non è un mostro. Si tende infatti a ricordare, anzi a ripetere con non poca enfasi, che «la maggior parte delle violenze si consuma in famiglia». Cosa vera, per carità. Ma posto che non sono solo gli uomini ad agire violenza, va chiarito che il termine «famiglia» in questo caso, più che ad una coppia regolarmente sposata e unita, definisce un rapporto di prossimità. Non qualche fonte conservatrice, infatti, bensì l'Istat ha già chiarito da qualche anno che le coniugate risultano meno esposte a rischi di uccisione rispetto a quelle separate, divorziate o single. Solo le donne vedove - spesso le più anziane e quelle, perciò, verosimilmente con meno vita sociale - si trovano meno esposte a rischi di rispetto alle coniugate. Tutto questo per dire che, se da un lato anche nelle cosiddette famiglie tradizionali i casi di violenza anche atroce talvolta si verificano, dall'altro però il marito non è un mostro; e meno che meno va stigmatizzato il maschio bianco etero e cattolico, il mostro per eccellenza agli occhi della cultura dominante.
Detto ciò - e fatta dunque chiarezza, si spera, su alcuni tormentoni che continuano a circolare così come su delle verità scomode che è ormai vietato affermare - buon 8 marzo, domani, a tutte le donne: laiche e religiose, nonne e mamme, fidanzate e sorelle, amiche e sempre, comunque, riferimenti irrinunciabili.
24 FEB 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8460
LA MASSONERIA SENZA PIU' MEMBRI ORA LI CERCA... SUI SOCIAL di Manuela Antonacci
Senza dubbio viviamo in una società di cambiamenti epocali, alcuni veramente insoliti e bizzarri come questo che vi raccontiamo e che ha per protagonista la società segreta che più segreta non si può, anzi la società segreta per eccellenza: la Massoneria. La confraternita da sempre condannata dalla Chiesa in cui era difficilissimo entrare, se non per "raccomandazione" da parte dei membri già affiliati, ora apre, anzi, spalanca le sue porte e lo fa in modo tutt'altro che sommesso, utilizzando addirittura i social. Questo è quanto riporta il Telegraph.
Altro che rituali segreti e strette di mano misteriose, oggi, chiunque può aspirare a diventare massone, o meglio così è in Inghilterra, dove la setta segreta sta intraprendendo una campagna di reclutamento pubblica che utilizza niente meno che Facebook per attrarre adepti. Dunque, non solo le chiese si svuotano (almeno così si dice..): anche la società accusata o sospettata di governare il mondo ha bisogno di un piccolo aiutino per il reclutamento. Il numero di membri, infatti, diminuisce, al punto che le logge di tutto il Paese ora pagano per attirare gente nuova.
Tra le logge "social", i massoni di Buckinghamshire hanno pubblicato annunci su Facebook invitando le persone a «unirsi ai Fratelli» dall'inizio di dicembre dello scorso anno: «La porta è aperta... Non aspettare che ti chiedano». «Stai cercando un nuovo giro social? Intriso di tradizione, ma concentrato su una concezione moderna di comunità? La Loggia Fiscian dei Massoni sarebbe felice di conoscerti». Ecco un altro incredibile annuncio di un'altra confraternita. Altri annunci online hanno fatto appello agli uomini che mirano a «far parte di qualcosa di positivo» e assicurano che sia «facile unirsi».
Insomma sembrano messaggi che fanno leva sul senso di solitudine diffuso tra i giovani a cui indubbiamente strizzano l'occhio, utilizzando il linguaggio facile, immediato e accattivante del marketing, per mostrare una realtà, in apparenza dinamica, ultramoderna, che presenterebbe solo aspetti positivi. Perché tutto questo, se proprio il senso di segretezza era una delle caratteristiche essenziali della confraternita? La risposta sono i numeri: secondo gli stessi dati provenienti dagli ambienti massonici, l'adesione alla setta segreta è da tempo in calo sia negli Stati Uniti che in Inghilterra. Le cifre più recenti della Gran Loggia Unita d'Inghilterra parlano di circa 170.000 membri, in calo rispetto ai diverse centinaia di migliaia negli anni '50.
Negli Stati Uniti, l'ultima tabella della Masonic Service Association indica un totale dei membri nazionali nel 2023 a 869.429, in calo rispetto ai poco più di 4,1 milioni del 1959. Le logge sembrano anche approfittare dei crescenti livelli di solitudine tra i giovani, un desiderio di "fratellanza" e il desiderio di appartenere a qualcosa di più grande. Ma la Chiesa, invece, ha da sempre messo in guardia dall'appartenere a questa realtà. Nella sua enciclica del 1884 Humanum Genus, papa Leone XIII scriveva infatti che «la setta dei massoni» era, tramite «frode o audacia», «riuscita a infiltrarsi in ogni rango dello stato fino a diventare un potere dominante». Un tale «avanzamento rapido e formidabile - aggiunse, aveva causato «gravi danni alla Chiesa, al potere dei principi, al benessere pubblico».
Ma molto più recentemente, nel 2023, il Dicastero per la Dottrina della Fede ha esplicitamente riaffermato che ai cattolici è vietato entrare nelle logge massoniche, sottolineando l'"inconciliabilità" della Massoneria con la dottrina cattolica e affermando che il giudizio negativo di lunga data della Chiesa sulla Massoneria rimaneva in vigore. E se ancora non bastasse, nel suo libro del 2023, "Credo - Compendio della fede cattolica", il vescovo Athanasius Schneider ha scritto che «l'essenza del credo massonico è una sovversione dell'ordine divino della creazione e della trasgressione delle leggi date da Dio». Insomma, da società segreta a società con segreti e speriamo che entrambi gli aspetti "misterici" rimangano ancora a lungo tali (nonostante le ultime, disperate operazioni social).
24 FEB 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8459
CHIARA FERRAGNI PROSCIOLTA PER IL PANDORO... MA E' DAVVERO INNOCENTE?
di Raffaella Frullone
«Finalmente mi riprendo la mia vita». Così Chiara Ferragni ha commentato il proscioglimento nel caso noto come Pandoro gate. Nessuna truffa penalmente rilevante, nessuna condanna. Il diritto ha fatto il suo corso e ha stabilito che il reato, così come contestato, non è più procedibile. Questo, però, non equivale a una patente di correttezza né a una certificazione di trasparenza. Significa solo che non sussistono i presupposti per un'azione penale. L'operazione commerciale che ha innescato il caso non diventa limpida per decreto: resta un esempio emblematico di come il confine tra beneficenza e marketing possa diventare ambiguo, giocando sulla fiducia del pubblico e sulla forza di un brand personale costruito sulla (presunta?) autenticità.
Come sempre accade quando si parla della Ferragni, si sono scatenati i tribunali mediatici: chi la condanna a prescindere manco fosse la saponificatrice di Correggio, chi la assolve a prescindere come novella Maria Goretti. Tutti, però, concentrati ossessivamente sul pandoro, come se l'Italia fosse improvvisamente popolata da paladini della filantropia e maestri di etica. Come se quella vicenda fosse un'imperdonabile caduta morale di una figura dalla specchiata rettitudine.
Vale allora la pena ricordare chi è davvero Chiara Ferragni: la regina degli influencer, la pioniera, la prima. Una donna che più di molte altre ha saputo incidere sull'immaginario collettivo. L'imprenditrice digitale cremonese ha costruito il suo successo proponendosi come modello sociale e culturale di donna "contemporanea", portavoce di un femminismo semplificato, perfettamente compatibile con le sponsorizzazioni e allineato alle posizioni del transfemminismo mediatico. Un femminismo che non entra mai in conflitto con il mercato, perché è mercato.
L'apice di questa narrazione arriva pochi mesi prima dello scoppio del Pandoro gate, al Festival di Sanremo 2023, inaugurato con la stola firmata Dior e lo slogan "Pensati libera". Cinque sere di abiti-manifesto e monologhi femministi in cui si rivendicano aborto, fecondazione artificiale e libertà di vestirsi come si vuole come se fossero diritti negati, da strappare con eroismo. Peccato che siano realtà normate, acquisite e praticate da decenni. Purtroppo. In uno dei momenti più emblematici, la Ferragni si presenta con un abito che riproduce il suo corpo nudo mentre rivendica il diritto a vestirsi come si vuole: l'incoerenza elevata a messaggio.
Comunque il sottotesto è chiaro: se non ti senti libera, è perché qualcuno te lo impedisce. Chi? L'uomo innanzitutto. Poi la famiglia, la maternità, la relazione stabile, il corpo. La realtà, in definitiva. Niente di nuovo sotto il sole, ma rilanciato a milioni di follower osannanti pronti a mettere like e a far propria la "lotta al patriarcato" declinato in salsa sanremese e social.
A questo si aggiunge la normalizzazione della monetizzazione totale dell'esistenza. Il corpo, le relazioni, i figli: tutto diventa contenuto, tutto diventa prodotto, tutto diventa storytelling. Non per raccontare la realtà, ma per trasformarla in valore, economico, culturale o mediatico che sia. È qui che la Ferragni ha inciso davvero. Non coi Pandori, ma nell'immaginario. Nel far credere a migliaia di ragazze che quella - esposizione totale, vittimismo permanente, attivismo da brand - fosse la via più semplice al successo. E quello, purtroppo, non si archivia con una sentenza.
20 GEN 2026 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8432
QUANTO PIACE (E FATTURA) IL SAN FRANCESCO SENZA CRISTO di Andrea Zambrano
Quest'anno ricorrono gli 800 anni della morte di San Francesco e l'occasione è troppo ghiotta per Aldo Cazzullo e Alessandro Barbero per portare in tour i loro due libri, usciti nel 2025, e fare così cassetta con il "Poverello d'Assisi". Francesco, il primo italiano (Harper Collins) e Francesco (Laterza), infatti, sono i due volumi che hanno fatto da sfondo alla presentazione di Castenedolo in provincia di Brescia in un palazzetto dello sport strapieno.
Madrina d'eccezione Maria Elena Boschi, deputato Pd e, a quanto dice lei, devota di San Francesco. Presentati come due rockstar, in un palasport gremito (gli organizzatori hanno parlato di 3000 persone) il giornalista e lo storico, più che di San Francesco hanno parlato del "loro Francesco", che è un'operazione di facile presa se si vuole strizzare l'occhio alla solita cartolina del santo che parlava con gli animali, era povero, viveva per tutti con amore. Definito con banalità come un «rivoluzionario» e un «personaggio straordinario, di quelli che ne nascono ogni mille anni: Budda, Cristo e poi lui» (Cazzullo).
Più complesso sarebbe stato calarsi nella vita di un gigante della fede, che ha assunto su di sé tutte le specifiche del suo essere un alter Christus, anche nel dolore della carne, attraverso le stigmate, guarda caso mai affrontate dai due, se non en passant da Cazzullo. Ed è questa, in fondo, la grande mancanza dell'operazione Francesco condotta dai due.
Il Francesco presentato è un Francesco svuotato di Cristo, perché l'obiettivo della serata non era evangelizzare, ma semplicemente vendere un po' di libri col bollino del francescanamente corretto.
Così può succedere che si spazi qua e là sulla sua vicenda umana applicando una lettura storica sbagliata e scorretta perché viziata dalle lenti di oggi, operazione in cui Cazzullo cade ingenuamente a piè pari, ad esempio quando entra in scena sua ovvietà il pacifismo, e nella quale invece il più sgamato Barbero, storico medievalista qual è, scivola di tanto in tanto.
UN FRANCESCO FEMMINISTA E ANTI-PATRIARCALE
Un Francesco ridotto alla propria misura. Tralasciamo il Francesco protofemminista e anti-patriarcale nel quale la Boschi e Cazzullo incespicano nel leggere il suo rapporto con Santa Chiara - lettura che come dicono a Roma, nun se po' sentì - concentriamoci sulle letture da cartolina in favor di applauso.
Come questa di Cazzullo: «C'è qualcosa di Francesco in noi, se il Cristianesimo in Italia è meno dogmatico che in altri paesi (ma dove? Come? Cosa? Ndr.), noi non siamo Francesco, ma possiamo diventarlo quando abbracciamo il povero e riconosciamo in lui un nostro fratello, siamo Francesco quando rispettiamo gli animali, quando amiamo gli altri esseri umani, quando capiamo che nessuno si salva da solo e ognuno si salva con il resto dell'umanità e con il resto della creazione. Per questo aver dato all'umanità un santo come Francesco è uno dei motivi per cui è bello e una fortuna essere cristiani ed essere italiani».
Livello di glicemia altissimo, diabete allo stadio 3, dove le parole sono solo un condimento petaloso di buoni sentimenti per darci un Francesco che non fa male a nessuno, proprio perché svuotato di ciò che fu la sua missione principale: evangelizzare e annunciare Cristo, vivendolo in tutta la sua dimensione, senza tralasciare quella eucaristica.
E così anche nell'episodio del sultano, tra l'altro messo in discussione storicamente proprio circa l'ordalia finale, si tace completamente il fatto che la "sfida" di San Francesco fosse per dimostrargli che era lì per annunciargli e testimoniargli «Cristo Crocifisso e risorto», come attestano le fonti.
FONTI DISTORTE
Fonti, che sia Cazzullo che Barbero prendono in considerazione un po' a sentimento, mettendone in discussione il valore storico solo quando il contenuto non è conforme al messaggio che si vuole dare. San Bonaventura, ad esempio è il giudizio di Barbero, mitizza la sua storia aggiungendo o togliendo elementi che non erano funzionali alla narrazione come, ad esempio, nel racconto della sua conversione dove Francesco parlava dei lebbrosi. Lì, secondo lo storico piemontese, diventa un lebbroso, il quale poi si trasfigura nel Cristo. Il messaggio che vuole dare è che le stesse fonti non siano così oggettive nel presentarci il santo, quindi bisogna un po' smitizzarle e leggerle nell'ottica dell'interesse dei Francescani.
E così anche il Francesco nell'arte: «Nel '600 veniva rappresentato sempre cupo, pensieroso sulla morte», ha detto, quasi che fosse un elemento macabro della sua vita e non - come in realtà fu - l'espressione più completa del suo itinerarium in Deum fino al punto da chiamarla "sorella" e abbracciarla perché è attraverso di essa che si giunge all'incontro con quel Cristo che fu la sua unica ragione di vita. Come la povertà, che fu un mezzo, non il fine.
Può darsi che la lente dello storico debba essere particolarmente acuminata nel leggere la successione delle fonti, problematizzando la loro armonizzazione, certo, del resto Ofelè fa el to mesté (Pasticcere fa il tuo mestiere).
Ma il fatto che nella stessa serata Barbero abbia definito quella del Purgatorio «un'invenzione della Chiesa medioevale» (la vecchia teoria di Le Goff che ritorna ndr.), per acconciare le anime che non ce la facevano a raggiungere subito il Paradiso e giustificare così il futuro affaire delle indulgenze, non depone a favore della scientificità del metodo di Barbero. Il quale, sarà pure uno storyteller da 3000 spettatori a serata, ma evidentemente non conosce quello che la dottrina dice del Purgatorio. E quello che dice la Scrittura, sia l'Antico che il Nuovo Testamento e tutta la tradizione patristica.
Insomma: in escatologia Barbero sarebbe rimandato al primo esame in seminario, ma forse non è tanto il sapere, il problema, semmai il suo esplicito anticlericalismo, che salta fuori quando parla di cristianesimo e lo fa essere poco obiettivo in una materia nella quale bisognerebbe essere più rigorosi. Per evitare sfondoni come questo.
Di un Francesco così non sappiamo che farcene, perché senza il suo faro Cristo, è solo un santino. Una cosa però, diciamolo, va invidiata. Nessun cattolico, vescovo o semplice fedele che sia, riuscirebbe a portare 3000 persone in provincia per parlare a loro del vero San Francesco (in contemporanea alla partita della Juve, tra l'altro). E questo, lo ammettiamo, è forse il problema principale che vive la Chiesa oggi. Anzi, semmai, visto l'anno francescano che sta per iniziare, il rischio è che il duo ce lo ritroveremo in qualche parrocchia.
Commenti controcorrente delle notizie della settimana
Informazioni
| Autore | BastaBugie |
| Organizzazione | BastaBugie |
| Categorie | News |
| Sito | www.bastabugie.it |
| - |
Copyright 2026 - Spreaker Inc. an iHeartMedia Company