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La pungente penna di chi sa coniugare una profonda fede con l'insegnamento della Chiesa
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2 DIC 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8365
I SIMBOLI E IL SIGNIFICATO DELLA CORONA D'AVVENTO di Luisella Scrosati
La corona d'Avvento si è affermata nel mondo cattolico solamente agli inizi del Novecento. Si tratta di preparare per tempo una corona con quattro ceri (sei per gli ambrosiani), tre di colore viola e uno rosa (talvolta se ne utilizzano quattro rosse), che andranno accesi ai primi vespri della Domenica, in modo che all'inizio di ogni nuova settimana si accenda una candela in più; la candela rosa è riservata alla terza domenica d'Avvento, detta anche Gaudéte.
Queste candele indicano in generale la duplice attesa dell'umanità: dalla creazione all'Incarnazione del Verbo, e dall'Incarnazione al ritorno glorioso di Cristo. Nello specifico, ogni candela "ha un nome": la prima, che si accende ai primi vespri della prima Domenica d'Avvento, viene detta anche "del Profeta", perché esprime l'attesa del Messia da parte del popolo ebraico; la seconda, che inizia a brillare al calare del sole del sabato successivo, prende il nome di candela "di Betlemme", città da dove, secondo la profezia di Michea, sarebbe nato «colui che deve essere il dominatore in Israele; le sue origini sono dall'antichità, dai giorni più remoti» (Mi 5, 1); la terza, quella rosa, che si accende ai primi vespri della Domenica Gaudéte è detta "dei Pastori", che accorsero pieni di gioia alla grotta della Natività; infine, la quarta e ultima è la candela "degli Angeli", i primi annunciatori del Dio fatto carne. In internet si può facilmente trovare anche il canto con le strofe adatte per l'accensione di ciascuna candela.
La corona d'Avvento racchiude una stratificazione di simboli. La corona, realizzata con rami freschi intrecciati di alberi sempreverdi, come l'abete, il pino o la tuja, che si fissano con del filo metallico attorno ad una corona di paglia (meglio evitare quelle già pronte in plastica!), fa risaltare un verde vivo, sovrastato dalla luce delle candele. Il verde è segno della vita che vince sulla morte, ed è il verde di alberi sempreverdi, alberi che esprimono una vita che non è toccata dall'alternarsi delle vicissitudini di questo mondo. La candela, a sua volta, indica la luce che sconfigge le tenebre; vita e luce che sono i due attributi principale del Signore Gesù nel prologo del Vangelo di Giovanni: «in lui era la vita, e la vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4). Poi, la circolarità, figura dell'eternità e dell'Eterno che irrompe nel tempo e nella storia.
La corona viene normalmente accesa per la preghiera e/o durante i pasti. Terminato il tempo d'Avvento, essa può servire da base per accendere un'unica grande candela rossa o bianca, che verrà utilizzata per tutto il tempo di Natale.
26 NOV 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜https://www.bastabugie.it/8358
NO A MARIA CORREDENTRICE, IL VATICANO FA CONFUSIONE di Luisella Scrosati
Martedì 4 novembre, il Dicastero della Dottrina della Fede ha pubblicato una Nota dottrinale di 80 paragrafi, approvata da papa Leone XIV, nella quale ci viene spiegato che «considerata la necessità di spiegare il ruolo subordinato di Maria a Cristo nell'opera della Redenzione, è sempre inappropriato usare il titolo di Corredentrice per definire la cooperazione di Maria» (§ 22, corsivo nel testo). Sempre inappropriato ci dicono dal Dicastero; almeno per i lettori delle principali lingue in cui è stato pubblicato il documento, perché il testo inglese si limita ad un «it would not be appropriate», omettendo l'avverbio e preferendo il condizionale. Ma siccome qualcuno deve aver deciso che l'originale dei documenti della Chiesa non si debba più scrivere nella lingua latina, è lasciato alla preferenza dei lettori quale versione scegliere.
Appena tre giorni prima, sabato 1° novembre, Leone XIV proclamava san John Henry Newman dottore della Chiesa. Piccolo dettaglio: Newman era uno di quelli che aveva difeso la possibilità di utilizzare il titolo di Corredentrice. La proclamazione del dogma dell'Immacolata Concezione (1854) aveva turbato, tra gli altri, il mondo anglicano. L'amico e compagno di John Henry Newman nell'avventura dell'Oxford Movement, Edward B. Pusey, formulò le obiezioni del mondo anglicano nell'Eirenicon, al quale Newman rispose con la nota Letter to the Rev. E. B. Pusey on his recent Eirenicon, che costituisce il trattato mariologico per eccellenza di Newman. Pusey si lamentava che la corredenzione non era affermata «in isolati passi di un autore devozionale [...], ma nelle risposte formali indirizzate da Arcivescovi e Vescovi al Papa in merito a ciò che essi auspicano riguardo alla dichiarazione dell'Immacolata Concezione come articolo di fede» (An Eirenicon, London, 1865, pp. 151-152). Ed aggiungeva con disappunto che «questa dottrina, a cui qui si allude, è elaborata dai teologi cattolici romani di ogni scuola».
Newman era ben consapevole della conoscenza approfondita che Pusey aveva dell'insegnamento dei Padri della Chiesa; era perciò sorpreso del fatto che egli potesse accusare il mondo cattolico di una "quasi idolatria" nei confronti della SS. Vergine, a motivo dell'abbondanza di titoli onorifici e di densità teologica attribuiti alla Madonna, perché era proprio la «Chiesa indivisa», a cui Pusey si appellava, ad essere tanto generosa nei titoli mariani. «Quando si vede che Lei, con i Padri, dà a Maria i titoli di Madre di Dio, seconda Eva e Madre di ogni vivente, Madre della vita, Stella del mattino, mistico nuovo Cielo, Scettro dell'ortodossia, tutta immacolata Madre della santità, e simili, la gente potrebbe interpretare come una misera contropartita per tale modo di esprimersi le sue proteste contro chi dà a Maria il titolo di Corredentrice e Sacerdotessa».
Mai Newman avrebbe pensato che sarebbe arrivato un giorno in cui si sarebbe dovuto difendere il titolo di Corredentrice di fronte non ad un anglicano, ma al prefetto dell'ex-Sant'Uffizio. Nientemeno. La ragione per cui il Dicastero cassa il titolo di Corredentrice è la sua potenzialità di generare «confusione e squilibrio nell'armonia delle verità della fede cristiana, perché "in nessun altro c'è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati"» (At 4,12). E ancora: «il pericolo di oscurare il ruolo esclusivo di Gesù Cristo [...] non costituirebbe un vero onore alla Madre». Affermazioni non originali, dal momento che sono tipiche delle obiezioni protestanti, ma di certo molto curiose in un documento ufficiale che si propone di rispondere a questioni che risveglierebbero «con frequenza, dubbi nei fedeli più semplici»; sì, perché nell'epoca della gestione Fernández, le Note dottrinali non esistono più per chiarire ciò che potrebbe apparire confuso, ma per rendere confuso ciò che era già chiaro.
Logica richiederebbe infatti che, se un termine che si è ormai ampiamente diffuso - non solo nella devozione dei fedeli, ma anche negli interventi papali ed episcopali e nei documenti ufficiali della Chiesa (si pensi ai due decreti, rispettivamente del 1913 e del 1914, del Sant'Uffizio) -, viene eventualmente frainteso in modo non conforme alla retta dottrina, la Santa Sede intervenga per chiarire e confermare, non per alimentare ulteriormente il fraintendimento e liquidare un titolo che si è ormai affermato a livello teologico e magisteriale.
Perché chiunque abbia una minima conoscenza di come si è sviluppata la riflessione teologica intorno alla corredenzione mariana e delle sue precisazioni fondamentali, sa bene che essa non sostiene una redenzione parallela a quella di Cristo, né una necessità assoluta della collaborazione mariana (de condigno) per la Redenzione, e neppure che Maria SS. non abbia avuto bisogno di essere redenta dal Verbo incarnato, suo Figlio. Tutti aspetti già ampiamente assodati, ma che Tucho & C. preferiscono continuare a fingere che siano confusi e pericolosi.
La Nota arriva pure a presentare un criterio, tratto da non si sa dove, che sarebbe semplicemente esilarante, se non fosse tragicamente presente in un documento ufficiale della Santa Sede: «Quando un'espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente». Bisognerebbe chiedere al card. Fernández e a mons. Matteo se credano realmente a quanto hanno scritto; perché, seguendo questo principio, bisognerebbe ritrattare praticamente tutti i dogmi mariani. E non solo. Forse che il titolo di Theotokos non richiese - e continua a richiedere - numerose e continue spiegazioni? Forse che il dogma dell'Immacolata Concezione non dev'essere continuamente spiegato per evitare di pensare che la Madonna sia esente dalla redenzione di Cristo? Le formulazioni del dogma trinitario o di quello cristologico non richiedono anch'esse «numerose e continue spiegazioni»? Sarebbero per questo «sconvenienti» e non utili alla fede del Popolo di Dio? Il principio enunciato dalla nota, costituisce di fatto la tomba di ogni definizione dogmatica e della stessa teologia.
Del tutto scorretta è poi la presentazione della storia della dottrina della corredenzione. Lo straordinario contributo di numerosi santi e teologi viene liquidato in appena un paragrafo (§ 17), segno piuttosto evidente che l'intenzione della Nota non era certo quella di fare il punto della situazione, ma di colpire la corredenzione. Altra liquidazione si registra nel misero accenno all'insegnamento dei pontefici, in particolare di san Giovanni Paolo II; salvo poi dedicare due ampi paragrafi alla posizione di Ratzinger (ancora cardinale).
La ragione di questa selezione non è difficile da cogliere: Ratzinger sarebbe, insieme a papa Francesco, a cui viene dedicato l'intero paragrafo § 21, l'auctoritas per sostenere che il titolo di Corredentrice sarebbe inappropriato. A ben vedere, nel votum del 1996, in qualità di Prefetto della CDF, Ratzinger non rifiutava il titolo, ma riteneva che la riflessione teologica non fosse ancora matura per attribuire alla Madonna il titolo di Corredentrice e Mediatrice; la sua contrarietà al titolo, invece, riguarda una semplice intervista del 2002 (nella quale, tra l'altro, si dichiarava favorevole alla dottrina di fondo, come espressione del fatto che Cristo voglia condividere con noi tutto, anche il suo essere redentore). Ma un votum ed un'opinione vengono favorite nella Nota piuttosto che, per esempio, la presentazione del più sistematico insegnamento di Giovanni Paolo II sulla corredenzione mariana; il pontefice polacco (come i predecessori) non aveva poi minimamente esitato ad utilizzare più volte anche quel titolo che adesso Tucho ci spiega essere sconveniente e inappropriato. Giovanni Paolo II, evidentemente, si divertiva ad «oscurare l'unica mediazione salvifica di Cristo».
Ancora una volta, il cardinale Fernández si conferma come un fabbricatore seriale di dubbi e pasticci, come già accadde per le risposte ad alcuni dubbi sollevati da Amoris Lætitia, per le benedizioni alle coppie omo, per la pena di morte e la dignità umana. Doveva essere il primo prefetto da silurare con il nuovo pontificato, ed invece lo ritroviamo ringalluzzito a proseguire la propria opera di confusione. Al male è stato ancora concesso tempo per sfidare la pazienza divina e mettere alla prova la fede dei cristiani.
Nota di BastaBugie: l'autrice del precedente articolo, Luisella Scrosati, nell'articolo seguente dal titolo "Per far sparire la Corredentrice non basta dire magistero" spiega che il valore magisteriale della Nota dottrinale Mater populi fidelis nulla dice sul grado di certezza, ma solo sulla modalità dell'insegnamento.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 22 novembre 2025:
«L'espressione "dottrinale" nel titolo della Nota indica che questo documento ha un valore speciale, superiore agli altri documenti che abbiamo pubblicato negli ultimi due anni. Firmata dal Papa, appartiene al magistero ordinario della Chiesa e dovrà essere presa in considerazione in relazione allo studio e all'approfondimento di argomenti mariologici». Così aveva sentenziato il cardinale Víctor M. Fernández in occasione della presentazione della Nota dottrinale Mater populi fidelis alla Curia dei Gesuiti.
Effettivamente una Nota dottrinale del Dicastero per la Dottrina della Fede, una volta che viene approvata dal Sommo Pontefice, diviene parte del suo magistero
28 OTT 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8337
VIGANO' E DON POMPEI, SENZA GERARCHIA NON C'E' CHIESA VISIBILE di Luisella Scrosati
La recente vicenda legata a don Leonardo Maria Pompei, ex parroco di S. Maria Assunta in Cielo in Sermoneta, attualmente sospeso a divinis dal suo vescovo, mons. Mariano Crociata, ha provocato numerosi commenti sul web. Com'era da prevedersi, dal momento che don Pompei è molto presente su internet e sui social media. La Nuova Bussola Quotidiana ha ospitato, tra gli altri, un articolo del prof. Daniele Trabucco, che ha poi replicato sul blog chiesaepostconcilio.
S. E. Mons. Carlo Maria Viganò ha inviato alla nostra redazione uno scritto di sei pagine dall'eloquente titolo Obœdientia obœdientibus (l'obbedienza si deve a chi obbedisce), che intende essere una precisazione al contenuto di fondo degli articoli in questione, contenuto che possiamo così riassumere: l'obbedienza ai legittimi superiori rimane virtù necessaria anche in tempi, come quelli attuali, in cui la Chiesa vive una crisi senza precedenti.
La lettera di mons. Viganò mette in risalto che l'obbedienza assoluta si deve solo a Dio, mentre alle diverse autorità umane è dovuta un'obbedienza «subordinata e condizionata alla sottomissione dell'autorità umana (e dell'ordine impartito) all'autorità di Dio» (frase in grassetto nella lettera). Il riferimento di questa affermazione sarebbe, nelle intenzioni di mons. Viganò che la riporta, la Summa Theologiæ, II-II, q. 104, a. 4. Don Pompei avrebbe dunque fatto bene a disobbedire al proprio vescovo in quanto egli, «superiore dottrinalmente deviato», gli avrebbe impartito un «ordine dottrinale» (e non meramente disciplinare) non conforme alla volontà di Dio.
Nel parallelo tra don Bosco e padre Pio da una parte e don Pompei dall'altra - parallelo intavolato dal prof. Trabucco, a cui Viganò intende rispondere - vi sarebbe una differenza essenziale, che permette di comprendere la legittimità del comportamento di don Pompei: «Perché il ragionamento del prof. Trabucco sia valido - spiega mons. Viganò - tanto padre Pio quanto don Pompei dovrebbero essersi trovati ad obbedire a dei superiori legittimi, ossia che esercitano la propria Autorità conformemente alla Legge di Dio, alla Verità rivelata, al Magistero immutabile della Chiesa». Va da sé, seguendo il filo logico dell'argomentazione, che l'autorità preposta a don Pompei sarebbe dunque illegittima, a differenza di quelle preposte a don Bosco o a padre Pio.
AFFERMAZIONI CONFUSE
Tale illegittimità non riguarderebbe solo il vescovo di Latina, ma l'intera gerarchia della Chiesa cattolica, che ormai l'ex-Nunzio negli Stati Uniti denomina «gerarchia conciliare e sinodale», la quale «si è sottratta all'autorità di Dio e della Chiesa nel momento in cui, adulterando la fede, si è sinodalizzata». Poco oltre, Viganò spiega che, in realtà, «sono loro stessi ad affermare di essere la "nuova chiesa" rispetto a quella preconciliare»; per questa ragione, «obbedire a questi pastori significa rendersi loro complici, ed essere in comunione con loro esclude l'essere in comunione con la Chiesa cattolica apostolica romana».
Le affermazioni di Sua Eccellenza risultano tanto forti nei toni quanto confuse nei contenuti. Mi pare che la maggiore evidenza di tale confusione si ritrovi nell'errata ricostruzione del pensiero di san Tommaso. Si sarà notato che nella citazione verbatim sopra riportata, mons. Viganò afferma che l'obbedienza alle autorità umane dipende dalla sottomissione sia loro che dell'ordine impartito all'autorità di Dio. Eppure, san Tommaso, nell'art. 5, non afferma affatto ciò. Egli spiega come vi siano due motivi per cui «un suddito può non essere tenuto a obbedire in tutto al proprio superiore». Primo, che vi sia un'autorità superiore che comanda diversamente: «Se dunque l'imperatore comanda una cosa e Dio comanda il contrario, si deve obbedire a Dio senza badare all'imperatore». Secondo, che il superiore comandi relativamente a qualcosa a cui il suddito non è sottoposto, quando in pratica comanda oltre il suo ambito di competenza.
Come si può notare, san Tommaso ammette che vi possano essere degli ordini illegittimi ai quali si può (e talvolta si deve) resistere; ma il testo evocato non supporta affatto l'argomento di Viganò, che è invece ripetutamente orientato a definire la gerarchia cattolica illegittima. San Tommaso parla di ordini illegittimi, Viganò di autorità illegittima; la prospettiva è completamente diversa e profondamente differenti sono le conseguenze. Nel primo caso, è lecito non obbedire ad un ordine oggettivamente contrario alla legge di Dio (o altra legge superiore), oppure ad un ordine che non rientra nella competenza dell'autorità preposta; in nessun modo, però, si questiona la legittimità dell'autorità stessa. Nel secondo caso, che non trova appigli nel testo della Summa, è l'autorità stessa che viene ritenuta illegittima, di modo che qualsiasi ordine che da essa scaturisca risulta a sua volta illegittimo, o comunque non vincolante. Si passa così dalla possibilità di opporre un rifiuto all'esecuzione di alcuni (pochi o tanti) ordini che hanno delle caratteristiche precise, all'opposizione all'autorità in quanto tale, perché ritenuta illegittima.
LE LEGITTIME AUTORITÀ
Secondo mons. Viganò, la bontà del comportamento di don Pompei starebbe dunque nel fatto che ha disobbedito ad autorità a suo avviso illegittime. Una illegittimità che, per Viganò, è palese, dal momento che «papi, cardinali, vescovi e chierici aderiscono tutti, indistintamente, ad un altro Vangelo (Gal 1, 6-7), un'altra religione, un altro credo, un altro papato, un altro sacerdozio, un'altra messa, sostenendo di appartenere a un'altra chiesa, che chiamano conciliare e sinodale». Si tratta dunque dell'impossibilità di obbedire non ad un ordine contrario alla legge di Dio o alle leggi della Chiesa, ma «ad un'autorità usurpata, di cui si sono impadroniti degli eversori eretici e corrotti».
Che questa sia la prospettiva, ne è ulteriore conferma il fatto che né mons. Viganò, né don Pompei (a quanto ci risulta) abbiano fatto ricorso alle legittime autorità competenti contro le sanzioni ricevute, semplicemente perché, nella loro prospettiva, non esistono più autorità legittime nella Chiesa. Questa lettera conferma che avevamo visto giusto quando sottolineavamo che il nocciolo del problema del "caso don Pompei" non era legato alla disobbedienza all'ordine di sospendere le proprie attività sui social, ma al rifiuto di riconoscere la legittimità della gerarchia cattolica. E dunque sembra delinearsi a tutti gli effetti il delitto di scisma, delitto per cui lo stesso Viganò è già stato scomunicato.
La scelta di don Pompei e di mons. Viganò pertanto non riguarda propriamente il tema dell'obbedienza, quanto piuttosto quello ben più ampio e fondamentale dell'apostolicità della Chiesa cattolica e della sua visibilità. Come avremo modo di vedere in un prossimo articolo.
Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "Non c'è crisi che dispensi dalla comunione gerarchica" parla di mons. Viganò che difende don Pompei. L'ex nunzio dimentica che nel sacerdozio cattolico è essenziale (per diritto divino) l'inserimento canonico nella struttura gerarchica della Chiesa, senza cui si cade nello scisma. E anche la dichiarazione di eresia può venire solo da chi ne ha l'autorità.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 14 ottobre 2025:
Il nocciolo della problematicità della posizione assunta da monsignor Carlo Maria Viganò, alla quale anche don Leonardo M. Pompei appare aderire, è il rifiuto almeno implicito della nota dell'apostolicità della vera Chiesa di Cristo, la Chiesa cattolica, e della sua visibilità (vedi qui il nostro articolo precedente).
Quando si parla di apostolicità della Chiesa si intendono tre aspetti correlati: l'apostolicità d'origine (la Chiesa è fondata sugli Apostoli), quella di dottrina (la Chiesa custodisce nel tempo la dottrina e i mezzi di salvezza trasmessi dagli Apostoli) e quella di successione (ininterrotta successione apostolica).
I tre aspetti, pure distinti, si compendiano nella caratteristica più specifica di questa nota dell'apostolicità, ossia che il fondamento degli Apostoli permane nella Chiesa, tramite i loro successori, fino alla fine del mondo, nella visibilità dell'episcopato e del primato petrino. Laddove ci sono il successore di Pietro e i vescovi in comunione con lui, lì c'è la Chiesa di Cristo. Se - come ha sostenuto mons. Viganò - papi, cardinali, vescovi e chierici fossero illegittimi in quanto affermano di appartenere ad un'altra chiesa conciliare e sinodale, allora potremmo tranquillamente ritenere che è venuta meno l'apostolicità della Chiesa, in quanto è venuto meno l'intero collegio dei vescovi in comunione con il papa e il papa stesso, ossia coloro che tale apostolicità incarnano. Il che è un'eresia. Parimenti sarebbe venuta meno la visibilità della Chiesa, che è strettamente connessa alla permanenza della successione apostolica.
Noi, a differenza dei protestanti, professiamo la necessità di essere parte dell'unità visibile della Chiesa, che è fondata sulla comunione con la gerarchia, nell'obbedienza agli ordini legittimi che essa impartisce. In modo più semplice, alla domanda su dove sia la Chiesa, la fede cattolica ci insegna che la Chiesa è lì dove vi sono i pastori legittimi (chi siano costoro, lo diremo tra poco) e i fedeli in comunione con loro; dove questa comunione non è costituita da affinità, affetto, uniformità di vedute, ma dall'obbedienza agli ordini legittimi, dalla professione della fede della Chiesa e dalla partecipa
14 OTT 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8322
LA ''PAPESSA'' DI CANTERBURY, CULMINE DEL NAUFRAGIO ANGLICANO di Luisella Scrosati
Il 1° novembre prossimo papa Leone XIV proclamerà san John Henry Newman dottore della Chiesa. Ormai oltre un secolo e mezzo fa Newman cercava di scuotere il mondo anglicano - il proprio mondo - per tentare di ricondurlo al porto sicuro della Chiesa apostolica, nell'alveo della tradizione dei Padri, scongiurando i naufragi del cristianesimo liberale, soggetto allo spirito di questo mondo. È noto che la risposta delle autorità anglicane fu tranchant: la linea scelta da Newman era troppo "romana", troppo simile al cattolicesimo continentale, e pertanto inaccettabile. Né la gerarchia anglicana né buona parte dei colleghi di Oxford avevano compreso che Newman non guardava solamente indietro, al IV-V secolo della Chiesa, ma guardava anche molto avanti, intuendo quali pericolose derive si stessero delineando all'orizzonte.
Ironia della sorte - che altro non è se non il modo con cui la Provvidenza sorride di fronte allo stolto agitarsi degli uomini - vuole che esattamente duecento anni dopo l'ordinazione presbiterale di Newman (1825) nella chiesa anglicana, sia per la prima volta una donna ad essere nominata arcivescovo di Canterbury, massima autorità spirituale della Comunione anglicana e primate d'Inghilterra. In pratica, la "papessa" anglicana, sebbene l'essenza e la modalità di esercizio di questa autorità siano del tutto differenti da quelle del Successore di Pietro.
NÉ PRESBITERA, NÉ VESCOVA
Si tratta di Sarah Mullally, sposata e madre di due figli, di professione infermiera (professione che ha lasciato nel 2004 per dedicarsi al ministero), "ordinata" presbitero della chiesa anglicana nel 2002 e vescovo nel 2015 (preferiamo evitare quella sorta di ossimoro che vorrebbe si scriva "presbitera" e "vescova"), proprio dal suo predecessore, l'allora arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, dimessosi lo scorso anno in seguito ad accuse di copertura di uno scandalo legato alla pedofilia. L'annuncio è arrivato ieri, 3 ottobre, dal portavoce della Crown Nominations Commission, ossia la commissione chiamata a scegliere, con maggioranza dei due terzi, i candidati arcivescovi di Canterbury e York, che devono poi essere presentati all'approvazione del re.
La nomina di Sarah Mullally, a dire il vero, non sorprende affatto. Non si tratta né di una rivoluzione, né di una svolta, come riportano alcune agenzie o titolano alcune testate, ma della logica conseguenza della scelta che la chiesa anglicana fece a partire dall'11 novembre 1992, durante il proprio Sinodo, quando si decise di aprire la possibilità alle donne di accedere al sacerdozio; due anni dopo, il 12 marzo 1994, trentadue donne ricevettero l'ordinazione. Altri vent'anni (2014) e il voto democratico delle assemblee sinodali spalancò le porte anche all'episcopato (ricordiamo che tutti gli ordini sacri conferiti nella chiesa anglicana sono invalidi). Era chiaro già da allora che, in quanto vescovi, anche le donne potevano divenire le "inquiline" di Lambeth Palace. Ed in effetti, alla prima occasione possibile - ricordiamo che Welby fu nominato nel 2013, un anno prima della decisione sulle donne-vescovo -, la chiesa anglicana non ha perso l'occasione di mostrare al mondo la propria decadenza.
LA DENUNCIA DI JOHN HENRY NEWMAN
Perché in fondo si tratta del coronamento di quella logica che Newman aveva denunciato come la più pericolosa, che, in nome di una presunta libertà dello spirito, affrancava la chiesa dalla sua sottomissione alla tradizione dei Padri per assoggettarla alle decisioni politiche e allo spirito del tempo. È in conseguenza di questa singolare emancipazione che la chiesa anglicana si è espressa a favore della libertà di scelta delle donne relativamente all'aborto, della possibilità in certi casi (ricorda qualcuno?) del ricorso all'eutanasia come espressione della pietà cristiana, del riconoscimento e benedizione delle coppie omosessuali, purché stabili e unite civilmente, coronamento di un percorso di discernimento triennale, denominato Living in love and faith, guidato proprio dalla Mullally. Per non parlare del divorzio, che è nel suo nativo corredo cromosomico.
Non ci resterebbe che rattristarci della realtà del mondo anglicano, che, respinta la mano tesa della misericordia di Dio, che aveva suscitato al suo interno una sorta di nuovo Elia inviato ai Samaritani, nella persona di John Henry Newman, si ritrova ora a precipitare verso l'abisso con allegria e soddisfazione. Come sul Titanic. Se non fosse, però, che anche tra le più alte sfere della gerarchia cattolica si ammicca ad aperture simili, inclusa quella al sacerdozio femminile. Numerosi bastioni sono già stati ampiamente scossi e pericolose brecce sono state aperte nei vari Sinodi targati Francesco: dalla comunione ai divorziati-risposati che continuano a vivere more uxorio, ormai una realtà in tutte le diocesi, alla riapertura delle discussioni sul celibato sacerdotale, sul diaconato femminile, alle benedizioni alle coppie dello stesso sesso. Nonché la sovversione del senso stesso del Sinodo dei vescovi, con la possibilità conferita ai laici non solo di intervenire, ma anche di votare; una novità anche questa "francescana", che avvicina spaventosamente i Sinodi della Chiesa cattolica alla struttura tricamerale (House of Bishops, House of Clerics, House of Laity) dei General Synods della chiesa anglicana. E speriamo che le similitudini finiscano qui.
23 SET 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8282
IL LIMBO E I BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO di Luisella Scrosati
Premetto che si tratta di una questione dibattuta: non abbiamo su questo tema un insegnamento definitivo della Chiesa, sebbene si debba notare che la dottrina sul Limbo dei bambini - adesso vedremo che cos'è e come si è sviluppata - sia stata ritenuta da alcuni teologi dottrina comune e abbia trovato spazio anche all'interno di un catechismo molto conosciuto e molto importante, come il Catechismo di San Pio X.
Il primo pronunciamento magisteriale importante, di peso, su questa questione risale al 385. Si tratta di una lettera di papa Siricio al vescovo Imerio. In questa lettera, tra le altre cose, il Papa esorta a battezzare i bambini quanto prima «perché non accada che uscendo da questo mondo qualcuno perda sia il Regno che la vita». È evidente che si riferisce all'uscire da questo mondo senza battesimo. Questa espressione manifesta una verità profonda e cioè che il battesimo è necessario alla salvezza. Ne riparleremo quando vedremo i sacramenti, ma intanto ricordiamo che questa verità si fonda sulle parole stesse del Signore: «Chi non rinasce dall'acqua e dallo spirito non può entrare nel regno dei cieli» (cfr. Gv 3, 5). La Chiesa, sempre sulla base delle Scritture e non per propria fantasia, ha ampliato la questione mostrando che oltre al battesimo sacramentale, cioè con l'acqua, esistono altre due forme: il battesimo di sangue, che si riceve con il martirio, confessando Cristo, e il battesimo di desiderio. Il desiderio può essere esplicito, manifesto, come nel caso dei catecumeni, nel caso dovessero morire prima di ricevere il battesimo, o implicito, occulto, dunque conosciuto solo da Dio che scruta i cuori, vedendovi il desiderio della redenzione di Cristo.
Risale al 417 un altro insegnamento importante, stavolta di Innocenzo I: «Che agli infanti possa essere donato il premio della vita eterna anche senza la grazia del battesimo è grande stoltezza». Quindi, in un tempo piuttosto ravvicinato, due pontefici ci dicono in sostanza che: 1) i bambini che escono da questo mondo senza essere battezzati perdono il Regno (Siricio); 2) è stolto pensare che ai bambini possa essere data la vita eterna senza la grazia del battesimo (Innocenzo I).
UNA QUESTIONE DIBATTUTA
L'anno successivo, nel 418, un concilio regionale ma importante, ai tempi di sant'Agostino, ovvero il concilio di Cartagine - che era una grande e importante regione ecclesiastica - proprio sulla base di questa asserzione di Innocenzo I, il quale era ben cosciente di questa questione dibattuta all'interno delle Chiese africane, condannava l'esistenza di un luogo «dove vivono come beati i bambini che morirono senza battesimo, senza il quale non possono entrare nel regno dei cieli». Quindi è anatema chi ritiene che esista un luogo dove i bambini morti senza battesimo possano vivere come beati, dunque godendo della visione beatifica.
Ora, questa non è una lectio magistralis sul tema; si potrebbero riportare molte più citazioni, ma ci bastano queste tre, tra le più antiche, per capire una cosa importante: questi e altri testi magisteriali mostrano con grande chiarezza e anche con costanza che non si può affermare in linea generale che i bambini che muoiono senza battesimo siano salvati, nel senso che possano godere della beatitudine eterna. Il minimo che si possa dire, secondo questo insegnamento che affonda le sue radici nei primi secoli della storia della Chiesa e viene ribadito con una certa costanza, è che non è possibile affermare che in generale morire con o senza battesimo sia la stessa cosa perché in entrambi i casi i bambini possono godere della visione beatifica.
Cosa c'è dietro a questa idea? Di nuovo, è l'idea fondamentale nella presente economia salvifica, che Dio stesso ha stabilito, che la Chiesa non ha altri mezzi, diversi dal battesimo, per dare la vita eterna ai bambini prima dell'uso di ragione. Perché, se riflettete, l'altra forma di battesimo, quella di desiderio, è un'ipotesi, una possibilità accessibile a chi è in grado di esprimere un desiderio, quindi è dotato di un sufficiente grado di ragione. Non perché i bambini non siano dotati di ragione, ma perché la loro razionalità si deve sviluppare secondo un normale iter di natura. Possiamo dire che fino a una certa età hanno la razionalità in potenza, la possibilità di scegliere in potenza, ma non ancora in atto, non ancora effettiva.
LA RIFLESSIONE DEI PADRI E DELLA SCOLASTICA
Per queste ragioni, la riflessione dei Padri prima e della Scolastica poi va in una direzione ben precisa, cioè si sposta verso un'altra questione: posto che i bambini morti senza battesimo non possono essere salvati, che ne è della loro sorte eterna? Ed è qui che abbiamo un ampio cambiamento: mentre sulla questione della salvezza c'è una costanza, per cui mai abbiamo trovato un insegnamento magisteriale che dicesse che i bambini morti senza battesimo si salvano a prescindere, sulla loro sorte eterna - cioè sulla risposta alla domanda "che ne è di loro?" - abbiamo avuto una variazione, uno sviluppo.
Riassumo questo sviluppo secondo questa linea di direzione: 1) in un primo tempo, alcuni Padri, tra cui sant'Agostino, hanno parlato di "pena mitissima", cioè ci sarebbe una pena, ma molto mitigata dal fatto che questi bambini non hanno evidentemente delle colpe personali, ma hanno ereditato come tutti gli uomini il peccato originale, che gli è rimasto perché non hanno ricevuto il sacramento del battesimo; 2) poi, il transito a uno stato di beatitudine di natura, che possiamo ritenere come lo stadio più maturo.
Ora, quello che è chiarissimo in questo sviluppo è che si esclude il fatto che questi bambini possano essere dannati, cioè che questi bambini possano soffrire quelle pene che i dannati soffrono, in quanto evidentemente non hanno colpe personali. Dunque, sarebbe ingiusto ipotizzare una pena, anche mite, di questo tipo. E tuttavia rimane la pena legata alla colpa originale, che accomuna tutta la stirpe umana. E qual è questa pena? Ne abbiamo già parlato nelle due precedenti catechesi, in quanto era ciò che caratterizzava la situazione del Limbo dei patriarchi, cioè il fatto di non poter accedere alla gloria eterna, non poter entrare nella beatitudine eterna, perché con il peccato originale i cieli si sono chiusi; e non si sono semplicemente riaperti con la redenzione di Cristo, perché la redenzione di Cristo, nell'attuale economia salvifica, giunge attraverso il battesimo.
Un interessante pronunciamento di Pio VI, la bolla Auctorem fidei del 1794, ha difeso esplicitamente la dottrina del Limbo, cioè una condizione in cui «abbiamo la pena del danno senza la pena del fuoco». La pena del danno è la privazione della beatitudine eterna dovuta al peccato originale; la pena del fuoco è la pena dovuta ai peccati personali, che viene espiata nel Purgatorio per le anime che si salvano; nell'Inferno, invece, per le anime che hanno rifiutato la salvezza di Cristo. Ora, il punto forte di questa posizione del Limbo sta nel fatto che non c'è altro mezzo, all'infuori del battesimo, per comunicare la vita soprannaturale al bambino che non ha ancora l'uso di ragione. E questo è ribadito dallo stesso papa Pio VI: «Senza il battesimo non vi è altro mezzo per comunicare questa vita al bambino che non ha ancora l'uso di ragione». Dall'altra parte, però, essi non pagano, non possono pagare per colpe che non hanno compiuto. Dunque, diciamo che nella sua formulazione più matura il Limbo è ciò che armonizza queste due verità importanti.
UNA NUOVA RIFLESSIONE TEOLOGICA
Tuttavia, questa posizione non nasconde alcuni punti deboli, alcune vulnerabilità, di fronte alle quali anche papa Benedetto XVI aveva chiesto in qualche modo una nuova riflessione teologica sul tema.
Dopo questa apertura, c'è stata nel 2007 la pubblicazione di un documento da parte della Commissione Teologica Internazionale, che ha riesaminato un po' la questione e ha riaperto il tema. Sui giornali è uscito un po' di tutto, tipo che il Papa aveva abolito il Limbo, ma la realtà è un po' diversa. Questo documento affronta due domande importanti, che - come dicevo - sono un po' il vulnus della prospettiva del Limbo, che costituisce una condizione di privazione della pena, di ogni pena dei sensi, di ogni pena che è caratteristica dell'Inferno o dello stesso Purgatorio, ma nel quale rimane presente la pena dovuta al peccato originale. Dunque, la visione teologica più matura riteneva questa condizione come una condizione di beatitudine naturale, non soprannaturale: è difficile descrivere questa cosa, ma questo era il punto d'arrivo.
Il primo dei suddetti punti deboli era la conciliazione di questa dottrina del Limbo con la volontà salvifica universale di Dio. Perché? Si è detto che Dio vuole salvare tutti: dalla Scrittura è evidente questa volontà, che Dio vuole salvare tutti gli uomini. Ora, che molti uomini di fatto non si salvino per colpa propria non lede questa volontà salvifica, perché rimane la parte dell'uomo, la sua resistenza a questa volontà. Ma dall'altra parte ci troviamo con dei bambini che di per sé non pongono un ostacolo a questa salvezza. E dunque come si concilia la volontà salvifica di Dio con la condizione di non beatitudine eterna di questi bambini?
La seconda questione ammessa parte dal fatto che c'è la volontà salvifica universale di Dio e, dall'altra parte, abbiamo la necessità del battesimo; tuttavia si è fatto giustamente notare che noi uomini siamo legati ai mezzi di salvezza, ma non Dio: Dio può salvare le anime anche senza i mezzi che Egl
20 MAG 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8174
LA COMUNIONE SULLA MANO E' IL PEGGIOR RITO POSSIBILE (E NON E' MAI STATO FATTO COSI') di Luisella Scrosati
Forse sorprenderà molti sapere che la forma attuale di distribuzione dell'Eucaristia sulla mano non ha precedenti nella bimillenaria tradizione liturgica della Chiesa. E che invece alcuni dettagli e raccomandazioni che emergono dalle testimonianze più antiche risultano essere maggiormente in sintonia con la prassi universale della Comunione sulla lingua, più che con quella sulla mano.
Non si vuole negare che le testimonianze antiche, particolarmente quelle fino al IV secolo, indichino che la modalità di distribuzione dell'Eucaristia passava dalle mani dei fedeli, ma è singolare che questi testi si concentrino soprattutto sull'attenzione a non disperdere frammenti e sulla riverenza dovuta all'Eucaristia quando ci si comunica. Si pensi alla pressante premura con cui Tertulliano esorta alla massima cautela nel fare la Comunione: «Noi siamo angosciati che nulla, né del calice né del pane, cada a terra» (La corona del soldato, III).
Non è secondario precisare che la modalità approssimativamente descritta dagli autori delle Chiese d'Africa, come appunto Tertulliano, ma anche san Cipriano di Cartagine, in realtà non sembra essere rappresentativa di un vero e proprio rito, dal momento che ci troviamo in un contesto di persecuzione, durante il quale facilmente si sarebbero autorizzate concessioni straordinarie per permettere ai fedeli di portare nelle proprie dimore la Santa Eucaristia e potersi così comunicare.
NESSUN FRAMMENTO CADA A TERRA
Ad ogni modo, alla preoccupazione di Tertulliano fa eco quella di Origene: «Voi, che avete la consuetudine di assistere ai sacri misteri, quando ricevete il Corpo del Signore, prestate attenzione ad osservare con ogni cura e venerazione possibile che nessun frammento cada a terra e che nulla del dono consacrato vada perduto» (Omelie sull'Esodo, XIII). San Girolamo (cf. Commento ai Salmi, Salmo 147, 14) sembra parafrasare Origene. Anche la testimonianza di san Cirillo di Gerusalemme, la più citata a favore della Comunione sulla mano, è un lungo richiamo alla riverenza, all'attenzione «a non perdere nulla di esso [corpo santo]», perché «se tu ne perdi, è come se tu fossi amputato di un tuo membro» (Catechesi mistagogiche, V, 21); il rito prevedeva anche la santificazione degli occhi, fissando lo sguardo sul Pane santo, e, dettaglio di grande importanza, la mano sinistra doveva fare da trono alla destra, dove veniva poggiata la Santa Comunione.
Perché è così rilevante la precisazione? Sappiamo che la prassi odierna è quella di porre la mano destra sotto la sinistra, in modo da poter poi prendere con le dita della destra l'Ostia consacrata e portarla alla bocca. Ma l'indicazione di san Cirillo, a cui i riformatori dicono di essersi ispirati, è esattamente l'opposto. Nella modalità riferita da san Cirillo, la destra non doveva essere lasciata libera per afferrare l'Eucaristia, perché il fedele si abbassava verso le mani, facendo così un profondo inchino, e assumeva il Pane eucaristico direttamente dal palmo della mano destra, come conferma anche Teodoro di Mopsuestia (cf. Omelie catechetiche, XVI, 27). Per questo, più che di Comunione sulle mani, si dovrebbe parlare di Comunione sul palmo della mano. La prassi nuova, invece, è pensata per lasciare libera la mano destra (essendo la maggioranza delle persone destrimane), le cui dita afferrano la Particola per portarla alla bocca.
Dev'essere altresì ricordato che, per buona parte del primo millennio cristiano, sia nella Chiesa latina che in quelle d'Oriente il pane utilizzato per l'Eucaristia era un pane lievitato. Sarà a partire dal IX secolo che, nelle chiese di Gallia, subentrerà l'uso della particola sottile, decisamente più sicura quanto alla possibile perdita di briciole e più adatta alla sua deposizione direttamente sulla lingua del fedele.
PURIFICARE LE MANI
Josef A. Jungmann, analizzando le fonti antiche, ha altresì messo in luce che i fedeli, prima della preghiera liturgica, dovevano purificare le proprie mani, mediante un rito di abluzione, e concorda sull'insistente richiamo alla cura nell'assumere la santa Eucaristia da parte del fedele. È attestato anche, in alcune chiese delle Gallie, l'uso di un panno di lino, sembra soprattutto per la Comunione delle donne, di modo che l'Eucaristia non venisse a diretto contatto con le mani.
Un'attenta lettura di queste testimonianze dimostra, dunque, che la preoccupazione principale dei Padri non era minimamente quella di difendere ad oltranza la Comunione sul palmo, ma di richiamare con ogni cura a che si evitassero il più possibile le quasi inevitabili problematiche che si verificavano ricevendo il Pane eucaristico in quella modalità già diffusa in molte chiese, sebbene con dettagli diversi. I Padri avevano ben presente che briciole o frammenti di Pane consacrato potevano andare perduti e richiamavano perciò i fedeli sulla gravità di una tale eventualità. Ancora, avvertivano come pressante dovere l'esortare i fedeli ad atteggiamenti non solo di rispetto, ma anche di adorazione verso il Corpo sacramentale del Signore.
Sotto questo punto di vista, non c'è dubbio che l'uso successivo di porre l'Ostia santa direttamente sulla lingua del fedele sia stato il naturale e adeguato sviluppo per corrispondere alle preoccupazioni dei Padri. Al contrario, la proposta di introdurre la Comunione sulla mano, privata di tutti gli altri dettagli che caratterizzavano la Comunione sul palmo, costituisce non solo una brusca e non necessaria rottura di questa maturazione, ma anche l'introduzione di una modalità che ripresenta i rischi dell'uso antico, privato altresì di quegli elementi che servivano a favorire l'adorazione e il rispetto della santa Eucaristia e a ridurre il più possibile la perdita di frammenti. Insomma, il peggior rito possibile.
Nota di BastaBugie: Luisella Scrosati nell'articolo seguente dal titolo "La Comunione sulla mano e la visione distorta della Tradizione" spiega che La Chiesa, specie in ambito liturgico, ha avuto modo di mettere in guardia da due visioni distorte della Tradizione, entrambe componenti del "progressismo": l'archeologismo e la smania di cambiare.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 18 maggio 2025:
Si è visto come l'attuale modalità di ricezione della Comunione sulla mano - particola posata sulla mano sinistra, sorretta dalla destra, e utilizzo delle dita della mano destra per portare la particola alla bocca - non trovi precedenti nella storia della Chiesa. A segnare una novità è anche l'assenza di un gesto, ossia l'inchino reverenziale, che diveniva obbligatorio per il fatto che il fedele doveva chinarsi per assumere l'Eucaristia direttamente dal palmo della mano. Ancora più evidente è la preoccupazione dei Padri della Chiesa affinché nessuna briciola del Pane eucaristico andasse perduta, apprensione che non sembra costituire una priorità per molti dei nostri pastori.
Tre elementi che permettono di capire la logica patologica sottesa a molte delle riforme liturgiche post-conciliari (tra cui quella della Comunione sulla mano): una comprensione puramente materiale della Tradizione. L'affermazione potrà sorprendere, perché una certa vulgata vorrebbe che siano proprio i non meglio specificati "tradizionalisti", più di recente battezzati anche come "indietristi", ad avere una concezione fissista e stantia della Tradizione. In realtà, le cose non sono così semplici.
La Chiesa ha avuto modo di mettere in guardia da due visioni distorte della Tradizione, particolarmente in ambito liturgico. La prima è il cosiddetto archeologismo, che Pio XII, nell'enciclica Mediator Dei, definiva «eccessivo ed insano». Gli usi liturgici dei primi secoli della Chiesa sono senza dubbio da venerare, così come è di grande importanza conoscere quei riti, apprezzarli, immergersi in essi per ritrovarne ogni volta lo spirito; d'altra parte, però, il criterio dell'antichità non è di per sé garanzia di trovarsi davanti al meglio. Bisogna infatti considerare che lo Spirito Santo non ha limitato la sua azione ai soli primi secoli della Chiesa. Scriveva Pio XII: «Come, difatti, nessun cattolico di senso può rifiutare le formulazioni della dottrina cristiana composte e decretate con grande vantaggio in epoca più recente dalla Chiesa, ispirata e retta dallo Spirito Santo, per ritornare alle antiche formule dei primi Concili, o può ripudiare le leggi vigenti per ritornare alle prescrizioni delle antiche fonti del Diritto Canonico, così, quando si tratta della sacra Liturgia, non sarebbe animato da zelo retto e intelligente colui il quale volesse tornare agli antichi riti ed usi ripudiando le nuove norme introdotte per disposizione della Divina Provvidenza e per le mutate circostanze». Come si può vedere, il rifiuto dell'approccio archeologista si estende ai diversi domini della vita della Chiesa e non solo alla liturgia. Non si può pretendere di tagliare un albero con lo scopo di farlo ritornare alle dimensioni di quando era un piccolo arbusto.
La seconda insidia viene dalla smania di innovare, cambiare, modificare. Pio XII stigmatizzava «il temerario ardimento di coloro che di proposito introducono nuove consuetudini liturgiche o fanno rivivere riti già caduti in disuso e che non concordano con le leggi e le rubriche vigenti». Questo testo è particolarmente prezioso, perché descrive come espressione della stessa smania sia l'introduzione di nuove consuetudini sia il ripristino di riti antichi non più in uso. L'archeologismo rivela così di essere una componente del "progressismo", una sua neces
6 MAG 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8153
LE SETTE PRIORITA' PER IL NUOVO PAPA di Luisella Scrosati
Archiviato il pontificato di Francesco, sono tutt'altro che naufragati i processi da lui avviati con atti, decisioni e gesti che hanno di fatto aperto nuove finestre di Overton o hanno condotto alla parziale realizzazione di quelle già aperte. Questo articolo conclusivo vuole rapidamente richiamare gli urgenti "interventi di rifacimento e manutenzione" a cui bisognerà porre mano al più presto, per riparare agli scandali contro la fede e contro la credibilità della Chiesa, alimentati in quest'ultimo pontificato.
1. NO ALLA COMUNIONE AI DIVORZIATI RISPOSATI (Amoris lætitia)
È necessaria anzitutto una chiarificazione da parte del Dicastero per la Dottrina della Fede - una volta ripulito da persone decisamente non all'altezza e dalla formazione teologica più che questionabile -, sulla deriva della Comunione ai divorziati risposati, che ripristini la disciplina corretta: non è possibile che persone che continuano a vivere more uxorio possano ricevere l'assoluzione sacramentale e accedere alla Santa Comunione.
Una modalità potrebbe essere quella di dare finalmente una risposta ai famosi Dubia del 19 settembre 2016, che si ponga come interpretazione autentica dell'esortazione post-sinodale Amoris lætitia, e correttiva della lettera del 5 settembre 2016 di papa Francesco a mons. Sergío Alfredo Fenoy. Un altro intervento dovrà portarsi sulla correzione della nuova redazione del n. 2267 del Catechismo della Chiesa Cattolica sulla pena capitale, che appare decisamente in discontinuità con l'insegnamento tradizionale sul tema.
2. NO BENEDIZIONI AI GAY (Fiducia supplicans)
È urgente la revoca della dichiarazione Fiducia supplicans, così come del comunicato stampa del 4 gennaio 2024, firmato dal cardinale Victor Manuel Fernández e da mons. Armando Matteo. Il documento, a causa dell'assurdità e inaccettabilità delle sue affermazioni, e la chiarificazione successiva, persino peggiorativa della Dichiarazione, hanno provocato una profonda divisione all'interno della Chiesa con conferenze episcopali, e persino un intero continente, che si sono rifiutati di renderli applicativi nelle proprie zone di competenza. In nessun modo coppie caratterizzate da relazioni contrarie alla legge di Dio possono ricevere una benedizione del Signore, in nessuna forma.
3. NO AL DIACONATO FEMMINILE
Si pubblichi un documento che raccolga la parte migliore dei lavori delle diverse commissioni radunate negli anni per studiare la questione del diaconato femminile e si ribadisca in modo chiaro e definitivo l'impossibilità dell'ordinazione diaconale e presbiterale delle donne.
4. VOTO NEI SINODI AI SOLI VESCOVI
Si ripristini l'ordine gerarchico della Chiesa mediante l'attribuzione del diritto di voto nei Sinodi generali ai soli vescovi (e a eventuali altri membri, purché appartenenti almeno all'ordine presbiterale). Lo stesso avvenga nei sinodi locali. L'autorità dell'ordinario sia restituita in tutta la sua pienezza, ed anche il senso dell'episcopato. Il nuovo pontefice si troverà a dover porre mano ai criteri di selezione dei nuovi vescovi, e alla loro effettiva applicazione; la Chiesa, soprattutto in quest'ultimo decennio, ha conosciuto nomine episcopali di persone del tutto non all'altezza dell'ordine che hanno ricevuto e della missione affidata, senza le minime competenze canoniche, con una conoscenza approssimativa della dottrina, desiderosi di novità piuttosto che di solidità, e non di rado con un profilo morale che si è rivelato alquanto discutibile, quando non palesemente inaccettabile.
Appare altresì più che opportuno un intervento che interdica l'eventuale accesso di laici, uomini e donne, a quelle cariche di responsabilità nella Chiesa che devono essere destinate, per loro natura, a chi ha ricevuto l'ordine sacro dell'episcopato o del presbiterato, o che sono espressione del collegio cardinalizio, come nel caso della presidenza dei dicasteri della Curia romana.
5. RIVEDERE L'ACCORDO TRA CINA E SANTA SEDE
Si dovrà rivedere l'accordo tra Cina e Santa Sede, di recente rinnovato per altri quattro anni (fino al 2028), voluto dal cardinale Pietro Parolin (e per il quale fu decisiva la mediazione dell'ex cardinale Theodore Edgar McCarrick), del quale non sono state fatte conoscere le condizioni. Non è accettabile un compromesso che avalli la situazione attuale, con il Governo cinese che ha la facoltà di cambiare il Catechismo della Chiesa cattolica, di proibire l'iniziazione cristiana dei bambini e dei ragazzi, di imporre l'esposizione delle immagini di Xi Jinping nelle chiese, di scegliere i vescovi, con la Santa Sede umiliata nel "dover approvare" vescovi già arbitrariamente decisi dal regime, e persino di erigere diocesi.
6. BASTA PACHAMAMA E RITO AMAZZONICO
La Chiesa ha bisogno di riprendere il proprio slancio missionario, nella consapevolezza di avere il diritto e il dovere di portare ovunque la verità del Vangelo e la grazia dei sacramenti. Emerge come particolarmente meritevole di attenzione il tema dell'inculturazione, tema pastoralmente importante, ma in nome del quale in Vaticano si è persino posta in essere una celebrazione pagana, dalla chiara connotazione ideologica, in onore della "divinità" pagana inca, la nota Pachamama. L'inculturazione non può essere concepita e realizzata come una generosa concessione agli idoli delle religioni pagane; essa è la capacità del Vangelo di vivificare una cultura, purificarla da quanto non è compatibile con la verità su Dio e sull'uomo, e condurla alla pienezza delle sue potenzialità, mediante la lenta e progressiva opera della grazia. Inculturazione è e dev'essere evangelizzazione delle culture, non metamorfosi del Vangelo e della liturgia della Chiesa che assume i connotati del paganesimo, previa superficiale "verniciata" di cristianesimo. A questo riguardo, grande attenzione dovrà essere posta alla fase finale di realizzazione del "rito amazzonico".
7. BASTA PASTORI CORROTTI
La Chiesa ha un problema enorme di pastori corrotti fin nelle midolla. Il caso Rupnik, con tutte le coperture che per decenni hanno silenziato le denunce e il dolore delle vittime, rimane in primo piano; per non parlare di altri prelati, tutt'ora in posti di grande responsabilità, con pesanti scheletri nell'armadio. Anche quanto sta emergendo in queste ore, relativamente a presunte lettere di Papa Francesco, siglate solo con l'iniziale del nome, che vengono alla luce solo dopo la sua morte, dà prova di quanto fitta sia la ragnatela di corruzione tessuta da molti prelati, inclusi cardinali dati come "papabili".
CONCLUSIONE: LASCIARE SPAZIO A DIO
Al di sopra di tutte le considerazioni snocciolate in questi articoli, la grande sfida del nuovo pontefice è la stessa dei precedenti, in questi ultimi due secoli: rispondere alla crescente secolarizzazione che penetra il mondo e ha invaso la Chiesa. Non v'è che un solo rimedio a questo processo che appare sempre più aggressivo e inarrestabile; un rimedio che potrà sembrare modesto rispetto ai grandi discorsi che stiamo udendo in questi giorni sull'agenda per il nuovo pontificato, zeppa di sinodalità, inclusività, cura della "casa comune", aperture a todos, todos, todos. Il rimedio è quello di permettere a Dio di agire nella sua Chiesa, di manifestarsi nella sua Chiesa. Questa strada esige che ciascuno si rimetta al proprio posto di miseri uomini peccatori, i quali, ogni volta che pensano di dover cambiare la Chiesa, modernizzare la Chiesa, aggiornare la Chiesa, finiscono per oscurare la presenza di Dio.
Bisognerà prima o poi prendere atto che la fede fiorisce o rifiorisce laddove si lascia più spazio a Dio e gli uomini accettano di non strafare. Per rendersene conto, sarebbe sufficiente visitare i santuari, soprattutto quelli mariani, prendere contatto con monasteri e case religiose che non hanno gettato abito e regola alle ortiche (magari dopo un restyling forzato voluto da Dicastero per la vita consacrata, sotto la guida canonica del cardinale Ghirlanda), recarsi nelle parrocchie dove ancora la liturgia viene celebrata con grande decoro, il catechismo non è edulcorato e le processioni e i pellegrinaggi non vengono banditi come reperti oscurantisti. Sono queste le realtà dove ci sono conversioni, dove le famiglie fioriscono, dove nascono nuove vocazioni, dove ci sono radici sufficientemente profonde e solide per resistere all'aridità dei nostri tempi.
Nota di BastaBugie: Stefano Fontana nell'articolo seguente dal titolo "Il processo sinodale è una gravissima minaccia per la Chiesa" spiega perché la sinodalità è un processo che sta cambiando (protestantizzandola) la struttura della Chiesa cattolica, dal ruolo dei vescovi al Catechismo, dal rapporto con il mondo al relativismo dottrinale. È il pericolo più grave perché si tratta di una prassi e non di una dottrina. Il voto in conclave ne tenga conto.
Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana il 5 maggio 2025:
In questo conclave la posta è molto alta. Tra l'altro ne è una prova indiretta la compatta pressione dei mass-media di regime per una indiscutibile "continuità" con Francesco. La posta in gioco è alta perché questo Pontificato ha puntato diritto verso significativi radicali cambiamenti rispetto alla tradizione dottrinale, disciplinare e pastorale. Queste rivoluzioni non possono venire nascoste sotto atteggiamenti che hanno trovato gradimento tra la gente, oppure sotto un fraseggio di tipo esistenziale e sentimentale che ha talvolta scaldato i cuori, o tramite le espressioni
22 APR 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/8143
FINE DI UN PONTIFICATO ALL'INSEGNA DEL CAMBIO DI PARADIGMA di Luisella Scrosati
Il pontificato del primo papa gesuita della storia è giunto al tramonto: la preghiera di tutto il popolo cristiano offrirà il suffragio per l'anima del pontefice defunto durante i tradizionali novendiali. Dal tardo pomeriggio di quel 13 marzo 2013, quando Francesco si affacciò sulla piazza gremita salutando tutti con un semplice "buonasera", sono ormai passati oltre dodici anni. Anni in cui il "cambio di paradigma" partì con l'acceleratore al massimo, ma anche con il freno a mano tirato, data la presenza di un Benedetto XVI silenzioso, ma vigile.
Questo gioco di forze opposte lo si comprese molto bene durante il Sinodo sulla Famiglia, che partorì la nota esortazione post-sinodale Amoris Lætitia, nella quale quanti volevano introdurre evidenti elementi di rottura dovettero accontentarsi di dirottarli nelle note. Poi vennero i Dubia di quattro cardinali - Caffarra, Burke, Brandmüller, Meisner - che mai ottennero risposta, segno che il papa voleva andare avanti per la sua strada, senza rendere ragione del suo operato, nemmeno a quanti, in ragione della nomina cardinalizia, sono più strettamente uniti al papa nel governo della Chiesa universale. La linea iniziale fu comunque il tentativo disperato di mostrare una presunta "continuità" tra il papa tedesco e quello argentino, che portò alla figuraccia del caso di mons. Dario Edoardo Viganò, costretto a manipolare la risposta di Benedetto XVI alla richiesta di un testo di endorsement alla teologia di papa Francesco, presentata in una collezione di undici piccoli volumi editi dalla Libreria Editrice Vaticana.
Poi fu il turno del Sinodo sull'Amazzonia, con il tentativo chiarissimo di rendere facoltativo il celibato sacerdotale, naufragato per la tempestiva pubblicazione del libro Dal profondo del nostro cuore, da parte di Benedetto XVI e il cardinale Robert Sarah; quindi, le encicliche sociali Laudato si' e Fratelli tutti, un fardello che non sarà facile smaltire, divergenti su molti punti dall'insegnamento della dottrina sociale cattolica.
Un nuovo Sinodo sulla sinodalità andava a sigillare la "conversione sinodale" della Chiesa, con posizioni di apertura su temi caldi come le benedizioni di coppie dello stesso sesso, il diaconato femminile, l'esercizio dell'autorità nella Chiesa; aspetti che provocarono una nuova serie di Dubia da parte di cinque cardinali - Burke, Brandmüller, Sarah, Zen, Sandoval. Il 2021 fu l'anno di Traditionis custodes, che cancellava con un colpo di spugna l'altro motu proprio di papa Benedetto, Summorum Pontificum, e palesava una cecità piena di livore nei confronti di cellule vive della Chiesa e del rito più diffuso, fino ad una manciata di anni prima, e tra i più longevi della Chiesa latina. Fu un colpo al cuore per tanti cattolici, frequentanti o meno il Rito antico, ma anche per lo stesso Ratzinger, che a questa faticosa e indispensabile riconciliazione interna della Chiesa aveva dedicato la sua vita.
LA DISSOLUZIONE INTERNA DEL CATTOLICESIMO
Con la morte di Ratzinger si ebbe il tracollo: congedato il cardinale Ladaria, la nomina di Fernández al Dicastero per la Dottrina della Fede diede un'ulteriore accelerazione alla dissoluzione interna del cattolicesimo, che raggiunse una crisi con pochi precedenti nella pubblicazione della dichiarazione Fiducia supplicans. Questa e altre le nomine di uomini del tutto privi del senso della Chiesa, ampiamente ideologizzati e caratterizzati fin nelle midolla da quella che papa Benedetto aveva battezzato come «l'ermeneutica della rottura». E, in non pochi casi, anche da una condotta morale che si rivelerà tutt'altro che integra.
Come se non bastasse, ad uscire a pezzi, da questi anni di pontificato, è la figura stessa del papa. Dalla prima "timida" intervista a Eugenio Scalfari, prese avvio un pontificato che si è svolto sulla piazza mediatica, assecondandone i canoni e le aspettative, fino al mediatico sigillo di un pontificato, che si è chiuso con le ultime due apparizioni pubbliche di Francesco, se si eccettuano le fugaci e "mute" comparse in carrozzina di questi ultimi giorni, rispettivamente alla trasmissione di Fabio Fazio e al Festival di Sanremo. Intelligenti pauca.
Il successore dell'Apostolo Pietro, che esiste per confermare con la sua parola franca e ponderata la fede dei fratelli, è divenuto onnipresente sui mezzi di comunicazione: interviste "ufficiali" rilasciate in aereo al ritorno dai viaggi apostolici ed altre meno ufficiali, apparizioni abituali in programmi televisivi, docufilm e perfino messaggi su Tik Tok. La salvezza eterna, la vita morale e sacramentale, la persona di Gesù Cristo buttati sulla pubblica piazza con espressioni approssimative, insegnamenti incompleti, affermazioni fuorvianti. Come quando papa Francesco si inventò che «tutte le religioni sono un cammino per arrivare a Dio», senza ulteriori precisazioni, vanificando con queste poche parole la verità che solo in Gesù Cristo c'è la salvezza.
IL PAPA NON DEVE PROCLAMARE LE PROPRIE IDEE
Questa "onnipresenza" mediatica ha comportato l'inevitabile conseguenza di ogni sovraesposizione: la parola del papa è divenuta una tra le tante, forse un po' più autorevole in ragione della sua anzianità e del suo prestigio morale, ma nulla più. Quello che il pubblico legge o ascolta non è più considerato come la parola del successore di Pietro, che fa risuonare ancora oggi la forza della parola del Signore, ma il parere di un uomo che si mescola alla cacofonia di tante altre voci.
Se il papa non parla più per insegnare la verità di Gesù Cristo, ma per esprimersi a braccio sui più svariati temi del momento, allora agli occhi degli uomini il senso dell'ufficio che Dio gli ha affidato al momento della sua accettazione si stempera fino a nascondersi dietro al semplice uomo che tale ufficio ricopre. Il papa «non deve proclamare le proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all'obbedienza verso la Parola di Dio, di fronte a tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di fronte ad ogni opportunismo». Così Benedetto XVI nell'omelia di insediamento sulla Cathedra romana: Francesco ha fatto esattamente il contrario. Il giusto cordoglio per la morte del papa non deve ipocritamente cancellare questa amara realtà. Per il bene della Chiesa.
La Chiesa, con questa sovraesposizione mediatica di Francesco, è ora forse percepita come più vicina all'uomo di oggi? La verità, drammatica, è un'altra e bisogna avere il coraggio di riconoscerla: ad aver raggiunto l'uomo moderno non è «la Chiesa del Dio vivente, colonna e sostegno della verità» (1Tm 3, 15), ma quella immagine della Chiesa che rimane dopo il "lifting" dei criteri massmediatici, più simile ad una modesta organizzazione spirituale ed umanitaria, utile al sistema di moda fintanto che essa gli sia docilmente funzionale. Il pontificato di Francesco, che ha fatto della denuncia della mondanità il suo cavallo di battaglia, ha di fatto impresso un'accelerazione senza precedenti all'autosecolarizzazione della Chiesa. Preghiamo che il nuovo pontefice abbia la forza della verità per un deciso cambio di rotta.
5 FEB 2025 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8064
LA REGOLA DI SAN BENEDETTO SPIEGA COME FRENARE LA LINGUA E CONTROLLARE IL RISO di Luisella Scrosati
San Benedetto dedica il nono, decimo e undicesimo gradino dell'umiltà alla parola e al riso. Il monaco che cammina sulle vie dell'umiltà, e dunque della santità, «sa frenare la sua lingua» e si astiene «dal parlare finché non viene interrogato», «non è facile e pronto al riso» e, quando deve parlare, «lo fa pacatamente e senza ridere, con umiltà e gravità, dicendo poche e ponderate parole, senza mai alzare la voce» (Regola, 7,56-60). Tutti bocciati o, nella migliore delle ipotesi, rimandati a settembre.
Potremmo essere portati a pensare che san Benedetto sia a riguardo un po' troppo rigido, o che di fatto le sue considerazioni riguardino solo i monaci. Ma che le cose non stiano così, lo dimostra il fatto che egli si premura di ricordare che non si tratta di altro che di quanto contenuto nelle Sacre Scritture: «Nel molto parlare non manca la colpa, chi frena le labbra è prudente», ammonisce il libro dei Proverbi (10,19); e il libro del Siracide (21,20) conferma che «lo stolto alza la voce mentre ride; ma l'uomo saggio sorride appena in silenzio».
Non si tratta certamente di assumere atteggiamenti inopportuni e fuori luogo, di fare il muso lungo, o, peggio ancora, di imporre la gravità di un atteggiamento ostentato. San Benedetto è caratterizzato da uno spiccato realismo: occorre dunque riconoscere in tutta onestà che il parlare e il ridere smodato e frequente sono segno e causa di un disordine interiore: segno, perché la "parola compulsiva" manifesta un disordine interiore; causa, perché a sua volta alimenta questo disordine.
La Regola tocca tre punti ben specifici.
Il primo: frenare la lingua, ossia applicare la terapia della taciturnitas a una tendenza logorroica, dove la lingua si muove prima di qualsiasi altra considerazione, finendo così per parlare per sfogarsi, parlare per piacere, parlare per imporsi, parlare per vanità, parlare tanto per parlare, cercando di scappare da pensieri non graditi, che potrebbero emergere nel silenzio. La parola non è un male in sé, ma essa dev'essere "pura", ossia nascere dal desiderio del vero bene nei confronti di qualcuno e da un cuore abituato al raccoglimento. Un test infallibile sta nel "misurare" quanto ci peserebbe tacere: quanto più il punteggio è alto, tanto più quella parola è contaminata da un disordine.
Secondo, evitare di ridere in continuazione o in modo sguaiato; per quanto ci possa dare un certo fastidio, la verità è espressa dal noto proverbio «risus abundat in ore stultorum». Anche questo ridere fuori misura, per intensità o frequenza, scriveva madre Anna M. Canopi, è «indice di dissipazione interiore o di desiderio di farsi notare, ponendosi al centro dell'attenzione» (Mansuetudine. Volto del monaco, 2014, p. 128). Non ci viene chiesto di essere imbronciati, ma altro è il riso smodato e altro il sorriso.
Terzo, il volume del nostro parlare: è un brutto segno quando si è soliti alzare la voce per imporsi, per far valere le proprie ragioni, per umiliare qualcuno. Non ci rendiamo conto di quante volte anziché parlare agli altri, parliamo sugli altri. Troppo di frequente parlare non è sinonimo di comunicare
17 DIC 2024 · TESTO DELL'ARTICOLO ➜ https://www.bastabugie.it/it/articoli.php?id=8013
PER ESSERE UMILI VA ELIMINATA LA FALSA IMMAGINE DI SE' di Luisella Scrosati
«Il sesto gradino dell'umiltà consiste nell'accontentarsi di tutto ciò che vi è di più umile e spregevole, e nel ritenersi operaio indegno e incapace di fronte a ogni ordine che viene dato, ripetendo con il profeta: "ero ridotto a nulla e non capivo, davanti a te stavo come una bestia, ma sono con te sempre"». Così la regola di San Benedetto (VII, 49-50).
Di fronte a questo testo, noi, uomini del XXI secolo, abituati a far valere i nostri diritti e a ricercare spasmodicamente la stima di sé, siamo più che tentati di protestare contro questa svalutazione della dignità umana e di noi stessi, foriera di complessi psicologici distruttivi. Prima di buttare tutto all'aria, dovremmo farci almeno incuriosire dall'inatteso finale di questo sesto gradino: "sono sempre con te". Parole tratte dal salmo 72,23 e che sembrano rivelare un'inaspettata pace, che nasce dalla consapevolezza di essere con il Signore. Leggendo questo breve passo della Regola si ha l'impressione di entrare in un sentiero impervio, faticoso, pieno di rovi ed esposto sull'abisso, al termine del quale però ci attende la pace di un lago di montagna con i suoi ruscelli e una florida vegetazione.
In effetti, San Benedetto ci esorta a liberarci da quell'affanno con il quale cerchiamo di tenere in piedi una piacevole immagine di noi stessi, agli occhi altrui e ai nostri stessi occhi, che è la vera, profonda ragione della nostra tristezza e insoddisfazione. E per liberarcene, ci viene messa davanti la strada dell'umiliazione, che ci chiede di accontentarci di quello che ci capita, di quello che la vita ci pone davanti, senza stare a recriminare che meritavamo di più, che i nostri talenti non sono stati compresi, che è colpa di Tizio o di Caio se non possiamo diventare quello che vorremmo, e così via.
"Questo sesto gradino", commenta dom Guillaume, "è il passaggio così importante dal sogno di sé all'umile accettazione di sé stessi. L'accoglienza semplice e pacifica della realtà" (Un cammino di libertà, p. 166). Passaggio che ci libera dall'assurda e sterile fatica di voler tenere in piedi un'immagine di noi stessi, per farci entrare nella libertà della verità. Il piegarci umilmente ai lavori più spregevoli e pesanti, come anche a quelli meno "rimunerati" e più monotoni, l'accettazione senza recriminazione di quanto ci viene chiesto, a prescindere che ci sia gradito o meno, sono la strada per questa liberazione. Una strada che però noi non solo vorremmo evitare, ma di fatto facciamo di tutto per sfuggire, fino a quando il Signore ci fa la grazia di chiuderci ogni altra via e far crollare ogni ponte.
In questo isolamento, in questo venire meno del nostro agitarci per far andare le cose secondo quello che noi pensiamo sia bene per noi, sorge il fiore dell'affidamento pacifico: "Fa' dell'essere da te plasmato ciò che vuoi. Io credo che, essendo buono, tu provvederai per me il bene, anche se per mio vantaggio non lo conosco. Ma non sono neppure degno di conoscerlo, né chiedo di imparare per averne riposo: probabilmente ciò non mi giova. Né oso chiedere sollievo da una lotta, anche se sono debole e mi affatico in tutto, perché non so cosa mi giova. Tu sai tutto: fa' come sai (...). Io dunque non ho nulla. Davanti a te sono come un essere senz'anima: la mia anima la affido alle tue mani immacolate" (Pietro Damasceno, in Filocalia, III, p. 148). Questo affidamento ci libera dal pesante fardello di dover sempre corrispondere a uno standard costruito da mano d'uomo (molto spesso la nostra), per poter vivere nella grande pace di essere sempre con Lui.
La pungente penna di chi sa coniugare una profonda fede con l'insegnamento della Chiesa
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